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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • ABDÓN PORTE, MORTO PER AMORE DEL NACIONAL

    C’è un quadrato di terreno ricoperto d’erba racchiuso tra le mura spesse del Gran Parque Central, in Uruguay: si può scorgere dalla finestra di qualche vecchia casa, che affaccia proprio lì, sullo stadio. Quel quadrato è calpestato indifferentemente ogni fine settimana dal Nacional, squadra padrona del campo, e dai suoi occasionali avversari. Per i sostenitori del club di Montevideo e per Abdón Porte quello spicchio d’erba vale ed è valso la vita. Il 5 marzo di un secolo fa, del 1918, su quel quadrato, infatti, si posò il capitano del Nacional: un uomo alto, arcigno, fisico tecnicamente perfetto, un leader indiscusso, un vincente. Si inginocchiò dopo aver vinto e festeggiato la sfida tra Nacional e Charley, prese una pistola, si guardò il cuore e indirizzò proprio lì una pallottola.

    Abdón Porte si tolse la vita, quando davanti a sé aveva sicuramente più anni di quanti ne avesse vissuti.

    Dal giorno del suo suicidio, caso quasi unico nella storia del calcio mondiale, tante sono state le storie che si sono tramandate per giustificare il suo gesto. La verità Porte l’ha portata con sé, ma ne ha lasciato qualche indizio, che ha permesso di confermare la versione che i tifosi del Nacional vivono con orgoglio: Porte si è ucciso quando ha capito che non avrebbe più potuto difendere i colori della sua squadra, della sua gente.

    “Nel corso degli anni si sono susseguite tante illazioni sulle reali motivazioni che lo spinsero al suicidio, ma quasi nessuna è corretta – racconta Ignacio Pou, membro della commissione di storici del club, a MondoFutbol. Si dice che abbia deciso di uccidersi poiché oramai era stato messo ai margini della rosa, ma non è vero. Non aveva perso il posto da titolare. Il problema è che lui stava cominciando a rendersi conto che non poteva più reggere certi ritmi”.
    Una versione avvalorata anche da un episodio raccontato dal nipote di suo fratello Juan. “Mi disse che la mattina prima di uccidersi suo padre era alla latteria, quando arrivò proprio Abdón, dicendo di dovergli raccontare una cosa. Ma non gli uscivano le parole da bocca. Juan insistette e Porte gli mostrò la gamba, quel famoso ginocchio. Lo fece toccare al fratello e cominciò a lamentarsi: lo sentiva duro al tatto, non poteva muoverlo. Juan allora gli promise che durante la settimana successiva sarebbero andati in spiaggia per fare delle cure: un po’ d’acqua salata e di sabbia sul ginocchio. Erano quelli i rimedi, non come ai giorni nostri. E fu lì che Porte gli disse che per lui la vita, senza poter difendere i colori del Nacional, non aveva molto senso. Juan cercò di convincerlo che, seppure non avesse più potuto giocare a calcio, avrebbe potuto svolgere un qualsiasi altro ruolo dirigenziale per il club. Porte rispose semplicemente:

    No, io il Nacional lo difendo in campo. Se non posso giocare, allora domani stesso mi sparo una pallottola.

    Una decisione estrema per uno come Porte, che aveva come unico sogno quello di giocare a calcio. Ai primi del Novecento, per le strade del Sudamerica, si contavano più campi che case, ma il football era destinato al pubblico aristocratico. Per i meno abbienti, tra cui rientrava anche Porte, cresciuto nella piccola Durazno e fratello di un lattaio, la porta era praticamente chiusa.

    Fu solo quando la rappresentanza del Nacional più popolare riuscì ad allontanare dal club gli esponenti della classe sociale alta che le cose cambiarono e le strade si divisero: i ricchi fondarono il Bristol e i talenti della strada cominciarono a vestire i colori del glorioso Nacional. Di cui Porte fu centrocampista centrale, faro del gioco e leader. Il legame tra il giocatore e il suo club era tecnico, ma anche emotivo. Rimarca Pau: “Difendeva con tanta forza e amore la maglia del Nacional che s’infortunò al ginocchio durante una sfida contro il Peñarol, ma rimase in campo poiché non esistevano le sostituzioni. Continuò lo stesso a correre e questo peggiorò di molto la lesione”.

    Proprio quella lesione costò cara all’Indio, tanto da segnare la sua carriera e la sua intera esistenza.

    Di lui, dopo cento anni, è rimasta qualche macchia di sangue e una grande toppa, cucita non a caso sul cuore, dei sostenitori del Nacional. Il calcio è cambiato e di Porte non ne sono nati più, per questo la società e i tifosi lo ricordano ogni settimana con un chiaro striscione che reca la scritta “Por la sangre de Abdon”. Ma restano tracce anche all’interno dello stadio, come ci racconta Pou: “Nel tunnel del Parque Central si trova una pittura sul tetto con la scritta ‘Qui lasciò la vita Abdón Porte per amore della maglia’. Per la gente è un orgoglio, emoziona questa dimostrazione d’amore perché non può esserci nulla di più grande. La parte che smuove di più gli animi è sicuramente il suicidio, ma la gente lo ricorda anche perché fu un grande calciatore, un capitano vero, un compagno di squadra a cui tutti volevano bene e un leader per lo spogliatoio”.

    La storia del calcio uruguaiano Abdón Porte l’avrebbe potuta scrivere lo stesso perché era un vincente. Il palmarès racconta che il Clásico contro il Peñarol per lui era un comodo appuntamento con la vittoria e riporta 19 trofei, tra cui la Copa América del 1917. Dell’Indio si sarebbe comunque parlato per quello che mostrava sul campo, ma lo scricchiolio del ginocchio gli aveva aperto dentro la proiezione di un futuro senza scarpini, senza Nacional. Porte lasciò due lettere, di cui una a José María Delgado, allora presidente del club, al quale chiese di essere sepolto accanto ai fratelli Céspedes, idoli e simboli della squadra di Montevideo. Da allora sono trascorsi 100 anni, eppure Abdón Porte resta, perché se non si dimentica una maglia sudata, figurarsi una intrisa del sangue di chi si è sacrificato.

     

    Credits

    Foto copertina ©DR
    Foto maglia celebrativa ©nacional.uy
    Foto murales ©bolsosencatalunya.com

    Foto striscione ©Clarín

    Sabrina Uccello

    Sabrina Uccello

    Giornalista pubblicista, laureata in Scienze della Comunicazione. Oggi, tra le altre cose, corrispondente in Italia per Radio Centro (Ecuador). Un occhio in Italia e l'altro in Sudamerica. Il calcio e la scrittura le sue passioni e (per fortuna) il suo lavoro.

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