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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • AJAX, UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO

    È di moda parlare di fake news, e in ambito calcistico uno dei più clamorosi fake riguarda il legame tra Ajax e Israele. Quello di Amsterdam non è mai stato un club ebraico (per approfondimenti è sempre consigliata la lettura del libro di Simon Kuper, “Ajax, la squadra del ghetto”), nonostante sia nell’immaginario collettivo che tra gli stessi tifosi ajacidi oramai il binomio sia considerato indissolubile. Tuttavia in questi ultimi un elemento che accomuna l’Ajax a Israele esiste, e riguarda la permanente instabilità del quotidiano contesto ambientale.
    Fatte le debite proporzioni, visto che in un caso si parla della direzione di una società calcistica e nell’altro di uno degli ambiti geopolitici più caldi e intricati del pianeta, l’Ajax è una miccia sempre a un passo dal prendere fuoco. L’ultima crisi si è aperta con il licenziamento di Marcel Keizer, Hennie Spijkerman e Dennis Bergkamp, rispettivamente tecnico, assistente e allenatore individuale (nonché membro del comitato tecnico) del club ajacide.

    Il trio è stato sollevato dal proprio incarico dopo l’eliminazione in Coppa d’Olanda ai rigori contro il Twente, arrivata dopo una serie di sei risultati utili consecutivi, incluse le vittorie contro PSV Eindhoven e AZ Alkmaar, ovvero la prima e la terza forza del campionato. Considerando inoltre che nelle tre gare prima dell’esonero l’Ajax aveva recuperato cinque punti alla capolista di Eindhoven, rientrando pienamente nella lotta per il titolo, si può capire come in una tale drastica decisione abbiano prevalso logiche di natura politica piuttosto che tecnica.

    All’Ajax la soluzione del problema, ovvero il “Technisch Hart” (Cuore tecnico), si è rivelato essere il problema stesso.

    Il “Cuore tecnico” è stato introdotto da Johan Cruijff nel 2011, quando tornò al comando della società al termine di quello che fu definito “il Watergate dell’Ajax” o, per gli amanti delle saghe stellari, “The Ajax Wars”. Cruijff disarcionò la vecchia gestione, rappresentata da Uri Coronel, utilizzando le stesse armi che lo stesso Coronel aveva impiegato per prendere il potere. Nel 2008 infatti Coronel, presidente di una commissione interna istituita per tracciare un bilancio sulla gestione tecnico-sportiva del club, pubblicò un report dal titolo “Ajax 1997-2007, tien jaar miskopen”. Dieci anni di bidoni, a fronte di 170 milioni di euro spesi sul mercato, ai quali si aggiungeva un vivaio poco produttivo perché trascurato. Il ciclone-Coronel provocò le dimissioni in blocco dei vertici, ma due stagioni furono sufficienti per far capire che il nuovo era una semplice rimasticatura del vecchio. Così la pensava Cruijff, che usò proprio il dossier – dei 38 punti che componevano il documento, ne erano stati realizzati a malapena un terzo – per far cadere Coronel, diventato nel frattempo presidente.

    La faida che si scatenò dopo la caduta di Coronel fu uno scontro tra filosofie, quella di Cruijff contro quella di van Gaal.

    Riassumendo per sommi capi, la visione formativa di Cruijff è individualista, quella di Van Gaal sistemica. Per quest’ultimo la squadra è un’unica entità, capace di muoversi in campo come pedine su una scacchiera. Cruijff invece puntava molto anche sull’aspetto psicologico del giocatore, tanto da ritenere indispensabile l’inserimento nello staff di un mental coach. Cruijff pone al centro della gestione tecnico-sportiva, mercato incluso, l’allenatore della prima squadra e i responsabili del settore giovanile (ruoli da assegnare a ex giocatori del club, ecco la nascita del “Technisch Hart”) a scapito del direttore generale, figura invece imprescindibile per van Gaal. Secondo quest’ultimo il dg deve essere un esperto dotato di visione a 360 gradi, non solo tecnica, e aver militato in passato nel club non è un requisito sufficiente.
    La vittoria di Cruijff significa l’istituzione del “Cuore tecnico”, inizialmente composto da Wim Jonk, Marc Overmars, Edwin van der Sar, Dennis Bergkamp e Frank de Boer. Tolto quest’ultimo, andatosene dopo essersi dimesso da allenatore, oggi nel comitato rimangono solo van der Sar e Overmars. Gli altri sono stati metaforicamente eliminati (Bergkamp) o se ne sono andati prima di esserlo (Jonk).

    Cuore tecnico, ma anche cuore del problema. Con tanti saluti alla “Fluwelen Revolutie” (rivoluzione di velluto) di Cruijff, anch’essa sconfitta dalle sue stesse armi.

    Lo scorso anno Peter Bosz, elemento alieno alla cultura Ajax, fu scelto da Bergkamp e van der Sar contro il parere di Overmars. In estate, dopo la rottura con Bosz (dovuta alla richiesta – non accolta – di dotare il proprio staff di un ulteriore assistente, con il chiaro intento di incrementare la distanza tra allenatore e “Cuore tecnico”) si è invece deciso di tornare a un elemento imbevuto di filosofia ajacide come Marcel Keizer, proveniente dalla Jong Ajax. Anche in questo caso Overmars era contrario, preferendo un elemento con più esperienza quale Michael Laudrup.

    L’ago della bilancia è stato van der Sar, prima alleato di Bergkamp, poi progressivamente allontanatosi dalle sue idee, fino ad appoggiarne il licenziamento. Va notato come, Europa a parte, a dicembre l’Ajax di Bosz non era messo meglio di quello di Keizer: in campionato inseguiva il Feyenoord, in coppa era uscito contro il Cambuur (club di B). Keizer non ha beneficiato del tempo concesso a Bosz, anche se va onestamente ammesso che i tentennamenti a livello tattico non hanno giocato a suo favore. Sotto questo profilo, il predecessore era più solido: aveva le sue idee e le portava avanti fino in fondo, contro tutto e tutti. Con il risultato di essere riuscito, nella seconda parte della stagione, a comporre un puzzle soddisfacente, caratteristica che l’attuale Ajax non possiede. Troppo altalenante, ancora troppo poco squadra. Eppure l’andamento della stagione fatica a giustificare un simile taglio della guida tecnica.

    Lotte intestine, correnti, faide: l’ultimo decennio in casa Ajax rivela una società in difficoltà nell’adattarsi alle mutate condizioni del pianeta calcio.

    Trovare una sintesi tra un passato glorioso e un presente da serie B d’Europa (piaccia o meno, questa è la realtà olandese) non è agevole. Ad incrementare i problemi ci pensa la gestione dei prodotti del vivaio: chi emerge se ne vuole andare sempre prima. Negli anni ’90 la permanenza media di un giocatore made in Ajax in prima squadra si aggirava attorno alle 8 stagioni. Nel nuovo millennio era scesa a 5, abbassandosi ulteriormente a 3 negli ultimi anni. Un periodo sufficiente per vendere bene, non per garantire continuità tecnica e ricambio graduale. E il mercato in entrata continua a essere deficitario in termini di acquisti/rendimento. Ma l’unica cosa importante sembra sia andare avanti a giocare alla guerra.

    Credits
    Foto Copertina ©SkyscraperCity.com
    Foto Marcel Keizer-Dennis Bergkamp ©Ajax
    Foto Johan Cruijff ©Bart Molendijk/Nationaal Archief/Wikipedia
    Foto Peter Bosz ©LaPresse

    Alec Cordolcini

    Alec Cordolcini

    Autentico riferimento italiano per il calcio olandese (imperdibile in libreria il suo "La Rivoluzione dei Tulipani"), amante del Nord Europa (sogna il sole di mezzanotte di Tromsø), è firma autorevole su La Gazzetta dello Sport, il Guerin Sportivo, Rivista Undici.

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