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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • ALBANIA: MONDOFUTBOL INTERVISTA GIANNI DE BIASI

    Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi!”.

    Giorgio Castriota detto Scanderbeg usò, in uno dei suoi celebri discorsi, più o meno queste parole per forgiare l’orgoglio del popolo albanese. L’Europa, nel pieno della folle altalena che fu il XV secolo, tremava davanti a uno dei peggiori nemici della sua storia: il Turco.
    E Castriota, con la sua barba lunga e bianca, troppo liscia per un filosofo greco, troppo ingombrante per un comandante, trascinava l’Albania in una resistenza che andava ben oltre lo scontro campale. O le scaramucce politiche.

    Scanderbeg costruiva un Paese, insegnando la libertà a chi non non aveva mai conosciuto altro che il buio del Medioevo.

    L’Albania attuale, costruita attraverso lotte e sangue versato in nome di un ideale che va parecchio oltre il confini geopolitici, è figlia di Scanderbeg. Il simbolo della sua casata (e di molte altre, in Oriente), la maestosa aquila bicefala, è stato, soprattutto nell’ultimo Novecento, un richiamo all’orgoglio di un popolo abituato a combattere contro soprusi e ingiustizie. Il tenace e spesso rabbioso attaccamento con cui gli albanesi hanno difeso, e continuano a difendere, la propria tradizione nasce dal puro e semplice spirito di conservazione su cui Castriota aveva fatto leva per guidare i suoi nell’impresa contro i Turchi.

    Il calcio è una delle più belle rappresentazioni della vita.

    E, con un briciolo di fantasia, anche qui, in Albania, possiamo riuscire a scorgere uno dei tanti fili rossi che, come una strana opera d’arte contemporanea, percorrono la Storia.

    Questo filo è ora nelle mani di un italiano, che in Italia ha giocato e allenato per molti anni: Giovanni (per tutti Gianni) De Biasi.

    Ecco, con il briciolo di fantasia di cui parlavo prima, ho preso il telefono e l’ho contattato. Ho cercato di capire cosa ci fosse alla base della resurrezione albanese che si sta piano piano materializzando nel girone di qualificazione per Francia 2016.

    Buongiorno De Biasi, il mio primo ricordo di lei è legato all’addio al calcio di Baggio. Io stavo piangendo sul divano di casa.

    Ah, ma allora sei un gnarello (“ragazzino” in bresciano, nda)!

    Nel dicembre del 2011 la chiama il suo agente: “Ciao Gianni, abbiamo un’offerta dall’Albania. Cosa vuoi fare?” È andata così?

    Più o meno. Mi chiama una persona, un amico, e mi chiede se abbia mai pensato di allenare una nazionale. Sì, gli confesso che mi piacerebbe. Qualche giorno dopo, mi richiama e mi dice che i dirigenti dell’Albania mi vorrebbero incontrare. Io non avevo pensato alla Germania quando mi aveva parlato di una nazionale, ma di certo nemmeno all’Albania. Vengo da un’atroce delusione a Udine dopo due soli mesi di lavoro, mi voglio subito rilanciare.

    Ma l’Albania… Non sono sicuro.

    Alla fine mi convince e organizza l’incontro, che, evidentemente, va molto bene. Dopo poche ore mi chiama e mi comunica che hanno scelto me: sono quello che più li ha colpiti. A quel punto lavoriamo un po’ sul contratto, cerchiamo una soluzione che soddisfi tutti e poi firmo.

    Cos’è l’Albania?

    Eh, bella domanda. L’Albania, per noi, è un’idea. Noi – mi correggo – io mi sono sempre immaginato l’Albania come qualcosa di lontano, un posto in cui non sarei mai andato in tutta la mia vita. In realtà, l’Albania è molto più vicina di quanto si possa pensare. L’Italia è il loro primo partner commerciale, la nostra Serie A è il campionato che seguono di più in assoluto.

    Quale crede che fosse, al momento del suo ingaggio, l’atteggiamento prevalente nei suoi confronti?

    Curiosità, senza dubbio. Sentivo che la gente era molto curiosa attorno al mio nome. Fondamentalmente, in Albania, il 35% della popolazione segue la Bundesliga e tifa Bayern. Il restante 65% è malato di calcio italiano e si divide, più o meno equamente, tra Milan, Juve e Inter. Seguono anche la nazionale italiana. Io non ero un nome nuovo a quel 65%, e chi non mi conosceva era doppiamente curioso. La nazionale albanese veniva da anni difficili, c’era una gran voglia di lasciarsi il passato alle spalle.

    Qual era la situazione in cui ha trovato la squadra? Che lavoro ha dovuto fare?

    La situazione era complicata. La squadra era molto vecchia, noi abbiamo dato inizio a un ricambio generazionale che stiamo ancora portando avanti. Abbiamo abbassato di molto l’età media. Molti giovani calciatori, anche interessanti, erano completamente fuori dal giro della nazionale albanese. In alcuni casi erano stati costretti a scegliere altre selezioni, come la Svizzera.

    Questo è un grosso problema. Come si fa a riportare gli albanesi nella loro nazionale?

    Con i risultati, e non è semplice. Serve molto lavoro: nei primi tempi ho dovuto contattare e incontrare agenti o famiglie di calciatori, spiegare loro che la nazionale albanese sarebbe diventata una cosa seria, come le altre. Quando sono iniziati ad arrivare i risultati le cose sono cambiate. Ora sono i calciatori che, attraverso i procuratori, si fanno vivi. Ci ricordano che anche loro sono albanesi e sognano di indossare la maglia della nazionale. È una grande soddisfazione.

    Rimangono comunque alcune situazioni complicate. Penso ai fratelli Xhaka: Taulant ha scelto la nazionale albanese, mentre Granit ha preferito la Svizzera, sostenendo che qualche dirigente gli avesse chiesto dei soldi per giocare.

    Sinceramente, non credo che sia possibile che qualche membro della federazione possa chiedere soldi a un giocatore: sarebbe contro il nostro interesse. È possibile che qualche millantatore possa aver cercato di trarre dei vantaggi infangando il nome di qualcuno…
    I furbi sono dovunque. Il nostro obiettivo, però, è quello di evitare che situazioni di questo tipo si possano creare e, come detto, sembra che ci stiamo riuscendo. Sono comunque felice di aver convinto Taulant, che mi ha fatto sudare parecchio, ma ora è una colonna portante della squadra.

    Mustafi e Januzaj sono giocatori che vi avrebbero garantito un salto di qualità decisivo. È stato impossibile convincerli?

    Ci ho provato davvero in tutti i modi. Con Januzaj, poi, è stata un’odissea. Dopo averlo più volte chiamato, ho scritto a suo padre, che è albanese, almeno quattro o cinque volte. Gli ho scritto in francese, in italiano, in albanese, ma nulla da fare: non sono mai stato degnato di una risposta. Per Mustafi, invece, il discorso è diverso. Ero andato a Bogliasco, al campo di allenamento della Sampdoria, ci eravamo incontrati e avevo provato a convincerlo. Lui avrebbe voluto giocare per l’Albania, ma, dall’altra parte, era capitano dell’U-21 tedesca. “Vorrei provare a strappare una convocazione in nazionale maggiore” – mi aveva detto. Diciamo che gli è andata bene, visto che grazie all’infortunio di Reus, si è portato a casa il Mondiale.

    Donis Avdijaj, classe 1996 dello Schalke 04, sta già facendo molto parlare di sé: ha una clausola rescissoria di 50 milioni ed è conteso da Albania e Germania. Lo ha già incontrato?

    Sì, sono andato a vederlo in una partita a Vienna. È un buon giocatore, anche se credo che in nazionale maggiore farebbe fatica.
    Deve crescere e la clausola da 50 milioni non fa altro che caricarlo di pressione mediatica. Vedremo cosa sceglierà quando arriverà il momento, per ora non ha chiuso le porte all’Albania.

    Abbiamo parlato di come siate riusciti a costruire il gruppo. Metterlo in campo, dargli un’identità di gioco precisa è stato difficile?

    È stata dura, ma non impossibile. I ragazzi hanno mostrato uno spirito di sacrificio che non mi sarei mai immaginato.
    Per loro la convocazione in nazionale, i colori e la bandiera vengono al primo posto. Molti si sono saputi adattare al mio sistema di gioco senza battere ciglio. Certo, qualche errore capita ancora, ma la dedizione con cui si applicano è incredibile e commovente.

    Le sono tornati utili anche gli “italiani” in questo processo? Penso soprattutto a Lorik Cana, mi pare di aver capito che sia una sorta di semidio in Albania.

    Ti sbagli: è un vero e proprio dio per gli albanesi. Per me è stato molto utile, sia perché era uno dei pochi sopravvissuti alle precedenti gestioni, sia perché è un ragazzo fantastico. Parla cinque lingue e ha una personalità straripante, ha la stoffa del capitano.
    È il mio traduttore, non tanto linguistico, quanto tattico: a parole, in un modo o nell’altro riesco a farmi capire, ma tatticamente non è sempre così semplice. In tutto questo Lorik mi dà una mano enorme. Mi consente di passare da un modulo all’altro e, soprattutto, di seguire meglio i movimenti della difesa. Chiunque abbia allenato sa quanto sia importante avere un giocatore così in squadra.

    Ha parlato di un grande attaccamento alla maglia. Xhaka che difende la bandiera dell’Albania Etnica può essere l’immagine che spiega tutto?

    Sì, senza dubbio: racchiude tutto l’orgoglio albanese e il patriottismo, a tratti esasperato, di molte nazioni dell’Est Europa.

    E come è stata quella notte a Belgrado?

    Personalmente, ho avuto una gran paura. La faccenda della bandiera e degli scontri finali è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma i minuti precedenti erano stati davvero invivibili: non mi potevo alzare dalla panchina per il rischio di essere colpito da oggetti, le riserve erano costrette a riscaldarsi accanto al guardalinee. Lo stadio, poi… Non ne parliamo. Le norme di sicurezza erano andate a farsi benedire molto prima che il drone planasse sul campo.

    Esiste un modo per preparare una partita di questo genere?

    Non saprei davvero. Io ho cercato in ogni modo di raffreddare l’ambiente, di placare gli animi. Alcuni miei giocatori, Basha è il primo che mi viene in mente, avevano perso dei parenti durante la guerra del Kosovo. Semplicemente, i tempi non erano maturi.

    Nel girone di qualificazione a Euro 2016 siete secondi a pari punti con la Danimarca e avete una partita in meno rispetto ai danesi. La curiosità iniziale sembra essere diventata entusiasmo incontenibile.

    È così, la gente si è innamorata di questa squadra. In ogni stadio europeo possiamo contare su un seguito impressionte di emigrati albanesi. Vederne ventimila al Ferraris, in occasione di Italia-Albania, è stato qualcosa di indescrivibile. Gli albanesi che cantano l’Inno di Mameli sono l’emblema del legame che li lega all’Italia.

    Sono innamorati anche di lei. A marzo le è stata conferita la cittadinanza onoraria albanese per meriti sportivi.

    È vero, per me è stato davvero emozionante. Pensa che mi hanno detto che, quando è stata sancita la vittoria a tavolino contro la Serbia, migliaia di persone sono scese in piazza e hanno cantato cori in mio onore. È il modo migliore per farmi che capire che sto lavorando bene, mi fa davvero piacere.

    Sa che, stando a Wikipedia, le partite storiche giocate dall’Albania sono quattro e tre portano la sua firma?

    Beh, speriamo che la quinta arrivi già a settembre contro la Danimarca. Giocheremo per la storia.

    Allora deve promettere di tornare a trovarci di nuovo su MondoFutbol in caso di qualificazione all’Europeo.

    Promesso, molto volentieri!

    Foto ©LaPresse

     

    Davide Zanelli

    Davide Zanelli

    Nato a Brescia, studia Storia a Milano. Giornalista e autore per MondoFutbol, scrive di calcio anche per Calcioscopio, di cui è fondatore, e per il Giornale di Brescia. Ha sempre giocato a basket, poi ha visto una doppietta di Baggio dal vivo e le cose sono cambiate.

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