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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • L’ANNO ZERO DEL SOCCER

    Port Of Spain, National Stadium, 19 novembre 1989: Trinidad e Tobago e Stati Uniti si affrontano nella sfida decisiva per la qualificazione alla Coppa del Mondo dell’anno successivo. Gli americani – giocatori semiprofessionisti o militanti nelle squadre universitarie – devono vincere a tutti i costi; i padroni di casa hanno due risultati su tre a propria disposizione. Un bel tiro da fuori area di Paul Caligiuri decide la partita e spedisce lo United States men’s national soccer team a Italia ’90.
    L’ultima partecipazione statunitense a un Mondiale risaliva al 1950, con il leggendario successo sull’Inghilterra. Il gol del centrocampista di origine italiana passerà alla storia del soccer come lo “Shot heard ‘round the world”.

    Da quel momento gli USA saranno una presenza fissa, e mediamente competitiva, nella fase finale della manifestazione.

    Il 10 ottobre 2017, perdendo 2-1 in trasferta proprio contro Trinidad e Tobago, gli Stati Uniti sono stati eliminati dai prossimi Mondiali. A distanza di 28 anni dalla prodezza di Caligiuri, un autentico paradosso: oggi, infatti, la selezione americana è composta esclusivamente da professionisti noti e affermati anche in Europa. Tre giorni dopo la sconfitta di Couva, il commissario tecnico Bruce Arena ha rassegnato le proprie dimissioni. Il presidente della United States Soccer Federation, Sunil Gulati, non ha fatto altrettanto ma ha annunciato la sua decisione di non ricandidarsi alle elezioni di febbraio 2018, dove fra i candidati, oltre al vice di Gulati Carlos Cordeiro, ci sarà lo stesso Caligiuri e due bandiere del soccer come Eric Wynalda e Hope Solo.

    In attesa della designazione del nuovo allenatore della nazionale, ci siamo interrogati sullo stato delle cose del soccer assieme a Jon Townsend, brillante giornalista di These Football Times con un passato da calciatore semiprofessionista fra Germania e i nativi Stati Uniti.

    Sia Jürgen Klinsmann, sia Bruce Arena hanno fallito nella corsa a Russia 2018. Eppure lo stesso gruppo di giocatori si è classificato al quarto posto nella Copa América 2016, col tecnico tedesco, e ha vinto la Gold Cup 2017, col tecnico newyorkese. L’el iminazione dai Mondiali è stato un incidente di percorso o è il caso di parlare di “anno zero” del soccer?

    Si tratta di un autentico fallimento collettivo, visto che le qualificazioni mondiali della CONCACAF sono regolate in modo che Messico e USA non rischino seriamente di rimanere fuori dalla manifestazione. Non si deve guardare alla sola partita contro Trinidad e Tobago, ma interrogarsi sull’intero movimento calcistico americano. Arena e Sunil Gulati – colui che ha licenziato Klinsmann – sono i due principali responsabili di questo collasso. I calciatori, a loro volta, hanno giocato malissimo e devono assumersi le proprie colpe.

    Lei ha affermato che sarebbe più opportuno discutere dell’incapacità degli USA di vincere un Mondiale, non di fallire la qualificazione a esso, sottintendendo che una tale superpotenza sportiva dovrebbe eccellere anche nel calcio. Ritiene che, dopo aver raggiunto i quarti di finale ai Mondiali 2002, la federazione statunitense non abbia fissato degli obiettivi abbastanza ambiziosi per lo USMNT?

    La USSF non ha mai ben capito che cosa sia il vero successo, né come ottenerlo. I Mondiali, così come gli altri tornei delle nazionali, durano al massimo un mese e sono soggetti a tanti fattori esterni. Quelli del 2002 furono ricchi di episodi particolari; dalla combinazione fra la qualità dei nostri giocatori e alcune situazioni favorevoli scaturì un risultato importante.

    Bene, ma dopo? Il calcio si è evoluto considerevolmente e gli Stati Uniti non hanno tenuto il passo dell’Europa, del Sudamerica e, in misura minore, anche della CONCACAF.

    Ci sono tante teorie, a questo proposito: dal valore della Major League Soccer allo “stile di gioco americano”, passando per la preparazione degli allenatori. La mediocrità è stata tollerata troppo a lungo, comunque. Lo shock emotivo dell’eliminazione dai prossimi Mondiali è ancora fresco, ma è doveroso chiedersi perché non possiamo competere ai massimi livelli internazionali. La cultura calcistica nazionale è insufficiente: il sistema è difettoso e “frammentato” e, perciò, l’obiettivo appare sempre più lontano.

    Il quesito che addetti ai lavori e appassionati di “soccer” si pongono da qualche anno è: “Perché non nasce un Lionel Messi negli Stati Uniti?”. Qualcuno ha risposto che il Messi americano è già nato, ma poiché figlio di immigrati clandestini o poveri non ha potuto iscriversi alla scuola calcio ed è stato emarginato dal movimento. È solo una provocazione o c’è del vero?

    Attendere il Messi americano è poco realistico e anche accostare Christian Pulisic – o qualsiasi altro giovane statunitense – al fuoriclasse argentino sarebbe sbagliato. In ogni caso, nel nostro Paese questo sport è concepito in modo elitario. I vincoli per accedere al professionismo sono troppi e troppo limitanti: il percorso formativo del calciatore è un affare socio-economico tanto quanto un fenomeno sportivo. Ancora una volta, è una questione di cultura: è vero che qui potrebbe nascere un grande talento, ma farebbe fatica a emergere attraverso l’attuale organizzazione del sistema. Dovrebbero esserci dei club affiliati alle academies delle franchigie MLS in ogni città di ogni stato, comprese le zone rurali, i quartieri poveri e i ghetti, così da scoprire i ragazzi più dotati e inserirli gradualmente in un ambiente professionale. Dobbiamo a tutti i costi effettuare il passaggio da sport esclusivo a sport inclusivo.

    Lei auspica una riforma strutturale che, di conseguenza, favorirebbe l’accrescimento della cultura calcistica?

    Il mito di plasmare innanzitutto “il miglior atleta possibile”, per avere forse un buon calciatore in seguito, è assurdo. Nella nostra cultura sportiva l’atletismo viene in genere anteposto alla tecnica, così come il sacrificio e la generosità arrivano prima della tattica. In tutto il mondo il calcio nasce nelle strade e nei parchetti, dove il talento emerge in libertà e poi, eventualmente, viene inserito in un contesto più disciplinato. A differenza di altri sport, questo negli Stati Uniti non succede.

    Paradossalmente, il “soccer” è talmente iperorganizzato da perdere di vista la semplicità e la spontaneità del gioco.

    Quando si parla della formazione giovanile, siamo ossessionati dallo slogan bigger, faster, stronger, ma forse dovremmo ragionare in termini di better, smarter, smoother. Inoltre il campionato universitario, l’altro grande serbatoio nazionale, va assolutamente rivisto: tra i diciotto e i ventidue anni si perdono tempo e opportunità in un torneo davvero poco competitivo. Infine, sul piano amministrativo, il calcio professionistico americano sminuisce il ruolo dei giocatori: se gli atleti contassero di più per la federazione e le leghe, le ripercussioni sarebbero senz’altro positive per tutto il movimento (vivai compresi).

    Nel 2016 la MLS ha registrato una media di 21.692 spettatori a partita; un dato verosimilmente destinato a crescere. Al tempo stesso, il gap tecnico/tattico che la separa dai principali campionati europei e latini e da quello messicano rimane evidente. Quando si parla di crescita della lega è lecito attendersi un salto di qualità complessivo o bisogna rassegnarsi a parlare solo della “cornice” (stadi, contratti televisivi, ricavi di marketing ecc.)?

    Lo standard di gioco della MLS non è sufficientemente elevato. Non è abbastanza veloce né organizzato: le grandi leghe sono ancora distanti, in tal senso. Inoltre il formato della competizione è ridicolo: qualificandosi ai playoff per il rotto della cuffia, una squadra che ha giocato male l’intera stagione regolare “rischia” poi di vincere il titolo… Col futuro ingresso di altre franchigie, fermo restando l’attuale tetto salariale e le altre complesse regole della lega, il tasso di talento sarà diluito ulteriormente. È fondamentale capire che lo scopo professionale del commissario della lega, Don Garber, non è quello di far crescere il soccer, bensì di far prosperare la MLS dal punto di vista economico (sebbene registri ufficialmente perdite annuali per circa cento milioni di dollari!). I tornei europei, sudamericani e asiatici hanno modelli e obiettivi differenti. La MLS persegue il controllo quasi assoluto su tutti gli aspetti collaterali del calcio, sorvolando sulla qualità del gioco in sé: l’ultima cosa che vuole, in realtà, è proprio competere con i campionati più importanti sul piano tecnico. Per tanti versi, la MLS rappresenta un monopolio e, attenzione, il dato sull’affluenza del pubblico può essere fuorviante. Spesso il numero di spettatori conteggiato corrisponde ai biglietti distribuiti, il che non significa che quei posti siano effettivamente occupati. Sono stato personalmente a partite dove era stato annunciato il tutto esaurito, eppure gli spalti erano mezzi vuoti.

    Il dibattito sull’introduzione del meccanismo di promozione e retrocessione nelle leghe professionistiche statunitensi/canadesi non è mai stato così acceso e attuale come in questo periodo. Perché?

    Sarebbe una rivoluzione, rispetto agli altri grandi sport di squadra nordamericani. E avrebbe senso, considerando la storia del nostro Paese: “la terra delle opportunità”, dove un imprenditore o un’azienda fanno fortuna grazie a idee brillanti, investimenti mirati e ampliamenti organici, aiutando l’economia locale e quella nazionale. Alcuni sport, però, fanno eccezione e secondo me il calcio – che è un fenomeno globale molto prima che americano – ne risente più di tutti. Concedere la miglior scelta possibile nel draft universitario alla squadra che è arrivata ultima in campionato, dopo averle già garantito la permanenza nella categoria, non significa certamente premiare i modelli di affari, sviluppo e gestione migliori. Il dibattito Promotion/Relegation si basa sull’osservazione che, con i mezzi e le risorse a disposizione, ci potrebbero essere almeno cinque o sei livelli di soccer professionistico.

    È vergognoso che la MLS agisca da cosiddetta “single entity” che da sola, appunto, gestisce tutto: dalle licenze delle franchigie ai contratti dei giocatori.

    E la qualità del calcio ne risente, eccome. Una piramide aperta e meritocratica attirerebbe più appassionati e anche più investitori, tra cui magari quei milionari statunitensi che hanno rilevato la proprietà di squadre straniere (vedi la Premier League). Cambierà davvero qualcosa? Da qui a breve, forse no. Continuando a esporre e discutere i problemi del soccer, tuttavia, sul lungo termine si potranno raggiungere dei risultati importanti: contributi di solidarietà e indennità di formazione, un numero maggiore di leghe, squadre che rappresentino realmente le comunità locali, allenatori e osservatori migliori, un sistema funzionale da cima a fondo. Detto questo, non so se la MLS potrà mai accettare dei discorsi del genere… Pazienza! Si potrebbe tranquillamente introdurre il modello Pro/Rel, escludendola: la vastità e la profondità del mercato del soccer lo consentirebbero.

     

    Credits
    Foto copertina e articolo ©LaPresse

    Angelo Mora

    Angelo Mora

    Una vita professionale a spacciare rock and roll, una vita intera a rincorrere il pallone. Ha intervistato Joe Strummer, gli AC/DC, Lemmy dei Motörhead e tante altre rockstar, ma ha tremato solamente di fronte a Marco Tardelli. Non distingue una salida lavolpiana da una transizione negativa, però si ritiene un grande intenditore di calcio. Proprio come te.

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