Testata giornalistica online

Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • L’ASCESA DI NICOLÒ BARELLA

    Si sa, noi sardi siamo fatti così. Abbiamo questo legame speciale con la nostra terra.

    Sono fatti così. E sono così legati alla loro terra da uscire dal campo in lacrime dopo una sconfitta in una partita di campionato.
    È successo a Nicolò Barella, nato a Cagliari il 7 febbraio 1997, che non ha saputo nascondere rabbia e dispiacere dopo aver visto la sua squadra inerme e incapace di reagire al San Paolo, di fronte al Napoli di Maurizio Sarri che ha agevolmente vinto 3-0. Le parole in apertura, però, non sono state pronunciate da Barella. Gianluca Festa, ex tecnico di Cagliari e Como, le ha confidate a MondoFutbol parlando del giovane centrocampista, che lui ha fatto esordire in Serie A.
    Dopo aver segnato il suo primo gol a Ferrara, in casa della Spal, Barella ha detto di sognare l’Europa con la maglia rossoblù. Ma dietro a tutta la retorica, più o meno condivisibile, di una possibile “ultima bandiera in un calcio in cui non ne esistono più” (ha appena rinnovato fino al 2022 con i rossoblù), c’è la storia di un ragazzo che ha sempre manifestato apertamente il suo rapporto sanguigno con Cagliari e la Sardegna, anche quando le sue interviste non venivano trasmesse in televisione.

    Oggi ha vent’anni, ma gioca a pallone da quando ne aveva tre e faceva il suo primo allenamento nella scuola calcio Gigi Riva. Lì lo ha pescato Gianfranco Matteoli, al tempo responsabile tecnico del settore giovanile del Cagliari, lasciando poi che a crescerlo fossero tecnici come Franco Masia e Gianluca Festa. E quest’ultimo, nominato allenatore della prima squadra il 21 aprile 2015, il 4 maggio fa esordire Nicolò in Serie A. È il 67° di un Cagliari-Parma che i sardi stanno vincendo 3-0, magra consolazione di una stagione destinata a concludersi con la retrocessione in B. Ma questo è solo l’inizio per Barella, che aveva fatto il suo debutto tra i professionisti proprio contro il Parma in Coppa Italia.

    A lanciarlo era stato Gianfranco Zola, uno che figura di diritto nel pantheon del calcio sardo.

    Nicolò torna in campo nelle ultime due partite di quel campionato, salvo poi trovare poco spazio nella prima parte della stagione successiva, quella in cui il presidente rossoblù Giulini affida a Massimo Rastelli il compito di riportare subito la squadra nella massima categoria. Così Barella si trasferisce in prestito a Como, dove ritrova Gianluca Festa e Gianfranco Matteoli, in un ambiente in cui ci sono buoni talenti come Bessa, Scuffet, Ganz, Pettinari e qualche contraddizione di troppo a livello societario, di cui il fallimento sarà poi un’inevitabile conseguenza.

    “È arrivato a Como e gli ho dato subito una maglia da titolare – spiega Festa a MondoFutbol – lui ha mostrato tutta la sua personalità. Nicolò è un ragazzo maturo, ha una vita stabile. Lo conoscevo dai tempi del settore giovanile del Cagliari, sapevo cosa aspettarmi da lui.

    Quando ho visto i suoi valori misurati con il GPS, sono rimasto impressionato: erano valori da giocatore già fatto.

    Anche all’epoca, nonostante avesse diciotto anni, non si prendeva pause durante una partita, andava sempre al massimo dell’intensità. Se dovessi paragonarlo a qualcuno, direi Nainggolan: hanno un modo molto simile di stare in campo e vivere la partita”.
    Festa ha ancora un ottimo rapporto con Barella, ma non vuole esserne considerato lo scopritore e non intende prendersi alcun merito: “Non sono stato io a scoprirlo. Lui è stato preso da Matteoli e poi ha seguito la sua strada. Quando un ragazzo cresce in questo modo, sapendo assorbire quanto di buono ogni allenatore gli dà, il merito è solamente suo. Credo che il suo futuro sia lontano da Cagliari, in una grande squadra, ma i tifosi non dovranno viverlo come un tradimento: lui ama Cagliari, però deve seguire un percorso di crescita che lo può portare lontano”. In Nazionale, per esempio. Non potendo contare sull’infortunato Marco Verratti, l’ex CT Giampiero Ventura aveva infatti chiamato Nicolò per le due ultime partite di qualificazione al Mondiale (poi fallita nel playoff con la Svezia) contro Macedonia e Albania.

    Era questione di tempo perché arrivasse la prima convocazione, dopo un inizio di campionato che lo ha visto tra i migliori centrocampisti della Serie A per rendimento.
    Ma la prima volta in Azzurro risale al 21 febbraio 2012 ed è legata a un Commissario Tecnico che già allora sapeva di avere tra le mani un giocatore destinato alla Nazionale maggiore. Si tratta di Antonio Rocca, allenatore dell’Italia Under 15 dal 2011, che ha parlato di Barella in esclusiva a MondoFutbol: “Io cerco sempre quattro aggettivi per descrivere un calciatore che alleno. Per lui avevo scelto questi quattro: determinato, intenso, vivace e intelligente. Secondo me, lo definiscono sia a livello umano che calcistico. È un ragazzo che mette una determinazione incredibile in tutto quello che fa.

    Sembra una bottiglia di champagne appena stappata.

    Ma era così semplice rendersi conto di avere per le mani una grande promessa? “Sì, non ho avuto dubbi – spiega Rocca -. Lavoro da molto tempo con i giovani e quando arriva da me un ragazzino cerco subito di collocarlo in un determinato livello, in relazione ai giocatori che ho visto e allenato prima di lui. Barella era tra i più forti. Nei giorni in cui sono a mia disposizione, osservo sempre con la massima attenzione tutto quello che i miei calciatori fanno dentro e fuori dal campo, e soprattutto il modo in cui lo fanno: lui è uno che cerca di divertirsi sempre, mette gioia nel gioco.

    Non gioca solo con grande determinazione e intensità – spiega il CT dell’Under 15 -, è anche molto intelligente tatticamente. Credo che abbia tutto quel che serve per poter realizzare i suoi sogni.

    Secondo me, le componenti più importanti per un calciatore sono personalità e intelligenza, perché sono cose che non si possono imparare. Barella le ha.

    Nella storia della Nazionale, hanno vestito la maglia dell’Italia soltanto sei calciatori nati in Sardegna. Dopo Cuccureddu, Matteoli, Zola, Sirigu, Cossu e Sau, è arrivato il momento del centrocampista classe ’97, che per tutta la sua carriera avrà il compito di rappresentare anche la sua terra. Perché, come scriveva nel ’51 lo scrittore Emilio Lussu, uno dei padri della Resistenza italiana, “il popolo sardo ha da rivelare qualcosa a se stesso e agli altri, di profondamente umano e nuovo”. 

    E se si parla di calcio, Nicolò Barella ha tutto quello che serve per diventare un simbolo di questo popolo.

    Foto copertina e articolo ©LaPresse

    Davide Zanelli

    Davide Zanelli

    Nato a Brescia, studia Storia a Milano. Giornalista e autore per MondoFutbol, scrive di calcio anche per Calcioscopio, di cui è fondatore, e per il Giornale di Brescia. Ha sempre giocato a basket, poi ha visto una doppietta di Baggio dal vivo e le cose sono cambiate.

    Commenta

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Send this to a friend