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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • BENAVENTE, A CHARLEROI PER CONQUISTARE IL PERÙ

    Da Mourinho a “Mazzurinho”, ci può anche scappare un Mondiale. Cristian Benavente ha dovuto capovolgere il proprio mondo per riprendersi il Perù. Dal bianco luccicante e glamour di Madrid ai toni zebrati di Charleroi, dal cui miscuglio esce il colore giusto per la città vallona: il grigio. Dal Real Castilla di Zidane, con sporadiche puntate tra i big della prima squadra agli ordini di José Mourinho e, successivamente, Carlo Ancelotti, fino al pane duro da masticare agli ordini di Felice Mazzu, figlio di immigrati calabresi, allenatore in completa simbiosi con l’ambiente dove lavora. Emigrante dalle umili origini in una città a forte base operaia, messa a durissima prova dalla crisi con gli stessi punti di riferimento: organizzazione, disciplina, duro lavoro. Ma anche occhio lungo, quello che ha permesso allo Charleroi di diventare una delle più apprezzate realtà calcistiche belghe, e al suo tecnico Mazzu uno degli allenatori più quotati in patria.

    In questo laboratorio low-cost a tinte bianconere, Benavente è sbarcato nel gennaio 2016 con l’etichetta di “next big thing” già appiccicata sulla schiena da qualcun altro.

    Tredici anni di cantera Real Madrid si erano conclusi con un brutto flop non appena il ragazzo aveva provato a mettere il naso fuori dalla capitale spagnola. Avrebbe dovuto andare in prestito in qualche provinciale di Liga o Segunda División, invece Karl Robinson lo aveva convinto a optare per l’Inghilterra. Voleva costruire il suo MK Dons attorno a un gruppo di piedi buoni, gente che sapeva accarezzare il pallone e servirlo con tutti i crismi ai compagni.

    Un numero 10 come Benavente rientrava a pieno titolo nel progetto, non fosse che la Championship inglese non era propriamente il luogo ideale per proporre un certo tipo di calcio, specialmente quando i risultati venivano meno. Le conseguenze? Paura, cambio di modulo, restaurazione del classico 4-4-2 dove per la fantasia del peruviano l’unico spazio disponibile era quello sulla panchina. Ecco quindi, dopo sei mesi, la decisione di rescindere il contratto.

    Mezza punta, mezzo centrocampista: in realtà a Charleroi mi accorsi di essere un mezzo giocatore.

    Questa la disanima, molto lucida, fatta in tempi recenti da Benavente al quotidiano belga Het Laatste Nieuws. Un mezzo giocatore non nel senso negativo (e dispregiativo) del termine, bensì monodimensionale. Sono cresciuto nel Real Madrid, in squadre che per il 70-80% della partita avevano la palla. Per me il calcio era quello: la palla tra i piedi”.

    Charleroi non significa solo capovolgimento ambientale e prospettico, ma anche di cultura calcistica. Un mondo nuovo.

    “Una volta persa la palla, per Benavente il calcio finiva”, ha ricordato Mazzu. Ma una delle caratteristiche primarie del suo Charleroi è proprio quello di scovare e valorizzare il talento rimasto celato nelle pieghe più nascoste del mondo calcistico, sia esso uno scarto del Paris Saint-Germain come Neeskens Kebano o un prospetto del calcio iraniano quale Kaveh Rezaei. La riprogrammazione di Benavente dura più di un anno, tanto che anche all’inizio dell’attuale stagione il peruviano non è ancora titolare fisso. Una volta però chiamato in causa, lascia il segno. Convinto e convincente, e non solo per i gol da compilation Youtube che dissemina (da vedere, almeno, quello realizzato lo scorso 13 agosto all’Anderlecht, dopo aver saltato quattro uomini in dribbling), ma soprattutto per l’impatto del suo lavoro in campo nell’economia dello Charleroi.

    Non più una miccia che si accende e poi lascia giocare gli altri, ma un elemento integrante, e integrato, in una squadra composta – a detta del proprio allenatore – da venti titolari. Dopo la prima giornata dei play-off per il titolo, che lo Charleroi ha raggiunto per la terza volta in sei anni, Benavente vanta uno score stagionale di 10 gol e 4 assist, e una media voto nella regular season della Pro League pari a 6.38, la seconda migliore in assoluto dopo Matz Sels dell’Anderlecht. Prestazioni che sono valse a Benavente il ritorno in nazionale (26′ nella vittoria contro la Croazia), dove mancava dal 12 ottobre 2016.

    In Perù non lo hanno dimenticato, ma indubbiamente era scivolato in basso nella graduatoria dei talenti su cui contare per risollevare e mantenere competitivo il calcio del Paese.

    Nato e cresciuto in Spagna da padre spagnolo, ex giocatore di futsal, e madre peruviana (Magali Bristol, ex pallavolista), il suo primo momento di fama a Lima e dintorni lo ha vissuto nel biennio 2011-2013, tra il Sudamericano under-17 del 2011 e l’under-20 del 2013, torneo quest’ultimo in cui il Perù era arrivato a un gol dalla qualificazione al Mondiale di categoria. Il debutto in nazionale maggiore, avvenuto il 17 maggio dello stesso anno sotto la gestione Markarian, non era che la logica conseguenza di un percorso fino a quel momento lineare.

    Poi è arrivato il complicato abbandono del guscio di Madrid e Benavente si è fermato, finendo scavalcato da nuove e altrettanto talentuose leve. Presenze (14 in totale) sempre più sporadiche, fino all’uscita dal giro. Lo ha ripescato Ricardo Gareca, l’uomo del Perù nuovamente mundial dopo 36 anni di assenza. Il merito più grande va però ascritto a Felice Mazzu e ai suoi insegnamenti. Per diventare grandi, molti giovani giocatori necessitano di essere portati fuori dalla propria comfort zone”. In poche parole, la storia di Cristian Benavente.

    Credits
    Foto Copertina ©AFP
    Foto Cristian Benavente con Felice Mazzu©El Comercio
    Foto Benavente MK Dons ©LaPresse
    Foto Benavente Perù ©USI

    Alec Cordolcini

    Alec Cordolcini

    Autentico riferimento italiano per il calcio olandese (imperdibile in libreria il suo "La Rivoluzione dei Tulipani"), amante del Nord Europa (sogna il sole di mezzanotte di Tromsø), è firma autorevole su La Gazzetta dello Sport, il Guerin Sportivo, Rivista Undici.

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