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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • BENNI MCCARTHY E IL RISCATTO DI CITTÀ DEL CAPO

    La sala stampa è piena fino all’ultima fila: Benedict Saul McCarthy ha accettato la sfida. “Head coach“, è lui il nuovo tecnico del Cape Town City, club fondato un anno fa, realtà che ha l’obiettivo ambizioso di voler creare un polo calcistico alternativo all’Ajax Cape Town, accademia che per vent’anni ha attratto e selezionato il meglio dei talenti di Città del Capo.

    Anche Benedict è passato dall’Ajax, quello di Amsterdam, nel 1997. È stato il momento in cui ha capito di avercela fatta, di essersi lasciato alle spalle gli anni trascorsi in un sobborgo difficile.

    Le origini del miglior goleador della storia del Sudafrica vanno infatti ricercate tra le strade, a poche miglia aeree dal Capo di Buona Speranza. La fine degli anni ’80 porta con sé un’autentica rivoluzione nella storia del Paese, con la fine dell’epoca dell’apartheid. A Hanover Park quella che altrove è vissuta come una semplice transizione democratica lascia spazio a un periodo di anarchia. Lì si forma il giovane McCarthy, sotto gli occhi vigili dei genitori: ogni giorno il padre gli intima di stare lontano dalle gang, che occupano l’intero quartiere.

    Una cultura di violenza e possesso, quella dei gangster di Hanover Park, che vogliono gestire ogni cosa. Persino il pallone.

    Il gioco più amato nelle township sudafricane è sotto il controllo dei boss locali, che organizzano partite e calendari. Il piccolo Benedict diventa per tutti Benni, e mostra chiaramente di essere un talento diverso dagli altri, disposto a dimostrare le sue qualità ad ogni costo. Lo racconterà anni dopo al giornalista Graham Hunter, in una splendida intervista in cui svela i segreti delle cosiddette gangster leagues, i campionati amatoriali dell’epoca. Si giocavano alla domenica e mischiavano bambini come lui e boss della droga, come se tutto fosse normale. “Il calcio era l’unico momento in cui non c’era lotta“, parola di McCarthy.

    Battevamo le squadre degli altri gangster, andavamo dalle gang nei territori rivali, avevamo paura. Normalmente andar lì significava essere picchiati. Ma con il calcio potevamo andare ovunque.

    Un gioco che diventa traumatico, anche per uno forte come Benni. A 11 anni vede morire davanti ai suoi occhi il suo migliore amico, Reginald, colpito da un proiettile vagante mentre i due stavano giocando a pallone per strada. Benni rimarrà convinto, anni dopo, che Reginald sarebbe diventato più forte di lui. Intanto si lascia faticosamente alle spalle quel giorno, nell’aria tesa che si respira nelle township di Città del Capo. L’unico sfogo, non solo per lui, è l’immancabile pallone.

    Giocavamo con uno stile tutto nostro, lo “Shoe-shine piano”. Dovevamo lucidare la palla con la suola, eravamo così bravi da non farla mai sporcare mentre ci giocavamo.

    È il talento, nettamente superiore a quello dei suoi coetanei, a salvare Benni, che gioca già costantemente con i più grandi. Sempre di domenica, sempre nella gangster league, campionato che non abbandonerà nemmeno quando riuscirà a passare il primo provino dei Seven Stars, il suo primo club professionistico.

    Nel frattempo le urla della madre lo pressano più di stopper e terzini: “Andrai a scuola, o non giocherai più. Devi fare l’università, poi penserai al calcio!“. McCarthy non dimenticherà mai il suo aiuto, così come le difficoltà nel rapporto tra i suoi genitori: la madre viene ogni tanto maltrattata dal padre, il sogno di Benni è regalarle “la vita che lei si merita. Ci riuscirà, ancora una volta, grazie al Gioco, che in Sudafrica ha ancora due nomi: Football o Soccer. È la stessa famiglia, una presenza controversa ma fondamentale, ad aiutarlo nell’evitare le scelte sbagliate, come quelle del suo ex compagno di classe Gavin: “Era preso in giro da piccolo perché era basso, quieto e di bell’aspetto. Io ero già la stella di calcio della scuola e lui uscì per un po’ con me, per essere tranquillo. Alla fine quel ragazzo piccolo e magro è diventato quello che comanda.

    Era un amico, ma il suo modo di lavorare non poteva avere spazio nella mia vita. Non mi piacerebbe dovermi continuamente guardare alle spalle.

    Ai microfoni di FourFourTwo McCarthy svela la storia del suo ex amico, ora “numero uno nel business della droga a Città del Capo“.
    Il cammino di Benni continua tra scelte oculate e opportunità arrivate quasi per caso. Come quella che si presenta nel 1997, quando è sufficiente un Mondiale Under 20 giocato al meglio delle sue possibilità per convincere l’Ajax a portarlo ad Amsterdam. Grazie a lui gli olandesi sceglieranno di investire una buona parte del loro budget nella costruzione della celebre academy sudafricana, tuttora presente a Parow, nell’est della metropoli. I suoi Seven Stars vengono comprati, diventano parte del progetto.

    Benni saluta il mondo che lo ha cresciuto, le “gangster leagues” e le periferie, e lascia un’eredità pesante, l’Ajax Cape Town.

    La sua mente è già in Europa, dove trova “fantastici allenatori” decisivi nella sua formazione: Co Adriaanse, Louis van Gaal, Morten Olsen e José Mourinho. Benni apprende da loro ogni dettaglio, come una spugna, memorizza gli stili differenti dei suoi tecnici e non butta via nulla.

    Il resto è storia. McCarthy diventa il primo sudafricano a vincere la Champions League, un’impresa realizzata con il Porto di Mourinho. Ottiene soddisfazioni e record tra Celta Vigo e Blackburn, prima di concedersi una meritata chiusura di carriera tra gli applausi a Johannesburg con la maglia degli Orlando Pirates, i “bucanieri” di Soweto. Mentre appende le scarpe al chiodo, il suo futuro appare già chiaro.

    Penso che ci sia spazio, nel calcio, per gente come me. Perché io so da dove provengo, ciò che ho dovuto fare per arrivare dove sono ora, e ho dovuto lavorare in maniera dura, dannatamente dura, probabilmente molto più duramente di molte altre persone.

    Il suo ritorno a casa sarebbe avvenuto due settimane dopo. Benni viene convinto dal progetto Cape Town City, club fondato nel 2016 con l’ambizione di unire in una sola anima i tanti volti di Città del Capo. È questo il sogno di John Comitis, imprenditore, presidente e fondatore della squadra che sfida apertamente il modello Ajax, società di cui lo stesso Comitis ha posseduto azioni ma che non ha mai davvero conquistato i tifosi della metropoli sudafricana. Nel momento in cui deve scegliere il nuovo allenatore, il chairman sceglie di saggiare l’opinione della gente comune. Da un taxi all’altro, la risposta è sempre la stessa: Benni McCarthy, un uomo che conosce perfettamente la realtà locale e che si è fatto un’opinione precisa sui recenti sviluppi delle scuole calcio del posto.

    Quando guardo ora ai club e alle accademie, vedo così tante cose sbagliate nel nostro calcio, è perché hanno dimenticato l’essenza di ciò che significa essere un calciatore. È avere la passione, giocare a calcio puramente perché lo si ama, non per ciò che ci si può guadagnare. I calciatori a volte si sentono troppo comodi. Dobbiamo tornare al tempo in cui dovevano guadagnarsi ogni cosa.

    Non è mai stato regalato nulla a Benni, che non vede l’ora di tornare sul campo e mettersi in gioco. La Premier Soccer League sudafricana è uno dei campionati più interessanti dell’intero continente nero: il dominio dei colossi di Pretoria e Johannesburg nel Football è tornato finalmente in discussione. Il Cape Town City vuole gareggiare per l’impresa più difficile, quella mai riuscita all’Ajax: riportare il titolo all’ombra della Table Mountain.

    E per Benedict Saul McCarthy, ragazzo di strada diventato “head coach”, è una sfida impossibile da rifiutare.

    Foto McCarthy Porto ©LaPresse
    Foto McCarthy Seven Stars e McCarthy/Comitis ©GalloImages
    Foto Hanover Park ©Emily Jan
    Immagine in evidenza ©Cape Town City FC

    Bruno Bottaro

    Bruno Bottaro

    Bergamasco, una laurea in Scienze della Comunicazione, classe '93. L'anima turca di MondoFutbol.com. Viaggi, musica e fútbol: cittadino del mondo. Ha iniziato fondando il blog Calcioturco.com.

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