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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • SCIOPERI E SCANDALI, IN ARGENTINA “LA PELOTA SE MANCHÓ”

    La notizia è che si è tornati a giocare dopo 80 giorni di astinenza e un mese di rinvii. Il campionato argentino è tornato venerdì 10 marzo con la sfida tra Vélez ed Estudiantes, anticipo della 15.ma giornata di campionato che avrebbe dovuto svolgersi il 3 febbraio.
    A sbloccare la paralisi è stato l’accordo raggiunto nel pomeriggio dell’8 marzo al Ministero del Lavoro tra il sindacato calciatori e l’AFA, la Federazione argentina: vittoria del sindacato, che otterrà il pagamento degli stipendi arretrati per tutta la categoria grazie a un versamento di 362 milioni di pesos (circa 22 milioni di euro), e punto finale a una telenovela che ha finito per assumere le tinte del film horror.
    Ma la ripresa del campionato non spazza la palude in cui continua ad annaspare il calcio argentino che, dopo la scomparsa di Don Julio Grondona nel 2014, si è inesorabilmente spinto fino alla soglia del precipizio, sommerso dai debiti, vittima del “post-grondonismo” e alla mercé di agenti e speculatori che “arraffano” i migliori talenti per due briciole prima ancora che riescano a esplodere in prima squadra.

    La triste realtà, al contrario di quanto disse Maradona poco più di 15 anni fa davanti a una Bombonera commossa per la sua ultima esibizione in campo, è che da tempo “la pelota se manchó”.

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    Giusto per attenersi ai fatti, quelli recenti: a innescare una situazione già esplosiva sei mesi fa è stata la decisione del Governo di chiudere i rubinetti dopo anni di vacche grasse. Una volta vinte le elezioni, Mauricio Macri (fino a pochi anni fa presidente del Boca) ha fatto saltare il banco annunciando la rescissione del contratto che negli ultimi otto anni ha tenuto in vita il calcio argentino grazie ai soldi pubblici del cosiddetto “Futbol para Todos”, un gentile omaggio del precedente governo kirchnerista al buon Don Julio dal valore totale di 630 milioni di dollari. Uno sproposito, che tuttavia non è bastato a evitare oggi il rischio di collasso per oltre il 60% dei club professionisti (la maggior parte di terza e quarta divisione). Logico, dunque, che dopo il “voltafaccia” della Casa Rosada sia scattato l’allarme rosso, con l’AFA e i club improvvisamente senza ossigeno. Tanti giocatori nelle categorie inferiori hanno smesso di percepire gli stipendi da ottobre, tanto da dover trovare una seconda e una terza occupazione per portare a casa il pane a fine mese.

    I casi di Ramiro Montenegro, difensore dell’Excursionistas (Primera B) improvvisatosi idraulico, o quello di Diego Sueldo, centrocampista dell’Altos Hornos Zapla (Federal A) convertitosi in venditore di panini, sono stati oggetto di servizi anche da parte dei giornali stranieri, che difficilmente riescono a comprendere come il calcio argentino sia potuto sprofondare in una crisi di tali proporzioni.

    Sono seguiti due mesi abbondanti di braccio di ferro, con l’AFA impegnata a ottenere il pagamento dell’ultima tranche del vecchio “Futbol para Todos” oltre a una penale per la sua rescissione, un totale di 350 milioni di pesos (più altri 120 di penale) a cui il Governo ha dato il via libera solo due settimane fa.
    I soldi ottenuti dall’AFA, sufficienti a tirare avanti almeno fino a giugno, sembravano aver sbloccato la situazione quando si è aperto un nuove fronte di battaglia, quello del sindacato calciatori guidato da Sergio Marchi: i giocatori hanno incrociato le braccia pretendendo la totale estinzione degli arretrati maturati negli ultimi mesi, dal primo all’ultimo tesserato (per un totale, secondo il sindacato, di 362 milioni). Il fronte sindacalista è rimasto compatto, senza cedere alle pressioni dei dirigenti (che avevano minacciato di schierare le squadre Primavera scatenando l’ira dei tecnici) e facendo saltare la ripresa del torneo prevista lo scorso fine settimana.

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    Mercoledì 8 marzo il tanto agognato accordo, con l’AFA che ha accettato di girare al sindacato l’intera somma che riceverà dal Governo.
    Il bello, per così dire, è che tutto questo non è che una minima parte della drammatica condizione in cui versa il fútbol albiceleste.
    Perché nel frattempo continua il vuoto istituzionale in seno alla federazione, guidata da una commissione “normalizzatrice” imposta dal Governo e incapace di organizzare nuove elezioni in nove mesi di furiose lotte intestine (in cui primeggiano personaggi controversi come gli ex leader sindacalisti Claudio Tapia e Hugo Moyano, ma qui è meglio evitare di addentrarsi…). Gli schieramenti sono ormai delineati e pare si possa finalmente andare al voto a fine mese, ma i giochi sono ancora aperti e il condizionale è d’obbligo.

    Dopo il papelón della precedente votazione (terminata con 38 voti pari a fronte di 75 votanti) è lecito attendersi di tutto.

    La partita si gioca soprattutto sulla trattativa per la cessione dei diritti televisivi, che non sono ancora stati assegnati.
    La gara è fra tre colossi (ESPN, Fox/Turner e MediaPro), ma a quasi tre settimane dalla presentazione delle rispettive offerte non si conosce ancora il vincitore. L’obiettivo, grazie una base d’asta fissata a 3 miliardi di pesos per 5 anni (più un bonus di 1,2 miliardi), pari a circa 260 milioni di dollari, è sostanzialmente quello di ripetere lo schema degli ultimi, disastrosi nove anni, ma almeno a tenere in vita il movimento non saranno più i soldi pubblici. Certo, di progettualità manco a parlarne, anche perché a muovere le fila è sempre lo stesso manipolo di dirigenti “grondonisti” che dopo il vuoto lasciato da Don Julio hanno iniziato a darsi battaglia per ereditarne il potere.

    I problemi non sono certo cominciati con la scomparsa di Grondona, ma è da quel momento che il fango ha iniziato a venire a galla fino a generare la palude di oggi.

    (161111) -- BELO HORIZONTE, Nov. 11, 2016 (Xinhua) -- Lionel Messi of Argentina reacts during the qualification match for the 2018 FIFA World Cup finals between Argentina and Brazil at the Mineirao Stadium in Belo Horizonte, Brazil, Nov. 10, 2016. Argentina lost 0-3. (Xinhua/Li Ming)

    Grondona ha semplicemente avuto la capacità di nascondere la polvere sotto il tappeto durante oltre un trentennio di gestione clientelare, in cui ha potuto ripartire a piacimento ricchezza e benefici facendo leva anche sul ruolo di tesoriere della FIFA. Tutto mentre i club accumulavano passivi monstre e la grande fetta della torta finiva chissà dove. Ma per farsene un’idea basta la notizia, di pochi giorni fa, del rinvio a giudizio di Anibal Fernández e Jorge Capitanich (esponenti di spicco del precedente governo nonché influenti dirigenti calcistici), entrambi accusati di malversazione insieme ad altri dieci dirigenti tra cui Luis Segura (che prese il posto di Don Julio alla guida dell’AFA), José Lemme (presidente del Defensa y Justicia), Miguel Silva (presidente dell’Arsenal) e Carlos Portell (ex numero uno del Banfield).
    La lotta per conquistare i vertici dell’AFA sta di fatto tenendo in scacco l’intero movimento, con effetti immediati nefasti e, visti i personaggi coinvolti, prospettive ancora peggiori.
    Nel frattempo, il disappunto della FIFA aumenta di giorno in giorno e da Zurigo pretendono che il vuoto istituzionale in calle Viamonte venga colmato una volta per tutte, per quanto l’ipotesi di sanzioni da Zurigo appaia onestamente improbabile. Questo è anche il triste scenario che circonda la Selección di un Bauza nel mirino di stampa e opinione pubblica, chiamata a superare Cile e Bolivia a fine mese per non rischiare di perdere il treno per il Mondiale.

    Come al solito, non resta che aggrapparsi al talento di Messi. Le sue magie, almeno quelle, incantano anche con una “pelota manchada”.

    Foto copertina ©AP
    Foto Maradona-Grondona e Messi ©LaPresse
    Foto Sergio Marchi ©Diario Popular

    Adriano Seu

    Adriano Seu

    Cresciuto a Milano ma orgogliosamente siciliano e irrimediabilmente sedotto dal fascino sudamericano. Dopo un primo approccio al giornalismo nella redazione di Peacereporter, compie il grande salto verso Buenos Aires, dove si forgia nella redazione de La Nacion prima di sbarcare alla Gazzetta dello Sport, con cui collabora da ormai 7 anni scrivendo di calcio sudamericano. Dal 2009 dedito al nomadismo selvaggio tra Argentina e Brasile, ha coperto una Copa America (2011), un Sudamericano Sub20 (2013), una Confederations Cup (2013) e un Mondiale (2014), oltre ad aver saltuariamente collaborato con Il Manifesto, Il Secolo XIX e Radio Popolare. Giornalista professionista dal 2013.

    C’è un commento.

    • Avatar
      Anna
      25 Agosto 2017, 22:08

      Nel corso delle 72 stagioni in massima serie il Napoli ha vinto 2 volte il campionato, giungendo al secondo posto in 6 occasioni e per 9 volte al terzo.

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