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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • CARILLE, IL NUOVO LEADER CALMO DEL CORINTHIANS

    Il 21 dicembre del 2016, Fábio Carille, allora allenatore in seconda del Corinthians, si preparava a passare un Natale come tutti gli altri. Fuggito nella sua Sertaõzinho, a 300 chilometri da San Paolo, per le compere di routine insieme alla famiglia, passeggiava per il centro senza che i flash o l’attenzione dei tifosi turbassero la sua tranquillità, domandandosi al limite chi avrebbe dovuto assistere in panchina al rientro dalle vacanze. La risposta gli giunse la sera stessa: “Torna in città domani, abbiamo scelto te”.
    Per i regali last-minute del 23 dicembre, Carille fu costretto a lasciar fare ai famigliari. Oltre allo squillare incessante del cellulare, cercato da infinite emittenti, anche a Sertaõzinho la voce si sparse in fretta, con gli occhi della gente che si facevano più attenti nel tentativo di scovare l’uomo del momento.

    Era più curiosità che popolarità, comunque, perché in pochi si erano accorti di quegli otto anni di fedele apprendistato che Carille aveva trascorso al Timão.

    Ancora di meno erano quelli che si ricordavano di tale Fábio Luiz, terzino sinistro che nel 1995 era passato per il club senza lasciare alcuna traccia. Per il futuro tecnico, al tempo conosciuto soltanto col nome, erano i primi passi di una carriera iniziata non molto tempo prima proprio a Sertãozinho, dove si era trasferito per seguire i genitori, lasciando San Paolo. Fuori dalla metropoli paulista le chances di diventare calciatore diminuiscono, ma Fábio è determinato e, insieme al diploma da tornitore meccanico e al lavoro in una fabbrica di zucchero e alcool, riesce a ottenere la prima opportunità professionale nella squadra locale.
    La sua sarà una carriera da nomade, più votata all’amore per il futebol che a capire quali siano le sue reali possibilità di sfondare. Oltre dieci maglie vestite in 15 anni, inclusa quella del Guangzhou, prima della decisione di diventare auxiliar-técnico.
    Ma una strada di successo, nel calcio, ha bisogno oltre al talento del tempismo e delle persone giuste. Sulla sua, Carille ha la fortuna di trovare Mano Menezes, con cui lavorerà durante uno stage al Grêmio.

    Fábio evidentemente si gioca bene le sue carte, perché, una volta passato al Corinthians, Mano si ricorderà di lui.

    Il ritorno al Timão, su segnalazione di Menezes, è un sogno che Carille onora con la più profonda dedizione, qualità che non passerà inosservata e gli varrà la conferma nel club quando il suo mentore lascerà per guidare la Seleçao, aprendo le porte all’arrivo di Tite.

    Per otto lunghe stagioni, al cospetto di due degli allenatori più vincenti della storia del Corinthians, oltre a qualche altro tecnico, Carille osserva, studia, assorbe, impara e cresce, tanto che lo stesso Tite finirà presto per affidargli sempre più responsabilità, facendogli dirigere in prima persona qualche seduta di tattica o allenamenti specifici per la fase difensiva. Ma non solo, perché da assistente, Fábio diventa di fatto un influente braccio destro che è coinvolto in tutte le decisioni. È lo stesso attuale allenatore del Brasile a sottolinearne l’importanza in un’intervista alla trasmissione “Jogo Aberto”: “Carille merita tutti gli elogi che sta ricevendo, ma per favore non dite che i suoi risultati sono dovuti al fatto che abbia lavorato con me.

    È soltanto il frutto del suo grandissimo lavoro. Carille mi ha aiutato molto a crescere.

    In questo lungo praticantato a Itaquera capita anche che, nel passaggio da un allenatore all’altro, Fábio debba guidare la squadra. Lo farà in due occasioni, nel 2010 e nel 2016, senza che gli addetti ai lavori vi prestino troppa attenzione. Lo stesso presidente di allora, Andrés Sánchez, interrogato dalla stampa sul primo incarico temporaneo del tecnico, rispose: “Chi è Carille? Non so chi sia”. Questione di soprannomi, perché dentro il club per tutti è soltanto Fábio.
    Ma non stupisce il fatto che tanti anni di lavoro di grande qualità siano passati sottotraccia, perché Carille non è tipo da riflettori. Allenatore pacato e silenzioso, preferisce esprimere la sua leadership attraverso la sicurezza con cui spiega i concetti, da ripetere allo sfinimento, ai suoi giocatori. Alzare la voce è praticamente un tabù. E poi, un occhio particolare ai rapporti umani: “La sincerità, essere diretti, è forse la cosa più importante di questo lavoro”.

    Un “tranquilão”, come lo descrive chi ci lavora insieme. Sì, ma una volta che gli affidano le chiavi del Corinthians, diventa impossibile non accorgersi di lui.

    La terza volta, quella del Natale 2016, è infatti quella buona per Carille che finalmente diventa più che un tecnico ad interim. A essere onesti, la scelta della dirigenza corintiana ha tanto a che fare con una situazione pressoché disastrosa, societaria quanto sportiva. Dopo aver provato inutilmente a sostituire Tite, che nel frattempo ha rivoltato la Seleção come un calzino, con Cristóvão Borges e il ritorno di Oswaldo de Oliveira, il Timão decide di optare per la soluzione interna e più economica, viste le finanze non felicissime del club tra le spese per la nuova costosa Arena Corinthians e diverse operazioni di mercato care quanto fallimentari.

    Ma Carille, che ha vissuto i successi e le cadute della società alvinegra, ha le idee chiarissime su come rivoltare il suo calzino. Sa che il Corinthians è per tradizione squadra tignosa, solida, dal grande cuore e carattere. Inizia così a lavorare sulla difesa e sulla compattezza del collettivo, partendo da quel 4-1-4-1 ereditato da Tite che in qualche mese si alternerà a un più fluido 4-2-3-1. Facendo di necessità virtù, si affida con successo ai classe ’97 Guilherme Arana (terzino sinistro) e Maycon (centrocampista), due prodotti di casa su cui a breve pioveranno i milioni europei. Sul mercato, il volante Gabriel dal Palmeiras e l’acquisto, contestato, di dalla Cina sono le sue scommesse. Le vincerà.

    Ma la cosa impressionante è come questa serie di mosse, una volta sul campo, si incastrino come i tasselli di un puzzle perfetto.

    Il Corinthians, che sperava in una stagione dignitosa e di ricostruzione, si ritrova a dominare il Paulista 2017, vinto nella doppia finale contro il Ponte Preta. L’inizio, e non solo, di Brasileirão è altrettanto scoppiettante e conferma le impressioni: in pochi mesi, Carille ha forgiato la squadra che, con tutta probabilità, aveva in mente. Equilibrata, paziente nella ricerca del gol, cinica. E praticamente impenetrabile. Otto gol concessi nelle prime 18 gare di campionato e zero sconfitte sono testimonianza di un DNA ritrovato, quello corintiano, oltre che della grande mano del tecnico. Tra le vittorie-simbolo di questa parte di stagione c’è sicuramente il 2-0 rifilato a domicilio al Palmeiras campione: una prova di maturità assoluta, con la squadra capace di rimanere compatta per lunghissimi tratti per poi colpire alla prima occasione, visti i soli due tiri nello specchio.
    La missione di Fábio, adesso, è quella di portare lo stesso brio nel gioco offensivo, per ampliare ancora quel gap sulle inseguitrici del Brasileirão e trasformare una stagione sorprendente in un capolavoro.

    Per questo, nei prossimi mesi Carille andrà a studiare il Napoli di Maurizio Sarri, per capire come replicare le giocate mirabolanti di Hamšík, Insigne, Callejón e Mertens anche all’Itaquerão. “Mi piace moltissimo cercare su Internet gli allenamenti delle squadre europee, per capire perché si fanno certe cose“, ha detto a “Band Esporte Clube“. Come sempre, osserverà, chiederà, e assorbirà.

    E poi insegnerà, a bassa voce, da vero leader calmo e sicuro dei precetti che vuole trasmettere. Per uno così, è una fortuna che quel diploma da meccanico sia rimasto chiuso nel cassetto.

    Foto di copertina ©Avener Prado/Folhapress
    Carille e Tite ©Sctimao.com
    Carille in panchina ©Daniel Augusto Jr./Agência Corinthians
    Primo trofeo di Carille ©Ag. Corinthians

    Alessandro Bai

    Alessandro Bai

    Mezzo italiano e mezzo brasiliano, si è ritrovato forse non per caso a studiare a Sheffield, che Orwell definisce “una delle più brutte città del vecchio mondo”, ma che è anche la patria del calcio. Parla cinque lingue, il che lo ha fatto innamorare della maggior parte dei posti che ha visitato. Ma in tutto questo viaggiare, non ha mai dimenticato la sua Milano.

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