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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • CASEMIRO, LA PROMESSA MANTENUTA

    La palla respinta che esce dall’area e scorre verso il centrocampo. Una selva di gambe davanti e soltanto là, in lontananza, il miglior portiere al mondo.
    È il 16′ del secondo tempo della finale di Champions League di Cardiff, quando Casemiro guarda rotolare verso di sé quella sfera. Corre e la osserva, forse rivedendoci un po’ della sua breve carriera.

    Lo spazio per provarci ci sarebbe anche, ma insomma, le chances di sorprendere Buffon sono un po’ poche. Però, in fondo, tentare è il solo modo di sapere. E poi chissà, magari la fortuna aiuta.

    Perché, inutile negarlo, ci vuole anche quella. Il piede di Khedira che fa impennare il pallone è infatti soltanto l’ennesima forma assunta da quella mano invisibile che, in più di un’occasione, ha riportato Casemiro sulla strada giusta. Un percorso di cui tutti oggi celebrano il successo, ma che ha conosciuto salite, frenate brusche e svolte impreviste.

    Lunghissimo, soprattutto, molto più dei 100 chilometri scarsi che separano São José dos Campos, dove Casemiro è nato nel 1992, dalla metropoli São Paulo. Per percorrere questa distanza, il piccolo Carlos impiegherà 10 anni, durante i quali si dividerà tra educazione, famiglia e i primi calci tirati all’Escolinha di zona.
    Le responsabilità, però, sono già quelle di un adulto, eredità indesiderata di un padre che lo abbandona all’età di tre anni, costringendolo a crescere in fretta. Da più grande della casa, è lui che si prende cura del fratellino Lucas e della sorella Branca, scaldando loro il cibo lasciato dalla mamma Magda, indaffarata fin dalla prima mattina. La routine di Casemiro non è troppo diversa da quella di tanti altri bambini brasiliani, scandita da abitudini che gli ricordano costantemente le sue modeste possibilità. Tra queste c’è la signora col carretto di Yakult, uno yogurt da bere molto popolare in Brasile, che però la sua famiglia non si può permettere. Così, ogni giorno poco prima delle 5, orario di arrivo della venditrice, la mamma di Carlos invita tutti a tornare a casa perché “si è fatto tardi”.

    Poco importa, perché qualche anno dopo, al suo primo contratto da professionista, Casemiro porterà a casa ben 80 bottigliette di Yakult.

    Nel 2002, dopo innumerevoli weekend trascorsi a dormire a casa di suoi compagni di squadra per poter arrivare in tempo alle partite a São José dos Campos, arriva la chiamata del São Paulo, che lo aggrega al Centro de Formação de Cotia, culla in cui allevare i fenomeni del domani.
    È qui che, una volta passato nell’Infantil all’età di 13 anni, conosce Bruno Petri, preparatore prima e tecnico poi che, contattato da MondoFutbol, traccia un profilo di quel giovane talento ancora acerbo:

    Inizialmente emersero più la sua grande forza di volontà e il lato fisico. È grazie a queste doti che fu ammesso al São Paulo, mentre ci volle un anno perché la sua qualità venisse fuori grazie al lavoro, era ancora molto grezzo.

    Quello che entra a far parte delle giovanili del club paulista è ancora un ragazzino con “poca conoscenza del mondo“, come lo descrive Petri, che ne ricorda ancora lo spaesamento di fronte ai sottopassaggi della metro della trafficata Avenida Paulista, che Casemiro aveva paura di attraversare quando l’ex tecnico lo accompagnava dopo i primi allenamenti.

    In quegli anni, giocando sempre con ragazzi più grandi, Casemiro migliora e, soprattutto, si impone come leader in mezzo al campo, facendo incetta di trofei a livello giovanile con il Brasile, con cui vince Mondiale U-20, Sudamericano Sub-17 e Sub-20. La sua sicurezza con la palla tra i piedi, però, è opposta al carattere di un ragazzo timido, umile e dalle pochissime parole, semplicemente envergonhado come ripetono nell’ambiente. Caratteristiche che verranno confuse per arroganza, facendogli guadagnare il soprannome di “Casemarra”, da marrento, arrogante appunto. Una reputazione che accompagnerà i primi anni da professionista del centrocampista, un periodo fatto di difficoltà, come spiega ancora Bruno Petri, considerato alla stregua di un padre dal giocatore: “L’arrivo tra i professionisti fu difficile. È un mondo di assedio, in cui lui non aveva nessuno che lo aiutasse.

    Si chiuse in sé ed ebbe dei comportamenti sbagliati — salì in prima squadra due anni prima del tempo, e non seppe gestire bene il molto denaro o l’interesse delle ragazze.

    Una frenata che fece riflettere persino il São Paulo, non più così convinto delle potenzialità del giocatore.

    Ecco, però, quella mano invisibile.

    A inizio 2013, in un momento estremamente complicato, è un osservatore del Real Madrid a chiedere di Casemiro. Gli spiegano che la stella che aveva attirato gli occhi di tanti club europei sembra essersi un po’ persa, che forse non diventerà ciò che si aspettavano. Una vera fortuna, per il centrocampista, perché i Blancos sono in cerca di scommesse da vincere, e quella richiesta di appena 5-6 milioni semplifica tutto.
    Il trasferimento al Real Madrid Castilla è una scossa per Casemiro, che capisce di essere di fronte al treno della propria vita, uno che potrebbe non passare più. Una motivazione che riempie di coraggio quel ventunenne che, prima di attraversare l’Oceano, saluta così la mamma in aeroporto:

    Questa è la mia ultima chance, e farò di tutto per poter restare là.

    Bastano poche partite per convincere il Madrid, e soprattutto José Mourinho, che il ragazzo è pronto per passare dalla filiale alla squadra dei grandi. Arriverà anche l’esordio in Liga, ma l’addio di Mou a fine stagione e l’acquisto di Illarramendi, voluto dal neo tecnico Ancelotti, complicano ancora una volta le cose, costringendo il giocatore a un ruolo marginale nella sua prima stagione intera in Spagna. Quella di spendere molti soldi per Illarramendi fu una richiesta esplicita di Ancelotti, non convinto da Casemiro”spiega ancora Bruno Petri. “L’interesse del Porto, nell’estate 2014, fu l’ennesimo colpo di fortuna per la sua carriera, perché con Lopetegui disputò una stagione straordinaria.”

    Durante il prestito a Oporto il centrocampista trova fiducia e convince i Dragões a esercitare il riscatto. Alla Casa Blanca, però, ebbero l’accortezza di inserire la recompra, per non ripetere l’errore del São Paulo. Casemiro torna così a casa, dove nel frattempo è cambiato tutto: esonerato Ancelotti, il brasiliano si allena agli ordini di Benítez, che però durerà appena qualche mese prima di far spazio a Zidane, con cui arriverà l’evoluzione definitiva, oltre a due Champions League, due Mondiali per Club, due Supercoppe Europee, una Liga e una Supercoppa di Spagna.
    Il feeling con il tecnico francese è immediato, complice l’applicazione totale del volante, che si cala perfettamente nella parte che Zizou aveva immaginato per lui. “Casemiro avrebbe la tecnica per fare ciò che fanno Modrić o Kroos, ma ha capito che nel Real non ce n’è bisogno, così si limita a essere un ‘servitore’ per gli altri, e Zidane lo ha notato“, rivela Bruno Petri, che ha più volte ascoltato gli apprezzamenti del giocatore verso l’allenatore madridista. “È fondamentale che sia lui a dare equilibrio all’intera squadra.

    Dopotutto, come mi ha detto lui stesso, nel Real sono in tre a difendere: lui, e i due difensori centrali. Il resto della squadra è votato al gioco offensivo.

    Un padrone umile per un centrocampo galactico. Talmente umile che quel carattere da envergonhado emerge ancora oggi all’uscita dalla Ciudad Real Madrid, dopo ogni allenamento, quando Casemiro si imbarazza e deve sforzarsi di fermarsi per flash e autografi, quasi incredulo che siano veramente per lui. “In campo questo non succede, perché è il suo territorio,” racconta Petri. Lì, non esiste timidezza.

    Era la condizione imprescindibile, per mantenere quella promessa fatta quel giorno a mamma Magda in aeroporto.

     

    Si ringrazia Bruno Petri per la grande disponibilità.

    Foto di copertina ©LaPresse
    Foto di Casemiro in Juve-Real ©Associated Press
    Foto di Casemiro al São Paulo ©footballgate.com
    Foto di Casemiro col Porto ©Fabrice Coffrini

    Alessandro Bai

    Alessandro Bai

    Mezzo italiano e mezzo brasiliano, si è ritrovato forse non per caso a studiare a Sheffield, che Orwell definisce “una delle più brutte città del vecchio mondo”, ma che è anche la patria del calcio. Parla cinque lingue, il che lo ha fatto innamorare della maggior parte dei posti che ha visitato. Ma in tutto questo viaggiare, non ha mai dimenticato la sua Milano.

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