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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • CLUB ETNICI E “OLD SOCCER”: IL CALCIO AUSTRALIANO PRIMA DELL’A-LEAGUE

    New football, old soccer.

    In appena quattro parole, pronunciate nel silenzio di un teatro di Sydney nel novembre 2004, Frank Lowy invitava tutti gli appassionati di calcio australiani a guardare avanti, verso la neonata A-League, e calare un grande sipario su tutto ciò che l’aveva preceduta.
    Elencando una dopo l’altra le regole del nuovo campionato, quasi si trattasse di spiegare ai presenti un nuovo sport, il presidente della Football Federation Australia (FFA) richiedeva in realtà uno sforzo ancora maggiore — pretendere che quel passato non fosse mai esistito. Quello era appunto l’old soccer, una pagina da cancellare piuttosto che una base su cui costruire il new football. Ebbene, Lowy ebbe ragione.
    La prima stagione di A-League, inaugurata nell’agosto 2005, fece registrare un incremento di tifosi del 161% rispetto al campionato precedente, quello che segnò la fine, ma si può dire fallimento, della National Soccer League (NSL). C’era di più: il 41% dei sostenitori attirati allo stadio dalla nuova lega non aveva mai assistito in passato a un match di NSL. Nel novembre dello stesso anno la Nazionale australiana superò l’Uruguay nei playoff della Coppa del Mondo, qualificandosi per Germania 2006, che sarebbe rimasto nella storia come il miglior Mondiale disputato dall’Australia.

    Ma c’era un dettaglio che Lowy e la federazione, ovviamente ritenuta tra i fautori dell’impresa, avevano forse trascurato: quel gruppo di giocatori aveva un passato.

    Prendete Mark Viduka, capitano dei Socceroos in quella spedizione. L’ex giocatore del Leeds, nato a Melbourne ma di evidenti origini croate, mosse i primi passi da professionista nei Melbourne Knights. Dell’attaccante, oltre alle valanghe di gol che regalarono una Grand Final e un titolo NSL nelle sue tre stagioni di militanza, si ricorda il gesto, dopo ogni esultanza, con cui Viduka baciava la bandiera della Croazia presente sul logo della squadra.

    A quel tempo, i Melbourne Knights erano tra i più popolari e vincenti ethnic clubs, ovvero quelle società nate in Australia tra gli anni 50 e 60, fondate e basate su una specifica comunità etnica, nel caso in questione ovviamente quella croata. In realtà, erano proprio questo genere di squadre a dominare la scena del calcio nazionale, frutto dell’ondata d’immigrazione dall’Europa che riguardò il Paese nel secondo dopoguerra. Italia, Jugoslavia (e i paesi ora indipendenti che la formavano), Grecia, Ungheria — queste le principali comunità per le quali l’Australia rappresentava il luogo dove cominciare una nuova vita e, ovviamente, dove portare la più grande delle passioni: il pallone. Da loro nacquero quei club che, circa mezzo secolo dopo, Lowy definirà old soccer. Ad esser più precisi, si potrebbe però specificare che l’old soccer è nato grazie a loro.
    Al loro arrivo in Australia, infatti, i migranti trovarono un terreno particolarmente fertile. Come spiega a MondoFutbol Joe Gorman, autore del libro Life and Death of Australian Football, “prima di questa immigrazione di massa il calcio nazionale era in mano agli anglo-australiani, non era uno sport professionistico e aveva standard molto bassi.

    Quello che hanno veramente portato i migranti europei è stata la professionalità.

    Agli occhi di chi entra in un nuovo Paese, spesso senza conoscerne la lingua, fondare o aggregarsi a una società di calcio è un modo per stringersi alla comunità di connazionali — affrontare problemi cruciali come la ricerca del lavoro insieme spaventava molto meno che farlo da soli. Così inizialmente, dando quasi la priorità al fattore sociale, i migranti cominciarono a mettere soldi in questi nuovi club: gli italiani fondano il Club Marconi e l’APIA (Associazione Poli-Sportiva Italo Australiana), nascono SC Croatia (che diventerà Melbourne Knights) e il Sydney United dalla comunità croata, il St George Budapest che fa capo agli ungheresi e il South Melbourne Hellas, di chiara impronta greca, guidato tra il 1989 e il 1991 da una leggenda come Ferenc Puskás. Assieme a loro, altre decine di squadre iniziano a popolare i sobborghi delle più grandi città e, soprattutto, iniziano a giocare.

    Perché dovrebbero avere il diritto di creare delle loro squadre, anziché unirsi a quelle locali esistenti?

    Questa, secondo Joe Gorman, era la domanda che molti australiani, contrari al fenomeno degli ethnic clubs, si ponevano. “Immagina che all’improvviso nasca un club che vesta di blu, si faccia chiamare “Azzurri”, e inizi a battere le tue squadre. La gente australiana la considerava una minaccia,” spiega il giornalista. L’odore di ćevapi che si alzava dalle tribune durante alcune partite, o sentire i tifosi urlare “Croazia, Croazia” non rientrava in quella politica di assimilazione voluta dal governo, secondo cui gli immigrati avrebbero dovuto trasformarsi in australiani nel minor tempo possibile.

    Il calcio era visto come un elemento che aiutava questa gente a mantenere le proprie radici, una barriera al processo di “australianizzazione”.

    È però sbagliato pensare agli ethnic clubs come delle cerchie chiuse e ristrette — in realtà, queste squadre diventarono presto completamente open doors, accogliendo giocatori e tifosi di qualunque nazionalità pur mantenendo la propria identità. Per molti calciatori, far parte di queste società rappresentava un’esperienza unica e arricchente, come lo stesso Viduka spiegherà anni dopo, dicendo di amare addirittura di più i giocatori non croati presenti ai Melbourne Knights perché erano “stranieri che lottavano per noi”.
    L’atteggiamento ostile del Paese non frenò comunque queste squadre dallo svilupparsi, in alcuni casi anche in vere e proprie superpotenze — è il caso del St George Budapest che diede ben cinque giocatori all’Australia che nel 1974 giocò la sua prima Coppa del Mondo. Proprio il club di radici ungheresi e altre squadre etniche furono tra i promotori della pazza idea che diventò realtà nel 1977: far diventare il calcio il primo sport in Australia ad avere un campionato nazionale.

    [Una parte del documento che riporta le battute più significative del meeting da cui nacque la NSL.]

    Dopo anni di competizioni statali, la National Soccer League diventava così la prima lega a riunire squadre da tutto il Paese. A quel tempo, però, la vecchia Australia Soccer Association (ASA) aveva già puntato gli occhi sul movimento — pur “benedicendo” la creazione della NSL, la federazione da anni metteva pressione ai club perché intraprendessero quel percorso di “de-etnicizzazione” che ne avrebbe aumentato la popolarità fuori dalle specifiche comunità. Inoltre, gli scontri avvenuti sugli spalti nei match più caldi contribuirono ad accentuare il malcontento, nonostante secondo Peter Rowney, tifoso di lunga data del St George Budapest, questi riguardassero solo una stretta minoranza: “Solitamente erano soprattutto gli incontri tra squadre di origine balcanica a presentare questi problemi. Purtroppo, i media diedero molto risalto a questi episodi, rovinando il gioco”.
    Così, mentre squadre come St George, Sydney Hakoah, Marconi, Melbourne Knights e South Melbourne (tutti ethnic clubs) si spartivano il bottino dei primi due decenni di NSL, l’Australia calcistica si convinceva di essere vicina al punto di non ritorno — secondo lo stesso Rowney, che seguiva la sua squadra praticamente ogni weekend, “c’era un bisogno disperato dell’A-League”.
    Joe Gorman definisce la NSL di inizio Anni 2000 come un campionato “completamente al verde”. In effetti, col passare delle stagioni l’affluenza media era scesa, e la maggior parte dei club era pesantemente in debito. Le difficoltà ad ampliare il bacino di tifosi erano diventate evidenti, e questo portò i nuovi investitori a preferire squadre sconosciute ma locali, o addirittura create da zero.
    La logica dietro la creazione dell’A-League era di far partecipare una squadra per ogni città, concentrando la base di tifosi – aggiunge Gorman. Questo escludeva gli ethnic clubs, incapaci di attirare sostenitori al di fuori della loro comunità”.

    In senso commerciale, l’elemento etnico di queste società era diventato il loro limite.

    [Un articolo del 1991 del Sydney Morning Herald che mette già in luce alcune delle problematiche dell’esistente NSL.]

    Il 2004 fu l’ultima stagione di NSL, e pochi mesi dopo Lowy e la nuova FFA, sostituta dell’ASA, stavano già discutendo del futuro. Otto squadre (negli anni diventate dieci), molte delle quali nate dal 2000 in avanti, senza alcuna promozione e retrocessione. “Era un modo per iniettare soldi nel sistema – spiega Gorman. Non c’era nulla, le squadre non avevano storia. Affittarono stadi, crearono nomi, colori, chiamarono giocatori e allenatori: è successo tutto dal giorno alla notte”.
    La candidatura era aperta a tutti, ma escludeva di fatto gli ethnic clubs in quanto non in possesso dei requisiti economici richiesti dalla federazione per la nuova lega.

    Si chiudeva l’era dei pionieri del Gioco in Australia, tutti retrocessi nei campionati statali, alcuni destinati a scomparire.

    “Oggi soltanto i tifosi più irriducibili, qualche centinaio, vengono alle partite degli ethnic clubs,” racconta Rowney che aiuta ancora il St George a redigere il match programme. “Nel 1999 è stato eletto un nuovo consiglio, fatto perlopiù di gente locale. Direi che l’influenza ungherese nella società è finita in quell’anno”. Il St George, però, ancora oggi veste il rosso, il bianco e il verde, restando legato alle origini.
    Dal 2014, la FFA Cup dà l’unica chance alle squadre delle serie minori, quindi anche agli ethnic clubs, di confrontarsi coi giganti dell’A-League, una competizione che secondo Joe Gorman “cura un po’ di ferite”. Dieci anni dopo quella notte che ha “resettato” il calcio australiano, anche la federazione ha fatto un passo verso il passato perché riconoscerlo, anziché cancellarlo, è il miglior modo per sapere dove si è diretti.

     

    Credits

    Foto di copertina ©melbourneknights.com.au
    Foto Viduka ©Penny Stephens
    Foto Melbourne Knights ©melbourneknights.com.au
    Altre foto ©Sunday Morning Herald/archivio personale Peter Rowney

    Alessandro Bai

    Alessandro Bai

    Mezzo italiano e mezzo brasiliano, si è ritrovato forse non per caso a studiare a Sheffield, che Orwell definisce “una delle più brutte città del vecchio mondo”, ma che è anche la patria del calcio. Parla cinque lingue, il che lo ha fatto innamorare della maggior parte dei posti che ha visitato. Ma in tutto questo viaggiare, non ha mai dimenticato la sua Milano.

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