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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • EURO U21 A CRACOVIA E KIELCE, VIAGGIO TRA TALENTI E STORIA

    Tra Cracovia e Kielce ci sono circa 110 chilometri, coperti da distese di campi, poche abitazioni isolate e i colori di cinque nazioni.

    Il capoluogo della regione della Piccola Polonia e quello del Voivodato della Santa Croce sono due delle sedi che stanno ospitando il Campionato Europeo U21. Lì, MondoFutbol è andato per osservare dal vivo i talenti del Vecchio Continente, dai migliori giovani di Bundesliga e Premier ai componenti di una delle generazioni più promettenti nella storia recente del calcio italiano.
    Cracovia vanta una meraviglia di centro storico, incastonato tra Rynek Główny, la Piazza del Mercato, e il complesso del Wawel, nella cui cattedrale nel 1958 fu ordinato vescovo Karol Wojtyła, futuro Giovanni Paolo II. Il tram numero 13 attraversa il centro della città e ferma di fronte alla Filarmonica, una sala da concerto nata nel 1909 e segnata da una storia affascinante e tormentata. A qualche minuto a piedi da lì, dove ha sede l’antico cuore della città, si trova lo Stadion Cracovii, il secondo per grandezza dopo il Miejski, sede delle partite del Wisła. Un gioiello architettonico da 15mila posti, pluripremiato, casa dell’altra formazione cittadina, il KS Cracovia (la squadra tifata proprio dal Pontefice), che ha ospitato alcune partite del Gruppo C, quello con Germania, Repubblica Ceca, Danimarca e Italia. La zona in cui sorge lo stadio è una delle poche in cui si respira l’aria della competizione. Per il resto, salvo qualche estemporanea apparizione di tifosi danesi, italiani e tedeschi, le uniche tracce visibili del torneo giovanile sono stampate sulle fiancate, alle fermate dei tram e in qualche spazio pubblicitario.
    E proprio lo scontro tra gli scandinavi e gli Azzurri, fra pochi giornalisti nordici, qualche italiano e una miriade di colleghi polacchi, ha visto debuttare a Euro U21 2017 l’impianto ricostruito nel 2010.

    Una partita in cui sono spiccate alcune individualità, come gli azzurrini Roberto Gagliardini e Lorenzo Pellegrini e l’esterno offensivo danese del Celta Vigo Andrew Hjulsager, ma soprattutto il carattere di un’Italia che, nonostante le aspettative e le pressioni di mercato, è riuscita a superare senza troppi problemi gli scandinavi, appannati in costruzione e in fase offensiva con Ingvartsen e Andersen, due delle stelle, apparse molto in ombra.

    Per arrivare a Kielce da Cracovia bisogna prendere un treno locale, pieno di pendolari e tifosi diretti alla Kolporter Arena, e affidarsi alle manovre spericolate di un tassista polacco.

    Slovacchia-Inghilterra è un’esperienza di calcio, ma soprattutto di tifo. Da una parte i cori tipicamente scanzonati dei britannici, dall’altra le urla incessanti e passionali degli slavi, arrivati in massa nel Voivodato della Santa Croce, spinti dall’entusiasmo per la vittoria nel match di esordio. 11mila voci slovacche, colorate dalle bandiere e capaci di sovrastare gli inglesi anche nel tradizionale e (quasi) sacro momento di God Save the Queen. In campo, per grinta e impegno, la Slovacchia ha dimostrato di meritarsi tanto calore. Nonostante la sconfitta per 2-1, la squadra di Pavel Hapal ha fatto vedere una buona idea di gioco, con singoli da osservare, come il mobile e grintoso centrocampista Stanislav Lobotka, cresciuto al Trenčin, passato per l’Ajax e ora ai danesi del Nordsjælland, o l’uomo mercato e difensore della Sampdoria Milan Škriniar.

    Ma la classe di Chalobah e Redmond, giocatori già fatti e di un livello superiore, ha consentito alla nazionale dei Tre Leoni di portare a casa una vittoria di misura che le ha spianato la strada per le semifinali.
    L’entusiasmo degli inglesi inonda il treno che li riporta a Cracovia. Due carrozze, 40 minuti di ritardo e degli scompartimenti così vintage da potersi immaginare Alberto Sordi mentre recita ne Il Marito, seduto su un divanetto in finta pelle. I cori e la goliardia dei tifosi in maglia bianca, abbondantemente muniti di birre, sono la colonna sonora del viaggio:

    Don’t wanna go home, this is the best trip I’ve ever been on”
    (“Non voglio andare a casa, è il miglior viaggio che abbia mai fatto”),

    cantano sulle note di un verso di Sloop John B dei Beach Boys.
    110 chilometri e un’altra partita. GermaniaDanimarca è il secondo match ospitato dall’impianto del KS Cracovia, che ufficialmente è intitolato a Józef Piłsudski, il rivoluzionario che condusse la Polonia all’indipendenza 123 anni dopo la terza spartizione decisa da Prussia, Impero Russo e Impero Austriaco. Nonostante il contemporaneo impegno della nazionale maggiore nella Confederations Cup, la Nationalmannschaft U21 gode di un grande seguito di giornalisti. E mentre il tramonto di Cracovia fa da cornice alla rifinitura della squadra di Stefan Kuntz, tra gli addetti ai lavori si percepisce un clima di disarmante sicurezza.

    La partita conferma le sensazioni: 3-0, risultato mai in discussione e giocate da campioni di giovani talenti come Max Meyer, Serge Gnabry e Mahmoud Dahoud. In particolare, impressiona il centrocampista da poco acquistato dal Borussia Dortmund, che nella terza partita del girone è stato protagonista in negativo contro l’Italia per aver regalato la palla che ha portato al gol di Bernardeschi. La classe, però, è cristallina e non si discute.

    In città, il calcio sembra essere relegato alla zona in cui sorge lo Stadion Cracovii, dove alcuni manifesti celebrano il 111° anniversario della fondazione del club più antico della Polonia.

    Il talento e la passione, però, non si possono nascondere. E in questo Europeo U21, MondoFutbol li ha trovati.

    Testo a cura di Roberto Brambilla e Davide Zanelli
    Foto copertina e articolo ©Davide Zanelli/MondoFutbol
    Foto Slovacchia-Inghilterra ©Adam Livingston

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