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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • CRUCIFICADOS PELO SISTEMA

    di Angelo Mora (@angelomoradona)

    foto, inclusa quella di copertina, ©Gabriel Uchida

    I ritratti degli ultras brasiliani di Gabriel Uchida sono diventati molto popolari fra gli appassionati di calcio, grazie anche agli articoli pubblicati negli ultimi anni da media specializzati come Placar, So Foot, FourFourTwo, 11 Freunde, Panenka, Eight by Eight, SoccerBible, In Bed With Maradona e Pickles Magazine, tra gli altri.
    Il successo del trentenne fotografo paulista, tifoso del Santos, risiede nella forza espressiva dei suoi scatti, nella loro capacità di cogliere da vicino la quintessenza del tifo estremista, senza filtri o pregiudizi. La fascinazione per la violenza è fondamentale nell’estetica di questa sottocultura e lui affronta l’argomento in modo estremamente schietto e pragmatico.
    MondoFutbol ha raggiunto Uchida per parlare della sua storia personale, del suo lavoro in Brasile e nel resto del mondo e delle sue opinioni sull’attuale stato delle cose del pallone.

    Quando hai scoperto il mondo della fotografia? È stato amore a prima vista o c’è voluto del tempo per appassionarti a questo mezzo espressivo?
    “Sono sempre stato interessato alla poesia e ad altre forme d’arte, in generale. Da giovane, a dire il vero, sognavo di lavorare nel cinema e la fotografia è arrivata di conseguenza. La prima volta che feci degli scatti seri fu in occasione di una marcia per la festa delle donne, a San Paolo. Lì capii che si trattava della mia vera passione”.

    Quando è nata la tua attrazione per le cosiddette torcidas organizadas e il tuo lavoro a stretto contatto con gli ultras?
    “Avevo circa dodici anni quando assistetti per la prima volta a degli incidenti durante una partita: un gruppo di ultras del Ponte Preta invase i settori casalinghi di Vila Belmiro (formalmente Estádio Urbano Caldeira, lo stadio del Santos, nda) e spaccò tutto: caos completo. Corsi via, certo, ma non ero spaventato… anzi, in qualche modo la cosa mi piacque. Fu un battesimo di fuoco, ma sono sempre stato attratto dall’atmosfera festosa delle gradinate.
    Cominciai a fotografare le tifoserie per caso, comunque. Era una domenica qualsiasi e stavo cazzeggiando a casa mia con alcuni amici che venivano da fuori. Loro però volevano andare a vedere la partita PortoguesaSanto André all’Estádio do Canindé, a San Paolo, e così mi aggregai. Non ero assolutamente interessato all’incontro e mi ritrovai a fotografare i tifosi sugli spalti. Quel giorno ebbi l’idea di ritrarre i torcedores in modo sistematico”.

    Quando trascorri del tempo assieme agli ultras, ti trattano come “uno di loro”? Come riesci a entrare in confidenza e farli sentire a proprio agio di fronte alla macchina fotografica?
    “Mi presento loro come fotografo, ogni volta, così che sappiano subito il motivo della mia presenza.
    All’atto pratico questa è l’unica differenza fra me e i gli ultras. Per il resto, vago a piedi per ore nelle città, scappo dalla polizia e dormo sul corridoio di un autobus proprio come loro, con cui divido anche da mangiare e bere.
    Entrare in confidenza era la mia preoccupazione principale, ma si è sempre rivelato più facile del previsto grazie alla sincerità del nostro rapporto. Dopo qualche tempo altri gruppi hanno visto i miei scatti, così hanno cominciato ad aprirmi direttamente le porte del loro mondo sotterraneo. Anni fa decisi di recarmi nel sud del paese per il derby di Porto Alegre, GrêmioInternacional, pur conoscendo solamente un esponente delle due tifoserie.
    Dopo aver twittato la mia intenzione di assistere alla partita per fare delle foto, ricevetti un sacco di messaggi da entrambe le parti: mi offrivano aiuto vario e ospitalità”.

    Sei mai stato accusato di sfruttare in qualche modo l’immagine degli ultras per guadagnare esposizione, fama e soldi?
    “No, loro hanno sempre compreso la natura del mio interessamento e del mio lavoro; in ogni caso, gran parte delle torcidas organizadas desiderava che ci fosse qualcuno a immortalare le proprie imprese (a richiesta, ho sempre fornito loro i file delle foto in alta risoluzione). Quando una rivista straniera pubblica le mie foto delle tifoserie brasiliane, cerco di far avere una copia agli ultras: per loro è molto gratificante attraversare i confini del paese a livello di fama.
    Alla fine è solo una questione di rispetto e amicizia”.

    Ti sei mai trovato al centro di scontri fra tifoserie veramente pericolosi? Come gestisci la paura e l’ansia in quei casi? L’adrenalina funzione come una droga o un anestetizzante?
    “Sapendo come vanno le cose e grazie a una certa esperienza, non ho mai avuto problemi seri.
    Col senno di poi, alcune situazioni si sono rivelate persino divertenti. Una volta ero in trasferta con gli ultras del Palmeiras e, dopo la partita, il nostro autobus venne colpito da sassi e razzi. Mi protessi come tutti gli altri e non accadde niente di grave, ma alla fine mi prendevano in giro: erano stati quelli della mia squadra, il Santos, ad attaccare… e li conoscevo di persona! Un’altra volta, in gradinata, un tizio ubriaco cominciò a insultarmi e cercò di colpirmi con un pugno. Eravamo circondati da tanti ultras che stavano assistendo alla scena. Nel giro di pochi secondi accorsero a picchiarlo; quindi gli spiegarono chi fossi e lui venne a scusarsi con me. Il peggio accadde in Uruguay, però.
    Ero in un taxi assieme a tre torcedores del Santos, che cantavano e lanciavano birra contro le altre macchine.
    A un certo punto l’autista s’incazzò di brutto e tirò fuori una pistola per minacciarci. Eravamo scioccati ed io ero l’unico a conoscere lo spagnolo; parlai col taxista e risolvemmo la questione perché lui era un tifoso del Nacional e noi stavamo andando a vedere il Santos contro il Peñarol, gli acerrimi rivali (nel dubbio, fece poi l’intero tragitto con il volante in una mano e l’arma nell’altra!). La stessa notte, al termine dell’incontro, venimmo attaccati dagli ultras locali ed io fui colpito da una bottiglia di vetro sulla gamba, senza conseguenze gravi.
    A dirla tutta, uno dei più bei giorni della mia vita: direi che l’adrenalina è la miglior droga che abbia mai preso”.

    Qual è l’essenza delle torcidas organizadas?
    “Gli ultras brasiliani sono abbastanza semplici da capire: vogliono supportare la propria squadra e dimostrare di esserci, in casa e fuori. Vogliono creare un’atmosfera festosa allo stadio, sbronzarsi e, se possibile, ‘farsi’ di adrenalina attraverso il casino e gli scontri”.

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    Ritieni che la violenza fra tifoserie calcistiche, la brutalità della polizia, la corruzione politica e la povertà di ampie fasce della popolazione siano legate da una sorta di circolo vizioso, in Brasile?
    “Certo, viviamo in un clima torbido e la tensione vige ovunque. La società brasiliana è tendenzialmente conservatrice e intollerante e per questo vediamo la violenza sprigionarsi nelle strade, nelle scuole o negli stadi.
    Le gradinate sono una rappresentazione in piccolo della nostra collettività”.

    Eri d’accordo con le proteste popolari a San Paolo, in particolare, e nell’intero paese prima dei campionati mondiali di calcio del 2014?
    “In generale il Brasile è un posto caotico dal punto di vista politico e sociale; i Mondiali hanno peggiorato la situazione.
    La gente comune era incazzata soprattutto per l’aria di corruzione che circondava l’evento e lo spreco di soldi per la costruzione o la ristrutturazione degli stadi. L’Arena Corinthians rappresenta l’esempio migliore. Il Timão ha giocato per una vita al Pacaembu (formalmente Estádio Municipal Paulo Machado de Carvalho, nda), uno stadio comunale oggi quasi inutilizzato. Nel frattempo hanno tirato su questa nuova arena privata, spendendo un mucchio di denaro, in un quartiere di San Paolo flagellato da un’infinità di problemi sociali; a pochi chilometri dallo stadio sorgeva un’area occupata dove ottomila famiglie vivevano in tende di plastica, senza energia elettrica e condividendo i servizi igienici. Amo il calcio e gli stadi ancor di più, ma in un paese povero come il nostro le priorità erano ben altre.
    I Mondiali sono stati una grande occasione per i politici, gli uomini d’affari, gli imprenditori edili, le agenzie di pubblicità e le prostitute, ma non certo per il popolo”.

    Qual è stato l’autentico lascito della manifestazione?
    “Corruzione; arene enormi in posti dove il calcio professionistico si affaccia appena, vedi l’Amazzonia; prezzi dei biglietti sempre più alti; gente ancor più povera ed espropriata delle case; aggressioni da parte della polizia ai singoli individui, sfruttando leggi anti-terrorismo che normalmente si applicano ai movimenti sociali. Guardavo le partite in televisione e vedevo solamente gente bianca allo stadio: che razza di Brasile era quello? L’umiliazione subita sul campo contro la Germania è stato il momento migliore: la giusta rivincita nei confronti di uno spettacolo orribile”.

    In Brasile sta accadendo lo stesso fenomeno che negli ultimi anni ha caratterizzato alcuni stati europei (Inghilterra su tutti), cioè un aumento quasi indiscriminato dei prezzi dei biglietti delle partite e la progressiva emarginazione della classe operaia dagli stadi?
    “Sì, sta già succedendo ed è una delle ragioni per cui ho smesso di fotografare le tifoserie brasiliane e ho deciso di vivere all’estero per un po’ di tempo. Partita dopo partita, mi sentivo sempre più frustrato. Per me andare allo stadio è sempre stato un piacere, non mi è mai importato che fosse un incontro di serie A o dei campionati minori, ma non sopporto più la situazione odierna. Il calcio moderno è ormai completamente soggiogato dal capitalismo, con effetti che la storia ha già spiegato su scala più grande: divisione dei popoli, ghettizzazione delle classi meno abbienti, spregio della cultura e delle tradizioni locali. L’unica cosa che conta è il profitto economico. Da ragazzino m’innamorai del calcio grazie agli stadi: le gradinate erano un posto magico, libero, dove tutte le persone erano uguali. Non importava la razza, la religione, l’estrazione sociale o qualsiasi altra distinzione; si gioiva e ci si disperava tutti assieme, condividendo le stesse emozioni”.

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    Avendo ritratto anche gli ultras europei e nordamericani, quali sono le differenze con quelli brasiliani e sudamericani in generale?
    “La differenza principale è il ritmo. Le torcidas organizadas vanno a ritmo di samba, mentre altre tifoserie latine seguono quello della cumbia; gli ultras europei sembrano dei gruppi militari e quelli italiani hanno un senso melodico più spiccato. Negli Stati Uniti e in Canada la sottocultura ultras è stata importata solo di recente, per cui al momento si limitano a copiare dagli altri paesi e il risultato finale è una specie di misto fra Sudamerica ed Europa”.

    Gli ultras, la violenza, il crimine e le strade difficili delle grandi città sono i principali temi ricorrenti delle tue foto. Cerchi comunque di umanizzare il più possibile i tuoi soggetti e non di ritrarli come dei sociopatici, dei delinquenti o delle vittime della società.
    “Mi è sempre piaciuto confrontarmi a livello umano con le persone. Non m’interessa giudicarle; voglio conoscere le loro storie e capire i loro sentimenti. Una volta parlai faccia a faccia con un tizio che aveva appena commesso un omicidio: gli chiesi perché lo avesse fatto nel modo più diretto e onesto possibile, senza essere né un poliziotto, né un giudice… Volevo solo comprendere le sue motivazioni. Siamo uomini, non animali primitivi. Un’altra volta stavo parlando in pubblico del mio lavoro; a un certo punto, mi ritrovai una pistola carica puntata in faccia. Era un enorme skinhead dalle idee politiche opposte alle mie. Gli chiesi di non perdere la calma e gli spiegai che il mio scopo non era quello di mettere in cattiva luce una parte o un’altra, ma che alla base di tutto c’era il rispetto reciproco”.

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    Corinthians: la squadra del ghetto. Palmeiras: la squadra degli emigranti italiani e della classe operaia. San Paolo: la squadra dell’élite borghese. Santos: la squadra di tutti a Vila Belmiro (inteso come intero quartiere di Santos). Stereotipi sorpassati o c’è ancora un fondo di verità?
    “Queste definizioni hanno ancora un senso perché sono storicamente vere e rappresentano le radici delle quattro squadre. Tuttavia l’identità dei club è in parte cambiata nel corso del tempo e così la loro tifoseria, che ora è piuttosto eterogenea e spalmata presso tutte le classi sociali”.

    Ti sarebbe piaciuto fotografare Sócrates? Dopo la morte, la sua figura di “calciatore pensatore” è stata ampiamente rivalutata ed è diventata anche un notevole caso mediatico.
    “Senza nulla togliere a Pelé (come potrei non amarlo, da tifoso del Santos?!), Sócrates è stato l’uomo più importante del calcio brasiliano. Una persona speciale, non solo un grande atleta. Il giorno della sua scomparsa ero al Pacaembu per la partita casalinga del Corinthians contro il Palmeiras (4 dicembre 2011: ultimo e decisivo incontro del Brasileirão vinto appunto dal Corinthians, nda). Durante il minuto di silenzio, i giocatori del Timão e il pubblico imitarono la sua famosa esultanza col pugno destro levato al cielo. Riuscii a malapena a scattare le foto, dalle lacrime… un momento davvero intenso. Alla sua maniera, Sócrates lottò sempre per la gente comune: il suo vero obiettivo era quello”.

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    Parlaci delle tue esperienze a Cuba.
    “Ci sono stato due volte, nel gennaio del 2014 e nel marzo del 2015. Crescendo nelle scuole brasiliane, ti danno due possibilità: Cuba è il paradiso oppure l’inferno, a seconda della fede politica dell’insegnante.
    Naturalmente volevo vedere le cose coi miei occhi… Non penso che sia il paradiso, ma amo molto il paese.
    Ci sono tanti problemi, ma ho imparato ad apprezzare le piccole conquiste sociali – cibo, casa, istruzione e occupazione – di una piccola isola sottoposta a un lungo embargo economico. Il calcio lì è una realtà consolidata, ma come semplice passione e non ancora come prodotto da consumare. Fra i ragazzini è già più diffuso del baseball: lo giocano ovunque per strada, ma la lega è sgangherata e poca gente va allo stadio. Al tempo stesso, ricordo di aver visto lì un clásico fra Barcellona e Real Madrid e tutti gli hotel e i pub erano pieni di tifosi scatenati – non solo turisti – davanti alla televisione! Gli uomini d’affari internazionali sono al corrente di questa trasformazione e guardano a Cuba come il nuovo mercato calcistico da sviluppare, come mi hanno spiegato di recente negli Stati Uniti. Sarà solo una questione di tempo”.

    Negli anni scorsi hai lavorato anche in Africa (Etiopia e Namibia).
    “Sono andato in Namibia per un progetto speciale, un documentario per la televisione brasiliana, e nel tempo libero ho scattato delle foto per conto mio. Ho vissuto assieme a una tribù locale per un mese: un’esperienza fantastica in un mondo completamente diverso, senza soldi, elettricità, servizi igienici ecc. Anche in Etiopia ho fatto delle esperienze interessanti. Oltre alla mostra, ho lavorato a due progetti molto intriganti; uno legato al calcio e l’altro focalizzato sulle immagini del centro di Addis Abeba, in collaborazione con la grande artista etiope Aida Muluneh.
    Non vedo l’ora di tornare in Africa: mi piacerebbe molto andare in Marocco per fotografare le tifoserie locali”.

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    I tuoi prossimi progetti?
    “Al momento abito in Argentina, a Buenos Aires; nel corso del 2016 mi trasferirò per qualche mese in Spagna.
    Amo l’idea di vivere per dei brevi periodi di tempo in paesi diversi: le differenze culturali mi insegnano molto.
    Le mie foto ritraggono il calcio, la violenza e i conflitti sociali e, in questo senso, non vedo grandi cambiamenti all’orizzonte. Nel 2015 sono stato in Kurdistan: un’altra avventura magnifica e un altro posto dove voglio tornare il più presto possibile”.

    In teoria oggi è possibile diventare un foto/video reporter grazie a un semplice smartphone. Tecnologia a parte, qual è il segreto per scattare foto significative e memorabili? La vicinanza col soggetto e l’azione è fondamentale?
    “La mia intera opera è basata di gran lunga sulle idee più che sull’equipaggiamento.
    Credo che se le buone intuizioni vengono poi sviluppate bene, la qualità della macchina fotografica è relativamente importante. È il fotografo o l’artista che fanno davvero la differenza. Trovarsi il più vicino possibile al soggetto o all’azione è importante, ma non è l’unico modo per ottenere un risultato all’altezza della situazione”.

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    Conosci e apprezzi i lavori di altri famosi fotografi che si sono cimentati con le gang di strada, tipo Estevan Oriol o Adam Hinton? Hai avuto modo di ammirare le fotografie a tema calcistico scattate in Africa da Jessica Hilltout e Thomas Hoeffgen? Ci sono altri fotografi e artisti che ti hanno particolarmente influenzato?

    “Adoro le foto delle gang latine di Oriol e Hinton; Hilltout e Hoeffgen sono altri grossi punti di riferimento.
    Non avendo mai frequentato una scuola d’arte o di fotografia, cerco sempre di approfondire la materia da autodidatta e di osservare i migliori lavori altrui. Se dovessi citare i miei tre maestri assoluti, seppur provenienti da campi diversi, farei i nomi di Hunter S. Thompson (impazzii per lui: è così che mi piace lavorare, vivendo le storie in prima linea!), Joe Sacco e Stanley Kubrick. Come fotografi, invece, citerei Miguel Rio Branco, Robert Capa, Glen Friedman and Michael Christopher Brown (un tipo di New York che ho conosciuto a Cuba: lo reputo uno dei migliori di questa generazione, oltre a un’ottima persona e un buon amico)”.

    Il mixtape di Gabriel Uchida per un pomeriggio allo stadio con gli ultras.
    “Flicts, ‘Lá Se Vai O Campeonato’.
    Mão de Ferro, ‘Atletiba’.
    Tr3s de Corazón, ‘Olé Olé Olá’.
    Los Fastidios, ‘Antifa Hooligan’”.

    Angelo Mora

    Angelo Mora

    Una vita professionale a spacciare rock and roll, una vita intera a rincorrere il pallone. Ha intervistato Joe Strummer, gli AC/DC, Lemmy dei Motörhead e tante altre rockstar, ma ha tremato solamente di fronte a Marco Tardelli. Non distingue una salida lavolpiana da una transizione negativa, però si ritiene un grande intenditore di calcio. Proprio come te.

    C’è un commento.

    • Avatar
      eduardobrandalise
      29 Febbraio 2016, 19:32

      Grandissimo Uchida.

      Il raporto con lui é sempre stato bravissimo sia a Porto Alegre che alte posti dove ci incontriamo. Un ragazzo di talento.

      Brava intervista

      Da Porto Alegre, Curva Sud. Internacional.

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