Testata giornalistica online

Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • STELLA ROSSA-PARTIZAN: IL DERBY PIÙ CATTIVO DEL MONDO

    Malgrado l’ora del decollo sia quasi fantozzianamente “ai limiti delle possibilità umane“, è decisamente piacevole salire in alta quota e fissare la luce rossa che si staglia sulle Alpi innevate. Sembra che l’alba stia sorgendo proprio sulla nostra prossima destinazione. Si va in Serbia, a Belgrado. Non mi stupirei, però, se quel rosso acceso fosse l’antipasto di ciò che ci attende. Saranno anche le 7 del mattino, ma scommetto che qualche torcia è già stata accesa, il Derby della capitale serba è già cominciato, questo è certo. Due squadre fondate nello stesso, lontano, 1945 e che da allora si affronteranno per sempre nel večiti derbi, la rivalità eterna. Perché è chiaro, da queste parti non ha senso pensare alla Stella Rossa senza il Partizan. Ma non si tratta solo di puro pallone: questa è anche, soprattutto, la storia dei loro tifosi.

    Stella Rossa contro Partizan vuol dire “Delije” contro “Grobari”: gli Eroi, gente che va a testa alta contro chiunque, eternamente in lotta contro i Becchini, quelli che dicono ti tirino fuori dalla tomba per darti il resto.

    Il mio contatto, Nenad, mi ha assicurato che all’aeroporto verrà a prenderci una persona. Lo fa in grande stile, Miloš, un tipo magrolino sulla quarantina, viso docile e sguardo fermo, che tiene in mano un cartello con i nostri nomi. Presentazioni del caso e l’uomo ci mostra subito con grande orgoglio l’Hummer bianco col quale ci porta in città.

    Belgrado2

    Dalle prime battute capisco che lui è il tipo giusto per rompere il ghiaccio visto che parla un buon inglese, quindi intendersi è un attimo. Lascio che sia lui a fare le prime domande: “Che lavoro fai, come ve la passate in Italia, Inter o Milan?”. Poi arriva il mio turno, decido di entrare subito a gamba tesa. Gli chiedo qualcosa sul conto dei Delije, i tifosi, l’arma in più della Stella Rossa. Lui mi risponde con un sorriso ironico. “Vuoi sapere qualcosa su di loro? Ti racconto una storia.

    Stare qui è come stare nella giungla, ci sono un sacco di animali e loro sono tra quelli.

    Una volta mentre ero a casa vedo dalla finestra un tipo che sta spacciando droga a dei ragazzini. Gli grido di andarsene, insisto un po’ e alla fine lui alza i tacchi. Il giorno dopo al suo posto mi trovo sei Delije che mi stanno prendendo la macchina a sprangate. Non ci vedo più, scendo con un’ascia e li affronto. Ne ho feriti due” mi dice, mentre si fa il segno di un taglio orizzontale sulla pancia. “E tu?,” gli chiedo sbigottito. “Io? Guarda.” Miloš ferma la macchina, tira su i pantaloni e mi fa vedere una cicatrice lunga una spanna. “La gamba era fracassata, mi hanno tolto l’ultimo chiodo poco tempo fa.”

    Benvenuti a Belgrado.

    Il racconto di benvenuto conferma quanto mi aspettavo di sapere in prima battuta su di loro. Persone per cui il calcio può anche essere una passione pura e sincera, che però si intreccia fatalmente con questioni più spinose. Molti Delije e Grobari hanno infatti connessioni rilevanti col mondo della malavita belgradese: armi e droga, come in ogni gangsta-movie che si rispetti, della serie non guardare in faccia nessuno pur di avere le mani sulla città. Che problema c’è se poi il campo di battaglia diventa uno stadio, anzi, la cosa per loro è solo più divertente. Adesso, immaginate che qualcuno riesca a riunire le due fazioni e a usarle come un vero e proprio esercito personale, semplicemente dando loro un ideale per cui combattere. Prospettiva rassicurante, no?

    Ecco, un uomo che riuscì a sfruttarne appieno le potenzialità ci fu eccome. Aveva un nome, un cognome e soprattutto un soprannome: Željko Ražnatović, meglio noto come “Arkan”.

    Sì, proprio lui, quello delle Tigri, il comandante del gruppo paramilitare che durante le Guerre d’Indipendenza jugoslave mise a ferro e fuoco tutto ciò che restava del tramontato sogno del Maresciallo Tito. Croazia, Bosnia e Kosovo nelle mani di un criminale da furto d’auto e rapine a mano armata diventato generale, passando per un ruolo da sicario nell’UDBA, gli ex servizi segreti jugoslavi. Divenne il vero e proprio braccio armato di Slobodan Milošević, ovvero colui che mise Arkan a capo degli ultras della Stella, che così si unirono sotto il nome di Delije.

    belgrado7

    Milošević, quel presidente che avrebbe voluto creare una Grande Serbia, riunendo nello stesso territorio tutti i connazionali sparsi per i Balcani, rispondendo così d’impeto agli impulsi indipendentisti delle altre repubbliche della Federazione, Croazia in testa. Poco importa se questo avrebbe significato cacciare qualcuno dalla propria casa perché reo di non essere serbo. O meglio, in realtà è ciò che toccò ai più fortunati, perché il dramma della pulizia etnica era dietro l’angolo.
    Il Derby si gioca giustappunto il 17 novembre, in tempo per l’anniversario della fine dell’assedio di Vukovar, cittadina di confine popolata da serbi e croati, dove nel 1991 le Tigri fecero strage di civili. Quei tifosi-Tigri che solo qualche mese dopo, a fine marzo, gremirono gli spalti del “Marakana” proprio durante un Derby, come sempre d’altronde. Solo che quella volta vennero esibiti cartelli stradali con la scritta “Vukovar 20” e poi “Vukovar 10””e poi, ancora, “Benvenuti a Vukovar”. Una pulizia etnica celebrata nel tempio del calcio serbo, trofei di guerra mostrati al pubblico, mentre la presenza di Arkan veniva annunciata in tribuna, con lo stadio in tripudio che gridava il suo nome.

    Storie passate, ma nemmeno troppo lontane, foto e testimonianze lette che mi passano davanti in sequenza a una velocità impressionante, giusto in tempo prima di arrivare in ostello.

    Miloš ci lascia, dice che ci terremo in contatto per vederci di nuovo per poter fare due chiacchiere con una persona. Decidiamo di dirigerci subito allo stadio, ma prima di raggiungere la zona calda abbiamo tempo per un caffè e un paio di pastiglie per la tosse. A Belgrado fa un gran freddo. Mentre la gente va al lavoro, i ristoranti del centro si preparano ad accogliere i turisti e il rumore del traffico incessante fa da sottofondo.
    Decidiamo di avventurarci subito nella bolgia di macchine e ci affidiamo a un tassista che resta colpito dalla nostra perfetta conoscenza del serbo, che in effetti conta ben due parole. Tra un Dobar dan (buongiorno) e un Hvala (grazie), l’uomo inizia un monologo durante il quale tentiamo in ogni modo di spiegargli che non siamo proprio delle sue parti. Ogni tanto impreca contro la sua Zastava Yugo 128 rossa, qualche primavera sulle spalle, in piedi perché non tira vento e probabilmente alimentata a carbone, almeno dando un’occhiata a ciò che esce dal tubo di scappamento. Finisce tutto in una risata, mentre finalmente arriviamo al Marakana. Sono le 11 del mattino, ma il dispiegamento di forze di polizia inizia a essere notevole.

    belgrado1

    Dopo i primi sopralluoghi nei punti in cui sappiamo potrebbe accadere qualcosa di interessante, la giornata passa in fretta, anche perché gli orari imposti da Mamma-TV serba dicono che la partita sarà alle 19. Nelle ore che precedono il match la situazione intorno allo stadio è tranquillissima, tutto sembra quasi irreale. In effetti a occhio sembra ci siano più anti-sommossa che tifosi. Sembra il G8.
    Un’ora prima della partita ritiriamo il nostro pass per fotografi ed entriamo nella pancia dello stadio. Percorriamo il tunnel da cui entrano anche i giocatori e in un attimo siamo sotto la curva nord, il settore dei Delije.

    Un muro biancorosso grida compatto: “Grobari! Grobari! Grobari, ci sentite? Dannate fighette, ci sentite?” contro un bel: “Uccidere, bruciare, non lasciare traccia degli Zingari! India e Pakistan sono le terre degli Zingari, qui di casa c’è solo il Partizan!”

    Inutile specificare chi siano gli Zingari in questione. Inizia il riscaldamento delle squadre, i giocatori del Partizan non possono fare a meno di passare dal tunnel. Occasione ghiotta per i Delije, che fanno partire un lancio di fumogeni all’indirizzo dei bianconeri, tanto per dare loro il benvenuto al Marakana. Ordinaria amministrazione, con i poliziotti che si posizionano formando una sorta di testuggine, in modo da riparare i giocatori mentre entrano in campo. L’aria è elettrica, manca qualche minuto alle 19 e le squadre sono in campo per dare inizio al 143° Derby di Belgrado, ma lo spettacolo per ora è solo sugli spalti.

    belgrado6

    Una, due, quattro, dieci, trenta torce rosse insieme infiammano la curva nord, creando uno spettacolo che lascia eccitati e spaventati, dato che da queste parti gli ultras non credono alla raccolta differenziata. Le torce vengono scagliate ripetutamente sulla pista d’atletica intorno al campo, una pioggia di fuoco cade al ritmo dei tamburi che rimbombano nell’aria. Tutto fa da contorno ai primi minuti del match, che infatti viene sospeso per mancanza di visibilità.
    La partita riprende e, nel frattempo, i Grobari hanno deciso di rispondere presente all’appello; saranno almeno cinquemila, tutti nel settore sud, esattamente all’opposto dei Delije, come in ogni Derby che si rispetti. I tifosi del Partizan, però, sono divisi in due frange: l’intera curva sud è appannaggio degli Alcatraz, mentre i Grobari, per l’appunto, sono relegati in uno spicchio adiacente, separato da un settore vuoto e da un cordone di poliziotti.

    Motivo? Chi l’ha detto che a Belgrado le faide tra tifosi sono solo tra opposte fazioni?

    belgrado4I traffici illeciti qui sono una cosa seria: puoi anche avere nel cuore la stessa squadra, ma il business è business. Il contenzioso nella curva bianconera è aperto ormai da un po’ e se prima i Grobari erano il gruppo di riferimento e gli Alcatraz una sottomarca, oggi le cose si sono decisamente riequilibrate. Meglio tenerli distanti, d’altronde basta ricordarsi che solo qualche mese prima a Milano in occasione di Inter-Partizan era scattato l’allarme rosso: sembrava che la città potesse diventare teatro del regolamento di conti tra i due gruppi, cosa fortunatamente non avvenuta. Tutti temevano un Bogdanov 2, probabilmente.
    La storia in qualche modo la conosciamo tutti, magari un po’ distorta, visto che qualche giornalista nostrano aveva addirittura stabilito che il docile Ivan avesse fatto parte proprio delle Tigri. Fa effetto pensarlo, non c’è dubbio, ma Bogdanov all’epoca dei fatti di Genova aveva trent’anni, essendo nato nel 1980. Quindi ai tempi delle Tigri e della pulizia etnica, il Terribile era un bambino. Francamente un po’ difficile…

    Tornando a noi, il Derby non è solo violenza.

    Sono letteralmente novanta minuti di fuoco e le due tifoserie non smettono mai di incitare le squadre, creando un frastuono inimmaginabile. A ogni gol lo stadio sembra sul punto di esplodere. La passione morbosa delle due tifoserie sfocia in qualcosa di viscerale, sembra non aspettino altro che venire a contatto, affrontarsi. Ogni gesto, ogni bandiera che sventola, ogni razzo sembra significare, paradossalmente, che non possono fare a meno gli uni degli altri, altrimenti che senso avrebbe tutto questo? Davvero pazzesco, mai visto nulla di simile. Certo un po’ di paura ce la prendiamo quando vediamo che gli animi si scaldano in curva nord.

    belgrado5

    Spintoni, qualche pugno, noi ci precipitiamo per vedere e rubare uno scatto. Una cosa non proprio opportuna, visto che dalle prime file un Delije si erge su una transenna e tira un sasso dritto verso Andrea, il mio compare fotografo. La pietra gli passa a pochi centimetri dalla faccia proprio mentre lui è fermo a scattare…
    Ci viene il timore di poter essere riconosciuti fuori dallo stadio dal nostro amico lanciatore; meglio indietreggiare di qualche metro, tanto il Derby eterno di emozioni ne ha riservate parecchie. Non solo sugli spalti, visto che i giornali del giorno dopo parlano di incidenti in alcune zone di Belgrado: lanci di pietre, 130 arresti tra le tifoserie, di cui quindici minorenni; cinque poliziotti all’ospedale, due autobus e una macchina della polizia gravemente danneggiati. Non male come bilancio, non mi ero sbagliato: qui non si scherza proprio.

    Ah per la cronaca, la partita finisce 3-2, la Stella Rossa vince in rimonta. Provate a immaginare cosa può essere successo al terzo gol.

    Credits:
    Foto ©Andrea Avanzini (www.andreafotografo.com)
    Fonte: Rollingstone

    Francesco Fiumi

    Francesco Fiumi

    Autore per MondoFutbol e un master in Sport Business presso Leeds Beckett University. Ha lavorato nel Press Office di FC Internazionale. Scrive su footballnerds.it e ha visto l'Everest, una volta.

    Ci sono 5 commenti.

    • Avatar
      djlamberto
      28 Febbraio 2018, 9:42

      complimenti bell’articolo

    • Avatar
      Ozi
      25 Settembre 2015, 9:08

      Ottimo articolo.

      • Guido Montana
        Guido Montana
        25 Settembre 2015, 12:59

        Grazie. I complimenti sono tutti per l’autore, Francesco Fiumi, e per il fotografo Andrea Avanzini. Bravi e originali!

    • Avatar
      Nicolò
      30 Giugno 2015, 9:22

      ero presente anche io quel pomeriggio al Marakana,una delle emozioni più grandi di tutta la mia vita,tanto che almeno una volta all’anno torno a Belgrado per vedere una partita…Napred Zvezda!

      • Guido Montana
        Guido Montana
        1 Luglio 2015, 18:00

        Ti piacciono le emozioni forti, allora, Nicolò! 😉
        Prestissimo su MondoFutbol, ti anticipo già, ospiteremo la seconda parte del reportage a Belgrado di Francesco Fiumi, sempre con le magnifiche foto di Andrea Avanzini. Da non perdere…

    Commenta

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Send this to a friend