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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • DA CALI ALLA SAMPDORIA, L’AGNELLO ZAPATA ORA È CRESCIUTO

    Narcos, la serie tv, non la vedo, l’han fatta per i Gringos.

    I Gringos, ovviamente, sono gli statunitensi. In tutto il Latinoamérica, dal Muro di Tijuana fino alla Terra del Fuoco, quello è l’epiteto che vuole marcare differenza e disprezzo, di mutevole intensità a seconda di chi la pronuncia, dai parenti ricchi del Nord. Vale anche per i colombiani, che negli ultimi trent’anni hanno rappresentato il partner più affidabile degli USA nel Subcontinente sostituendo il Cile dei Chicago Boys e di Pinochet.
    E proprio un colombiano ci regala l’incipit, che non nasce solo da un giudizio estetico su una delle serie TV generalmente più apprezzate. È più fastidio, quello che esprime. Insofferenza, perché oggi l’equazione “Colombia-uguale-Narcotraffico” è vera solo nell’immaginario delle persone che poco conoscono il Paese o, appunto, che lo conoscono attraverso un trito cliché duro a essere cancellato.

    Duván Zapata è nato e cresciuto a Cali.

    Lì dove esisteva l’unico cartello della droga che riusciva a tenere testa a quello, probabilmente più famoso, di Medellin e del Patrón, Pablo Escobar. A Cali comandava la famiglia Rodríguez Orejuela: la loro fama, mitizzata proprio nella serie TV Narcos, ha avuto, come dire, anche una ricaduta calcistica.
    Se Escobar rovesciava parte dei suoi lauti guadagni pure nel fútbol, sovvenzionando le squadre della sua città, l’Atlético Nacional e l’Independiente Medellín (di cui era tiepido simpatizzante), José Gonzalo Rodríguez Gacha, uno dei pochi grandi narcotrafficanti a non fare la guerra al Patrón, li girava ai Millonarios di Bogotá. I Rodríguez Orejuela, invece, spendevano per fare grande l’América di Cali, che a metà anni Ottanta, con una squadra piena di grandi giocatori, richiamati da lauti ingaggi (recentemente è stato rivelato come sia stato vicino al club caleño anche un giovanissimo talento dell’Argentinos Juniors, Diego Armando Maradona, poi passato al Boca Juniors), arrivò a vincere cinque campionati colombiani consecutivi e a disputare tre finali di Copa Libertadores di seguito, senza però vincerne nemmeno una.

    Quel periodo certamente fece crescere la base di tifosi in tutto il Paese, che era già amplissima, tanto da far diventare il club il più tifato della Colombia: anche oggi, l’América possiede supporter ovunque, dalla Costa Atlantica fino all’Amazzonia, anche se gli ultimi successi nazionali e continentali dell’Atlético Nacional l’hanno probabilmente fatta scendere dal gradino più alto del podio. Però, come accade spesso nelle dinamiche del tifo, che è, o dovrebbe essere, amore e passione pure nella sofferenza estrema (serie infinite di sconfitte e contemporanei successi delle grandi rivali, retrocessione nella seconda divisione), l’América è rimasta una squadra zeppa di tifosi: inconsolabili, polemici, incostanti e instabili nell’accompagnamento emotivo, come sempre capita in queste situazioni.
    Dopo la legge sull’estradizione, che ha di fatto eliminato per sempre le figure dei grandi cartelli dei narcotrafficanti (il mercato della droga è stato gestito dai paramilitari e dalla guerriglia, su volumi nettamente minori rispetto agli anni di Escobar), i Rodríguez Orejuela hanno conosciuto le patrie galere statunitensi, ma sono rimasti in qualche modo legati all’América di Cali: per tale motivo, il club è entrato nella lista nera voluta dall’Amministrazione Clinton (che si è prodigata per la ricerca di ogni attività in cui si riciclava il denaro prodotto dal narcotraffico) e ha quindi dovuto convivere con anni di mercato-giocatori bloccato.

    Quegli anni, fine anni Novanta, inizio nuovo secolo, sono quelli in cui Duván Zapata ha iniziato la carriera di calciatore nell’América di Cali.

    Iniziava, mentre nasceva una nuova Colombia. Nasceva con fatica, perché i pregiudizi non si cancellano in un giorno e la violenza di paramilitari e guerriglia ha continuato a insanguinare il Paese. Una fatica, come quella di Duván, la cui vera grande arma è sempre stata la costanza, l’assoluta disciplina che lo ha portato a migliorare continuamente: una costante che ne ha fatto oggi uno dei giocatori più interessanti della serie A. Nessuna iperbole, eliminate il pregiudizio: Duván è un “9” vero ed è pronto anche per un passaggio ulteriore, dopo la Sampdoria (posto che non sia la Samp a fare, con lui, quel passo). A Genova è giunto dopo un apprendistato a Udine, esiliato dal processo tecnico di Napoli, dove Sarri ha scommesso per un’altra tipologia di centravanti. Ma sarebbe il primo, il tecnico azzurro, a raccontarvi bene di Zapata. Perché è diventato giocatore vero, in Italia.

    Un sogno diventato realtà, nato molto lontano da qui. Le prime partitelle per strada a Ciudad Córdoba, non il quartiere più in di Cali, la città che diventava un centro importante per le produzioni cinematografiche, anche sperimentali e “dal basso”, un luogo dove il sorriso ricominciava a imporsi sulla paura, accompagnando i soliti giri di “salsa”, il ballo, vero e proprio comandamento della terza conurbazione, per numero di abitanti, del Paese.
    Il sorriso di Duván è sempre stato accompagnato da occhi rivolti verso il terreno, perché questo ragazzone dalle spalle larghe e dalla muscolatura imponente è di una timidezza unica. Mai una parola fuori posto, mai un urlo, solo qualche “mmmh, mmmh”, dopo un controllo sbagliato, dopo una palla calciata male. Tanti, continui “mmmh”, che motivano il suo primo soprannome: ternero, agnello, come se a lamentarsi, lui con soli sedici anni, fosse un piccolo animaletto, chiuso in quel corpo che, cresciuto troppo in fretta, fa fatica a coordinarsi. Eppure si mette lì, e lavora. Il talento elegante, quello di quei ragazzi cui il controllo di palla, la tecnica, sembrano portarsela dietro dall’infanzia.

    A Duván tocca lavorare, tanto. E lui lavora.

    Perché non riesce ad accettare la propria condizione, lui che vorrebbe controllare meglio, segnare di più, aggiungere proprietà tecniche al suo gioco. La giovane età non gli fa reggere questa situazione, e più di una lacrima, di rabbia, di frustrazione, ha solcato il volto importante di Duván, un volto che aveva le fattezze di quello di un adulto ma due occhi innocenti e puliti come quelli di un bambino.
    “Aveva limiti tecnici, questo sì. Abbiamo lavorato per correggerli, anche perché è raro trovare una disponibilità all’ascolto così elevata in un ragazzo. Duván era pronto a mettere in pratica i consigli che gli davamo.” Così racconta il primo vero allenatore di Zapata, Diego Umaña, ex giocatore della Nazionale, tecnico stimato e vincente, soprattutto personaggio chiave, eminenza calcistica superiore nella regione della Valle del Cauca, quella di Cali.

    E Duván non si rassegna dopo la mancata chiamata al Campionato Sudamericano Under 20 del 2011, in Perù, vinto dal Brasile di un giovane fenomeno, Neymar. Il CT della nazionale giovanile cafetera lo include però nella lista per il Mondiale di categoria, che si disputa proprio in Colombia. La Selección tricolor è guidata, offensivamente, da quei ragazzi nati col talento elegante dentro, James Rodríguez e Luis Muriel, uomo della costa atlantica ma cresciuto lui pure a Cali, nella fucina di talento del Deportivo, la squadra per sempre nell’immaginario collettivo legata al Pibe Valderrama, forse il più grande giocatore della storia del fútbol colombiano. Duván gioca un Mondiale controverso, qualche sprazzo, ma anche diversi errori. Un po’ come quella Colombia, che si arrende ai quarti di finale al Messico, nonostante una rete proprio di Zapata.

    Ma quel fisico e i resoconti sull’attitudine del ragazzo che accompagna ogni relazione seria su di lui convincono l’Estudiantes de La Plata a scommetterci.

    Nel Pincha, il tecnico che riconosce presto di aver a che fare con un diamante grezzo solo da spolverare un poco, è Mauricio Pellegrino. Prima giocatore, poi assistente di Rafa Benítez (al Liverpool e all’Inter), dopo qualche mese al Valencia, si è seduto sulla panchina dell’Estudiantes. Quando, tempo dopo, si trova a chiacchierare con il suo mentore, gli rivela quello che vede ogni giorno: Non puoi avere Jackson Martínez? Io in Argentina ho allenato il prossimo Jackson Martínez, prendi lui, è un ragazzo d’oro. E infatti è presto diventato un idolo, in una società abituata a vincere e presso un pubblico che, appunto, pretende parecchio.

    Benítez si guarda un po’ il ragazzo, poi convince il Napoli a investire su di lui. Certo, sarà necessario organizzare un percorso di crescita, nel Vecchio Continente, per Duván, ma i frutti, anche se non immediati, si sono visto col tempo con l’Udinese e con la Sampdoria, e sono succosissimi, come quelli che trovi nei mercatini di Cali (andateci).

    ¡Cali es Cali y lo demás es loma!,

    Il resto è montagna. Zapata ha sempre detto che a fine carriera ci tornerà, a Cali. Magari osannato, anche più di quei ragazzi pieni di talento con cui giocava da piccolo. Quelli tecnici, talentuosi, quelli che rubano l’occhio. Il calcio però non si ferma lì, guarda dentro l’uomo, guarda in profondità, e Duván, a suo modo, ha solo fatto un percorso differente, apparentemente più contorto, meno lineare.

    Il calcio è tutto. Il resto, han ragione a Cali, è montagna.

     

    Foto di copertina ©LaPresse
    Foto di Cali ©Luis Robayo/AFP/Getty
    Foto di Zapata all’América di Cali ©ElPais.com.co
    Altre foto ©LaPresse

    Carlo Pizzigoni

    Carlo Pizzigoni

    Nato a Pero, periferia milanese. Di solito è in giro a vedere cose, specie di calcio. Coppa d’Africa e Mondiali giovanili, visitati in serie e vissuti sul posto, sono le esperienze professionali che più lo hanno soddisfatto, al netto di #SkyBuffaRacconta (prima Storie Mondiali - diventato poi un libro Sperling&Kupfer -, poi Storie di Campioni) e fino al Mondiale 2014 in Brasile. Collabora con Sky, ha scritto per La Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo e per il quotidiano svizzero Giornale del Popolo. Con Guido Montana ha fondato MondoFutbol.com, con l’obiettivo di farne il punto di riferimento italiano per il calcio internazionale.

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