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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • DINAMO BERLINO, TRA PASSATO E PRESENTE

    La Germania è unita, il Muro è caduto. E Mauerpark (il Parco del Muro) sta lì a testimoniarlo.

    Una striscia della morte trasformata in area verde, letteralmente rinata.

    Il cemento che prima divideva Berlino ora si limita a proteggere un’immensa distesa d’erba. Ogni domenica, a Mauerpark, c’è il mercatino delle pulci più popolare della città, un posto fuori dal tempo in cui si trovano padelle, pantofole, vinili, Polaroid e sciarpe del Celtic. E il karaoke, emblema della nuova Berlino. Joe Hatchiban, irlandese trapiantato a Berlino, ogni domenica tra marzo e ottobre (meteo permettendo), porta un computer, un amplificatore e un ombrellone al centro della scena di un piccolo anfiteatro sottostante il Muro. Chiunque può cantare e chiunque, indipendentemente dalla qualità dell’esecuzione, deve applaudire.
    Il Muro, stracolmo di graffiti, si limita ad aggiungere colori allo sfondo e a separare il parco dal “Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark”, lo stadio in cui la BFC Dynamo gioca (solo) le partite più importanti.

    Uno dei tanti luoghi della capitale tedesca in cui, direbbe Guccini, “trame di passato si uniscono a brandelli di presente”.

    Perché il passato a Berlino non si cancella così facilmente. Soprattutto nella parte orientale della città, soprattutto ad Alt-Hohenschönhausen. Lì, nel quartiere in cui nel giugno 1953 più di 1000 lavoratori scioperarono durante i moti operai, soffocati nel sangue dall’autorità della neonata Germania Est. Lì dove dal 1951 il Ministero per la Sicurezza dello Stato, la Stasi, stabilì il suo principale centro di detenzione. Un luogo segreto, tanto da non essere segnato dalle carte geografiche ai tempi della DDR. Un luogo che ora è diventato un memoriale per ricordare le vittime del regime e della sua oppressione.
    Un monumento che si trova a pochi chilometri da un altro pezzo di storia, questa volta sportiva, di Berlino: Sportforum Hohenschönhausen, la vera casa della Dynamo. È il secondo complesso sportivo più grande della capitale tedesca, voluto a metà degli anni Cinquanta dalle autorità della ex Germania Est. Il centro è spalmato su quasi 50 ettari e circondato da lunghe strade e viali grigi.

    Arterie di cemento che portano ancora i nomi tanto cari alla retorica rivoluzionaria della DDR: Sandinostrasse, Simon-Bolivar-Strasse, Konrad-Wolf-Strasse, quest’ultimo fratello di Mischa, l’uomo senza volto, una delle menti dello spionaggio della Repubblica Democratica Tedesca.

    La BFC, ai tempi della DDR, era una potenza: una squadra capace di mettere in bacheca dieci titoli di Oberliga e due coppe nazionali.
    Oggi milita in Regionalliga Nordost, la quarta serie del calcio tedesco, e sta preparando la propria risalita verso il professionismo. Lo sta facendo attraverso un florido settore giovanile, in cui tecnici come Sven Franke hanno un ruolo fondamentale. Accento berlinese e risata facile, Sven ci accoglie subito dopo aver diretto un allenamento, seduto sulle gradinate del Stadion im Sportforum, un impianto da 12mila posti che trasuda storia.

    Lui, da tifoso e poi da tecnico, ha vissuto gli ultimi trentacinque anni del club, ai tempi della DDR legato agli apparati di sicurezza dello Stato. “Dopo la Riunificazione è cambiato tutto. I migliori giocatori, come Andreas Thom, sono stati venduti e la società è rinata”. Il passato, però, c’è e lo vivono soprattutto i tifosi “Per la maggior parte – racconta il tecnico – i nostri tifosi sono quelli dei tempi della Germania Est e anche la nuova cultura si è sviluppata sempre dando uno sguardo al passato”.

    I primi a ricordare quello che la Dynamo era e rappresentava sono i fans avversari:

    Soprattutto quando giochiamo contro le altre grandi del calcio della ex DDR i cori sono spesso su quel passato – spiega un po’ sconsolato l’allenatore”.

    La Dynamo di oggi sta però provando a cambiare le cose. “Lavoriamo per proporre sempre un calcio bello e corretto fin dai bambini – racconta –, in questi anni abbiamo cresciuto diversi ragazzi che poi hanno esordito in prima squadra. Nei prossimi anni puntiamo alla 3. Liga: la crescita necessita di tempo”.

    Lontane sono le notti europee, giocate al “Stadion im Sportforum” e al “Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark”, l’impianto che sorge di fianco a Mauerpark, dove la vecchia Dynamo ha giocato tra il 1971 e il 1990 e dove ora disputa solo gli “incontri a rischio”.

    Serate di gala in cui Jörn Lenz, attuale team manager del club, era in campo. Ci riceve nel suo ufficio, al primo piano della sede del club, una delle poche stanze in cui sono rimasti i trofei della vecchia Dynamo. Apre una piccola vetrinetta e si abbandona ai ricordi, mostrandoci alcune medaglie e qualche coppa. “Quelle che vedete sono le uniche cose che sono rimaste. Io sono arrivato qui nel 1985, ai tempi del settore giovanile – spiega. E nel 1989, dopo qualche allenamento con la prima squadra, ho esordito in Coppa delle Coppe.
    Un debutto con gol contro il Valur Reykjavík e l’inizio di una lunga esperienza nel club.

    Era un club strutturato e molto organizzato – racconta Jörn. E sui rapporti con la Stasi posso dire che, di sicuro, i giocatori non sapevano nulla. Ai ragazzi che vengono da noi cerchiamo di insegnare il rispetto e di dare tutto per il club, sempre e comunque,

    afferma, sicuro, il team manager.

    E così, nell’incredibile storia della Dynamo, convivono valori contraddittori: grandi imprese, fallimenti e un legame fortissimo con la DDR.

    Perché dietro i caleidoscopici graffiti di Mauerpark, sotto la polvere che ricopre i trofei nell’ufficio di Jörn, sopra le gradinate su cui siede Sven, c’è un passato che non si può cancellare.

    testi di Roberto Brambilla e Davide Zanelli
    foto © Carlo Cosio/MondoFutbol

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