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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • ÉRIC CANTONA: IL CATTIVO CHE SCONFISSE I DEMONI DEL CALCIO

    Siamo al Kennedy Center Honor. Presidente degli Stati Uniti d’America è Bill Clinton.
    È il dicembre 1997: due anni dopo i rapporti nella Stanza Ovale tra Monica Lewinsky e il Presidente e circa un anno prima dello scandalo che li ha consegnati alla storia come Sexgate.
    Nella East Room della Casa Bianca, quel giorno di dicembre Clinton presenta Bob Dylan con queste parole:

    Probabilmente ha avuto più impatto sulla mia generazione di qualsiasi altro artista. La sua voce e le sue liriche non sono sempre state facili da ascoltare, ma attraverso la sua carriera Bob Dylan non ha mai mirato alla simpatia.
    Ha disturbato la pace e messo a disagio i potenti.

    Lo scorso 24 maggio, Bob Dylan ha compiuto settantacinque anni: suonati, meravigliosamente.
    Negli ultimi cinquanta, però, ha condiviso la data del suo compleanno con un altro personaggio noto.
    Un personaggio a cui quelle parole di Bill Clinton del 1997, calzerebbero altrettanto bene, ma per una generazione altra, per campi diversi, per poteri differenti.


    Nel 1966, infatti, qualche mese prima che un incidente in moto segnasse un passaggio cruciale nella vita di Robert Allen Zimmerman, per tutti Bob Dylan, a Marsiglia nasceva Éric Daniel Pierre Cantona, padre originario della Sardegna e madre catalana. Nasce in Francia, nazione in cui avevano trovato rifugio i nonni in fuga dalla guerra civile spagnola. Cantona e Dylan c’entrano poco tra di loro e non mi azzarderò nell’impresa impossibile di mettere due giganti sotto lo stesso tetto, ma le parole di Bill Clinton in quella serata del 1997 rimbalzano nella mia testa come un palleggio morbido di Éric, uno di quelli con cui addomesticava la palla prima di metterla al servizio del suo destro potente e preciso, o di toccarla con il tacco verso il compagno più vicino.

    Perché Cantona ha il fisico di un domatore di leoni ma sensibilità e grazia da giocoliere.

    Proprio come Bob Dylan per la generazione di Clinton, infatti, Cantona è per quelli nati a metà degli anni ’80 un’icona identificativa. Forse non un modello, ma certamente un punto fermo. Nell’immagine di Cantona c’è tutto il calcio degli anni ’90 e 2000. Un calcio ricco di soldi e di giocatori formidabili che iniziava a unirsi sotto l’unica bandiera del marketing e della pubblicità. Un calcio in grado di rappresentarsi in spot che hanno letteralmente formato l’immaginario collettivo di milioni di ragazzi tanto quanto miti fondativi come Italia – Germania, l’Olanda di Cruijff o le giocate di Pelè e Maradona.

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    Non è stato al pari di nessuno di loro. Ha vinto meno.
    Ha segnato meno. Ha inciso meno nei numeri e nelle giocate.
    Ma Cantona non si conta, si pesa.

    E il peso specifico di Cantona è quello di un calciatore che ha incarnato un’idea di calcio e l’ha rappresentata, arrivando a esserne garante anche dopo e oltre la carriera in campo. Se il Cantona, prima del Leeds e poi del Manchester United, è un attaccante leader e trascinatore, alla base dello scudetto dei Peacocks nel 1992 e del grande ritorno dei Red Devils nel panorama calcistico inglese e internazionale, il Cantona fuori dal campo è un vero e proprio testimonial politico del calcio, ma non solo. Come ogni icona, prima di ogni cosa Éric Cantona è un’immagine: quella di un colletto alzato.
    La sua essenza di calciatore e interprete del gioco e della vita è tutta in quell’alterazione della divisa, in quel difforme dell’uniforme.

    Baggio aveva il codino, Cantona aveva il colletto.

    cantonaIl colletto alto è tutt’oggi un simbolo di arroganza, una forma di comunicazione non verbale che significa: superiorità, eccesso, eccentricità. Quello di Cantona è un modo per dire agli altri che “non sono come voi, io sono Éric Cantona, io sono il re”. Non a caso il suo soprannome sarà “The King” ma non potrà mai essere “Le Roi”, ben più adatto all’eleganza transalpina e nobile di Platini.
    Non a caso, quando tirerà addosso a un arbitro un pallone per protesta, non solo non chiederà scusa ma darà dell’idiota a ogni membro della commissione chiamata a decidere della sua squalifica, ottenendo che ne fosse triplicata la durata.
    Non a caso, quando lo Sheffield gli propose un secondo provino, si sentì offeso e firmò subito per il Leeds, portandolo a vincere la Premier.

    Il colletto alto di Cantona è la manifestazione evidente del suo estro.
    La firma della sua personalità sulla sua immagine. Il vezzo di un artista.

    Nel 1991, dopo la squalifica triplicata, annunciò il ritiro dal calcio per dedicarsi alla pittura.

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    A convincerlo ad appendere il pennello al chiodo per riprendere le scarpette, fu proprio Michel Platini.

    Se dovessi raccontare Cantona in una di quelle macchinette fotografiche giocattolo per turisti, al primo scatto farei vedere la sua esultanza dopo quello che è stato, a ragion veduta, definito come il suo più bel goal in carriera: il pallonetto contro il Sunderland. Siamo nel 1996.

    Cantona lo segna iniziando l’azione poco oltre il centrocampo, liberandosi di due avversari con una finta e un gioco di gambe la cui migliore descrizione possibile è nella risatina sorpresa del commentatore inglese di quella partita, un’onomatopea che sembra dire: “Guarda cosa ha fatto, quello. E adesso come lo spiego?”.
    Ecco, l’immagine che più si avvicina al tipo di effetto visivo di quella giocata, è quella di certi passi dei balli di gruppo quando l’animatore cambia improvvisamente il movimento facendo un passo di lato, poi un passo in avanti per poi voltarsi a 360 gradi e cambiare totalmente fronte lasciando chi provava a replicarne i gesti fermo sul posto, due passi indietro, di faccia verso le signore sedute ai tavoli della sala o sotto gli ombrelloni della spiaggia.

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    Il resto dell’azione vede il numero 7 di Cantona puntare dritto l’area del Sunderland, scambiare nello stretto con McClair e chiudere il triangolo con un pallonetto nel set morbido come il volo dell’aeroplanino di carta che atterra precisamente sul banco dell’amica di classe che ti piace. È un goal bellissimo. Realizzato con una facilità disarmante. Come se l’azione non fosse partita da centrocampo, come se di mezzo non ci fosse stata un’accelerazione potente.
    Come se fosse un’amichevole tra vecchie glorie – spoiler! -.
    Ma le cronache non raccontano di una folle corsa di Leonardo dopo aver disegnato la Gioconda, quella era più una cosa da Archimede – che si dice addirittura girò nudo per Siracusa dalla gioia della scoperta – o da Inzaghi, il cui senso del goal avrà più a che vedere con l’istinto della caccia che non con il gusto estetico per il bello.

    Cantona non corre. Non si lancia in esultanze a perdifiato sotto la curva. Si ferma. Come una statua. Il corpo rigido.
    Il colletto alto. La testa a guardare lo stadio come a dire “L’avete visto tutti. L’ho fatto io. Il vostro re”.


    Sarà forse la sua giocata più bella, ma non la sua più famosa. Quella l’ha realizzata un anno prima, nel frame che rappresenta il punto più alto e sublime di quel colletto alto e di quella immagine statuaria.
    Siamo nell’arena di uno spot Nike entrato negli occhi, nei ricordi e nei cuori di un’intera generazione di consumatori di calcio: la sfida tra il bene e il male nel Colosseo di Roma

    È in quell’occasione che Cantona compie il passo definitivo da calciatore a testimonial.

    Da quel momento in poi, il suo genio sregolato e ribelle, la sua personalità eccentrica e mai addomesticabile, si prenderanno cura dei più grandi talenti del gioco, dei calciatori più forti, del calcio più spettacolare.
    Lo vedremo, negli anni, spiare dal finestrino di un aereo l’allenamento più famoso e sfortunato mai disputato in un aeroporto, condurre il più spettacolare torneo indoor della storia del calcio: in una gabbia, promuovere il calcio freestyle e condannare i mali della simulazione e del gioco scorretto.

    È come se, da un momento preciso della sua carriera in poi, a Éric Cantona fosse toccato il compito di espiare i suoi eccessi di genio ribelle con un lungo lavoro di testimonianza della bellezza e dei valori del calcio.

    Una sorta di rivelazione. Come quella che, proprio nel 1966, l’anno di nascita di Cantona, ma anche del leggendario incidente in moto di Bob Dylan, portò il cantautore a guardare diversamente alla sua vita e a quello che desiderava: “mi rialzai per riprendere i sensi, realizzai che stavo solo lavorando per tutte quelle sanguisughe. Non volevo farlo.
    In più avevo una famiglia e volevo solo vedere i miei bambini”. Anche nella vita di Cantona c’è un “incidente”.
    Una terribile caduta. Succede nel 1996, in una partita in trasferta, contro il Crystal Palace. È una storia fatta di due calci. Con il primo, a un difensore del Palace, si guadagna il rosso e gli spogliatoi. Con il secondo, a un tifoso che lo insultava dagli spalti a bordo campo, Éric Cantona conquista una squalifica di nove mesi, 120 ore di servizio civile e l’immortalità.

    cantona calcioÈ quel giorno, con quel calcio così più vicino al Kung Fu che al tocco morbido del goal contro il Sunderland, che Cantona legittima il suo ruolo di leader carismatico del dream team che ha sconfitto un anno prima i demoni del male nel Colosseo. Non poteva essere l’angelico ed elegante viso di Maldini o Rui Costa, non il quasi fanciullesco aspetto del giovane e dentuto Ronaldo, non la fisicità spigolosa e minuta di Campos o la verticalità di Kluivert – nello spot ci sarebbero anche Davids, Ian Wright e Brolin – ma l’arroganza e la sicumera del ribelle prestato ai buoni.
    Perché per combattere il male un po’ devi conoscerlo, come nell’Uomo Tigre.


    Ma Cantona non è stato solo l’alfiere di un manifesto “politico” del calcio, poi passato alla storia come “Joga Bonito”;
    è anche una voce socialmente impegnata e attiva della vita politica francese.
    Ha invitato i suoi connazionali a portar via i propri risparmi dalle banche e a ribellarsi ai poteri forti che muovevano i fili della crisi economica.
    Ha attaccato e condannato duramente l’ideologia di destra dei Le Pen usando la sua immagine pubblica.
    Si è sempre rivelato personaggio tanto eccentrico quanto scomodo e spesso provocatore.
    Proprio come il Bob Dylan delle parole di Bill Clinton, uno che “non ha mai mirato alla simpatia. Ha disturbato la pace e messo a disagio i potenti”.

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    Il suo modo di raccontarsi nel film “Il mio amico Éric” di cui ha firmato il soggetto, per la regia di Ken Loach è l’ennesima giocata imprevedibile della sua persona. “The King” diventa un amico, quasi un fantasma, e aiuta, come Virgilio nell’Inferno con Dante, un tifoso inglese perso nella selva oscura della sua vita a ritrovare se stesso e affrontare i suoi demoni.
    Quando i due protagonisti ricordano i bei tempi di Manchester e rivivono alcune delle più significative azioni e imprese del Cantona giocatore, il calcio si manifesta come momento di sospensione dalla realtà, come fuga dall’asprezza della vita, come rincorsa alla gioia del goal, dell’assist, della giocata, del nuovo limite da superare: del “regalo” da consegnare ai compagni di squadra, ai tifosi, al “dio del calcio”.
    È il primo Cantona fuori dal mito, è Éric: soltanto un uomo, con il colletto abbassato.


    Ecco perché Éric Cantona ha rappresentato per la mia generazione un sacramento, una tappa nel nostro percorso di formazione e crescita come tifosi di calcio.

    Un calcio fatto di erba e tv, di pallone e telecamere, di genio e ribellione, giocate sublimi e gesti folli.
    Un calcio che iniziava a scegliere tra il campo e lo spettacolo. Che strizzava già l’occhio al male mentre lo combatteva a suon di spot.
    Éric Cantona è stato il Caronte di quel passaggio, demoniaco ma innocuo, poetico e maledetto.
    Lui, che a proposito dei media disse:

    Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine.

    Auguri Éric: au revoir!

    Fabio Fanelli

    Fabio Fanelli

    Barese, classe '85, mancino. È stato autore di Non cresce l'erba, la web serie sul calcioscommesse visto da un tifoso del Bari, trasmessa da MTV e ha collaborato con il programma Lorem Ipsum di Deejay Tv. Ha scritto e curato il voice over del pluripremiato film Una Meravigliosa Stagione Fallimentare, dedicato all'incredibile stagione 2013 – 2014 del Bari: dal fallimento societario alla semifinale playoff.

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