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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • ESSAM EL-HADARY, LE MANI SICURE DELL’EGITTO

    Allenarsi non è mai stato un problema per lui. Lo faceva anche per sei ore al giorno,

    racconta a Youm7 Emad al-Azharī, amico d’infanzia di Essam El-Hadary, portiere-simbolo dell’Egitto che Héctor Cúper ha riportato ad una Coppa del Mondo dopo 28 anni. Flette i verbi al passato, Emad, consapevole che, benché il compagno fraterno continui a battere record di longevità, il tempo è trascorso inesorabilmente. Non c’è un angolo di strada dove non abbiamo giocato – continua – in città ci conoscevano tutti”. Siamo a Damietta, nell’omonimo governatorato che si affaccia sul Mediterraneo, nel villaggio di Kafr al Battikh, agli inizi degli anni ’90. Il Paese è minato dal clima di terrore imposto dal movimento militante islamista della al-Jamaʿa al-Islamiyya, la cui azione ha inferto un duro colpo all’economia dell’Egitto di Hosni Mubārak, coinvolto attivamente nella Guerra del Golfo. Con queste premesse, Hajj Kamal El-Hadary, umile lavoratore, non può non desiderare un futuro più roseo per i suoi figli. Essam su tutti, ormai prossimo alla maggiore età e con un amore viscerale per il calcio che spesso e volentieri lo tiene lontano dai libri.

    Per questo, con l’intento di distogliere il ragazzo dal sogno di una carriera da calciatore fantasticata fin dal gol di Hossam Hassan (qualificazioni CAF alla Coppa del Mondo del 1990, nda), ricorre all’estremo gesto di bruciargli la divisa da gioco, quella da portiere, il ruolo che, vuoi per l’invidiabile altezza, vuoi per il senso di responsabilità che ne deriva, ha scelto. Un affronto che, data la disposizione patriarcale della famiglia, Essam può soltanto sviare, con l’appoggio di mamma Fathia. Lei lo copre, lascia che vada agli allenamenti scappando dalla finestra di casa e che si fermi sulle sponde del Nilo per lavare maglietta e pantaloncini impolverati, evitando così di destare ulteriori sospetti. Un legame robusto che persiste tutt’oggi. “Lascerà il calcio solo nel momento in cui suo figlio Yassin prenderà il suo posto”, confessa ai microfoni di ElWatan News la signora El-Hadary, che non dimentica mai di chiamare Essam prima di ogni partita e di commuoversi nel vederlo ancora con la maglia dei “Faraoni”. Un passaggio di testimone che a suo modo l’attuale numero uno dell’Al-Taawon, club della massima serie saudita, ha vissuto più volte in prima persona.

    La partita contro l’El Sharkia nel 1993 fu decisiva nella carriera di Essam. Al 10′ del secondo tempo il titolare Hisham Rizk si è infortunato con il Damietta in vantaggio per 2-1: da quel momento in poi non sarebbe più tornato fra i pali.

    A parlare, ancora a Youm7, è Osama Helmy, allora capitano del Damietta SC, uno dei primi a restare a bocca aperta dinanzi alle abilità di quel giovane di quasi un metro e novanta, dotato di un’incredibile forza nelle gambe (si narra che con il suo rinvio abbia segnato più di un gol mentre difendeva la porta della squadra di Kafr al Battikh) e nello spirito. Identica reazione che ebbe l’Ah-Ahly nel vederlo all’opera, motivo per il quale si affrettò a tesserarlo, lasciandolo un anno in prestito al team d’appartenenza, giunto, anche grazie alle sue parate, alla conquista della massima serie egiziana nella stagione 1994/95. Siamo rimasti sorpresi quando Essam fu chiamato con la Nazionale U23 (Giochi panafricani del 1995, ndr), ma sono onorato di essere stato suo compagno di squadra – puntualizza Helmy. Nell’ultima partita in Egyptian Premier League, mi proposi per cedergli la fascia, ma trovai resistenza da parte di alcuni dirigenti e dei tifosi i quali sostenevano che dovesse essere un onore rappresentare la propria città contro l’Al-Ahly”.

    Quell’Al-Ahly che poteva contare su uno degli idoli di El-Hadary, Ahmed Shobair, di cui fu poi il successore in un altro bizzarro gioco di incroci.

    Baffi neri e folti, modi rustici e carisma da veterano, nel giro di un biennio si era conquistato l’Egitto (primo e unico portiere  militante nella seconda divisione dell’EFA a farlo) e la miglior compagine del Paese. E per uno abituato a percorrere ogni giorno i sette chilometri che dividevano la casa natale dal centro di Damietta, partire come terza scelta nel nuovo club sembrò un ostacolo normale. Sormontabile lo divenne nel momento in cui Shobair, subissato di guai fisici, imboccò la strada del ritiro, arrivato nel 1996.
    “Durante il mio primo ritiro con l’Egitto, ebbi dei problemi burocratici e raggiunsi da solo la squadra che era in Germania. Non sapevo una parola d’inglese ma avevo un indirizzo, salii su un taxi e, seppur a fatica, trovai il luogo dell’appuntamento. Il giorno dopo mi svegliai all’alba e, sotto la pioggia, mi piazzai davanti all’ingresso dove alloggiavamo in attesa dell’allenamento. Non ho mai avuto problemi nel sentirmi sotto pressione”, ammette in un’intervista a Raseef22 lo stesso Essam, non nuovo a gesti singolari.

    Una volta, dopo un derby contro lo Zamalek, alcuni tifosi avversari gli lanciarono un’anguria e lui, senza batter ciglio, la raccolse e ne mangiò una fetta.

    Anche così, con la faccia pulita di chi si era guadagnato il successo a suon di sacrifici, imparando il mestiere praticamente da autodidatta, scrisse alcune delle pagine migliori della storia del club della Capitale (15 trofei nazionali e 9 internazionali, fra cui 3 CAF Champions League), prima di lasciarlo per tentare l’avventura europea, al Sion. Alla radice di tale decisione i rapporti tesi con il tecnico portoghese Manuel José e parte della dirigenza, sfociati in un addio controverso, fra ricorsi al Tribunale Arbitrale dello Sport e la conseguente squalifica di quattro mesi inflitta dalla FIFA. Uno stop che non gli impedì di ritrovare, almeno momentaneamente, il sorriso. Salutò la Svizzera l’anno successivo, portandosi dietro una coppa nazionale conquistata, battendo lo Young Boys allenato da Vladimir Petković, e un po’ di amarezza.

    Abbandonare nel 2008 la squadra per cui tifavo fin da bambino è stato l’errore più grande che abbia mai compiuto. Se avessi continuato con l’Al-Ahly la mia vita avrebbe avuto dei risvolti sicuramente migliori.

    Un rimpianto che, ad ogni modo, andava a braccetto con la consapevolezza di aver comunque colto un’occasione. E anche per questo, quando Ahmed El Shenawy, il titolare del corso-Cúper, è stato costretto a dare forfait (sfida al Mali nella Coppa d’Africa 2017), non si tirò indietro.

    Altro collega, altro infortunio, altra chance.

    El-Hadary ha infilato gli attrezzi del mestiere, con quella naturalezza che non gli era concessa ai tempi del Damietta, quando non poteva permettersi di avere dei guanti, nemmeno in inverno. Il primo paio glielo comprò l’allenatore delle giovanili del Damietta ma “High Dam“, così come lo hanno battezzato, decise di utilizzarli solo per le gare più importanti. Voleva preservarli, alla stessa maniera con cui oggi fa splendidamente con i propri muscoli. Il segreto? Una dieta ferrea, esercizi di flessibilità prima e dopo ogni seduta d’allenamento e immersioni quotidiane di mezz’ora in acqua gelida. Tanto zelo per non mancare lo storico debutto al Mondiale, che si è guadagnato sul campo a 44 anni suonati, e arrivare fin lì dove nessuno mai, nemmeno il collega colombiano Faryd Mondragón (a oggi il più anziano ad aver giocato una fase finale di un Mondiale) si è spinto finora.

     

    Credits
    Foto di copertina e El-Hadary con l’Egitto ©LaPresse

    Aniello Luciano

    Aniello Luciano

    L'uomo in più di MondoFutbol. Pronto a intercettare l'ultimo streaming e a segnalare il prossimo craque. Ha già mostrato il suo talento sul blog Interista Sempre e su Transfermarkt. Trova pure il tempo per fare scouting tra i circuiti musicali indipendenti.

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