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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • FINCHÉ C’È RUSSIA, C’È SPERANZA

    “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.”

    Era il 2011 e Giovanni Trapattoni era ancora il commissario tecnico della nazionale irlandese. Le sue parole alla vigilia della gara decisiva contro l’Estonia nei play-off degli Europei fecero in breve tempo il giro del mondo e ora echeggiano di nuovo anche in Francia a quattro anni di distanza.
    Se da una parte la “sua” Irlanda ha conquistato sul campo l’accesso agli ottavi con una fantastica prestazione contro l’Italia, il suo motto andrebbe traslato ad una delle due squadre peggiori di questi Europei: la Russia (l’altra è l’Ucraina).
    A dirlo non sono solo le statistiche, ma anche le prestazioni sul campo che hanno ben poco di cui andar fieri.

    Presunzione. Così può essere definita la nazionale russa in una sola parola.

    Pensavano di “avere il gatto già nel sacco”, tanto per essere ironici.
    Alla vigilia della maggiore competizione continentale del 2016, erano state spezzate molte lance a favore della nazionale guidata da Leonid Slutsky. Dmitriy Kombarov aveva addirittura parlato di un arrivo ai quarti di finale, pensando di superare agevolmente un girone sulla carta tra i più deboli del torneo.

    Che non sarebbe stato l’Europeo della Russia, tuttavia, era intuibile sin da maggio.

    L’infortunio di Alan Dzagoev, il quale per valore assoluto può essere considerato il miglior calciatore russo in circolazione, è stata una notizia che ha letteralmente tagliato le gambe alla Sbornaya (come la nazionale è chiamata in patria).

    dzagoevDzagoev è un giocatore chiave nello scacchiere di Slutsky, dove al CSKA gli ha addirittura ritagliato una ruolo da mediano nel quale si è inserito alla grande. Il talento osseta è quell’elemento, l’unico al momento in Russia, a dare un equilibrio totale sia in attacco che in difesa. Tanto carattere, fatto molto insolito per i russi, e ottima tecnica ne fanno un giocatore da top club europeo. I troppi infortuni e le mancate motivazioni, però, non gli hanno fatto terminare quel processo di crescita che tutti da lui si aspettavano.

    Come se non bastasse, all’assenza dell’osseta si è aggiunta anche quella di Igor Denisov, l’altro giocatore insostituibile nel 4-2-3-1 di Slutsky.

    Il centrocampista della Dinamo Mosca si è strappato nell’ultima amichevole contro la Serbia e così la Russia si è ritrovata senza i due mediani di schermo davanti alla difesa a pochi giorni dall’inizio dell’Europeo.
    In piena crisi, Slutsky si è dovuto reinventare il settore più nevralgico ed importante del campo con pochissimo tempo a disposizione.
    Il tecnico del CSKA, tuttavia, non ha saputo trovare le misure giuste, andando nel pallone e non capendoci più nulla dalla gara di Monaco.
    Contro Inghilterra e Slovacchia, il buon Leonid ha schierato al posto di Dzagoev e Denisov ben due giocatori adattati: Roman Neustädter e Aleksandr Golovin.
    Il primo ha fatto le sue fortune come difensore centrale allo Schalke, mentre il secondo è un fantasista che agisce nei tre dietro all’unica punta esentato da grandi compiti difensivi.

    I risultati di questa scellerata decisione si sono visti contro gli inglesi, dove il centrocampo russo è stato letteralmente sovrastato da Rooney e compagni. A salvare la Sbornaya da una meritata sconfitta ci ha pensato solo un’incornata del capitano Vasiliy Berezutski, il quale è letteralmente volato in cielo in una sfida che sembrava già chiusa.

    Contro la Slovacchia, le cose sono leggermente migliorate, tuttavia l’undici di Kozák si è dimostrato molto più squadra, compatto e pronto alle ripartenze con tre giocatori del calibro di Mak, Weiss e Hamšík, pronti a sfruttare le praterie concesse dalla difesa russa.
    La gara finale contro il Galles è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, dove la Russia ha tentato di salvare il salvabile, prendendo però soltanto una cocente lezione di calcio dalla nazionale allenata da Chris Coleman. Un 3-0 umiliante che lascia ben poco ai commenti, dove Bale e Ramsey hanno surclassato tutti, allietando il pubblico locale con la loro classe.

    Se prima del capitombolo di Tolosa qualcuno riponeva ancora timide speranze nella Sbornaya, quella partita ha sancito definitivamente il fallimento del calcio russo come sistema pronto a salire alla ribalta nel calcio mondiale.

    Nonostante l’eliminazione da Euro 2012 per mano della Grecia, oppure il pareggio deludentissimo contro l’Algeria in Brasile, oppure la sconfitta ai play-off di Sudafrica 2010 contro la Slovenia fossero state tutte grandi delusioni, nessuna di esse è paragonabile all’umiliazione in terra francese.

    Checché se ne dica, la Russia ha spesso raccolto meno di quanto seminato.

    In Polonia e Ucraina, ad esempio, nella roboante vittoria sulla Repubblica Ceca, gli uomini di Dick Advocaat regalarono giocate di alta classe e una prestazione degna di tale nome. Contro la Polonia, i padroni di casa vennero messi sotto ed ottennero un punto soltanto grazie all’incredibile tiro dell’idolo locale Błaszczykowski. La gara contro i greci fu molto sfortunata e rappresentò il termine del ciclo dei vari Arshavin, Zyryanov e Pavlyuchenko.
    In Brasile, invece, una debacle di Akinfeev regalò il pari alla Corea, mentre tante occasioni sbagliate non permisero ai russi di chiudere in anticipo il match contro l’Algeria, che poi divenne la sorpresa del torneo contro la Germania.

    Nulla di tutto ciò è stato visto in Francia. Una delusione su tutti i fronti. E la scusa del limite può essere usata fino ad un certo punto. I problemi sono molto più profondi e radicati. Vanno analizzati e risolti uno ad uno. Quanto successo ad Euro 2016 è l’emblema di come la distruzione di un sistema calcistico possa portare a risultati tanto vergognosi, arrivando fino ad annientare l’essenza stessa di calciatore.

    Quello che fa più arrabbiare è come i giocatori russi non abbiano motivazione. Non hanno le palle. E difficilmente altri nella stessa situazione si comporterebbero in modo diverso. La colpa è del sistema. Un buono stipendio, un campionato comunque competitivo e la vicinanza della famiglia sono tutti fattori che ogni calciatore vorrebbe con sé. E i russi questo ce l’hanno.

    Per quale motivo essi dovrebbero lasciare tutto ciò per andare in Europa? Guadagnerebbero di meno, forse non si adatterebbero nemmeno per via della lingua da imparare e magari addirittura la famiglia non li seguirebbe. A che scopo?

    Come è stato confermato dagli stessi giocatori russi, Glushakov ad esempio, l’unica cosa che potrebbe farli vacillare è un’offerta proveniente da un club comunque blasonato che giochi le coppe europee.
    Il problema è che la Russia non è nell’Unione Europea, rendendo perciò tutti i trasferimenti più difficili. Inoltre, sono pochi i club pronti a scommettere sui giocatori della ‘Madre Patria’. I precedenti (Arshavin, Pavlyuchenko, Bilyaletdinov, Zhirkov) non sono dei più esaltanti.

    Come controprova, negli anni ’90 era tutto esattamente l’opposto.

    Con il crollo dell’URSS, il campionato sovietico (tra i più competitivi nella storia del calcio) si divise e di conseguenza i suoi poli di forza vennero disgregati a livello nazionale. Con la recessione ed i pochi soldi, ai calciatori russi non rimase che volare all’estero in cerca di fortuna. E alcuni ci riuscirono, come Karpin, Mostovoy e Alenichev.

    Con il limite sugli stranieri schierabili in campo, i russi non solo godono dei privilegi sopracitati, ma anche di un posto fisso nella squadra titolare. Un Eden per ogni giocatore professionista. Soldi, famiglia, casa e nemmeno l’impegno di lottare per una maglia nella formazione iniziale. Tutti probabilmente, specialmente quelli senza motivazioni di successo, vorrebbero fare una vita così.

    Se almeno ci fossero giovani forti, qualcosa uscirebbe fuori lo stesso da questo sistema marcio. E invece no. Il marcio arriva fino proprio in cima alla formazione dei calciatori. Tra raccomandazioni ed allenatori nemmeno troppo preparati, l’unica cosa che può salvare un calciatore è il suo talento. E pure quello a volte non serve.
    Nel calcio la componente psicologica è fondamentale e molti si perdono ancora prima di arrivare nella massima serie.
    Appena un giovane emerge, tutti i tutti top club fanno a gara a chi lo paga di più per aggiudicarsi le sue prestazioni.
    Il risultato? Un giocatore già soddisfatto, senza ambizioni e che non ha interesse nel dimostrare all’allenatore il proprio valore, vivendo per sempre con l’etichetta di promessa.

    L’esempio più eclatante di tutto ciò si chiama Aleksandr Kokorin.

    kokorinSvezzato dalla Lokomotiv, i suoi compagni definivano il suo talento “mostruoso”.
    Poco prima di arrivare in prima squadra, però, decide di prendere una scelta che condizionerà per sempre la sua carriera.
    Rifiuta il rinnovo con la squadra in cui è cresciuto per passare ai rivali della Dinamo, i quali gli offrono uno stipendio dagli standard spropositati. Con i ‘Poliziotti’, Kokorin va a intermittenza e non riesce mai a diventare un vero leader. Nel mezzo anche un passaggio all’Anzhi, per soldi, con il quale non scende mai in campo prima di tornare alla Dinamo.
    In Francia, Kokorin è stato tra i più deludenti e proprio lui è l’emblema di questo calcio russo. Un modello fallimentare che andrebbe insegnato agli aspiranti dirigenti calcistici nelle “cose assolutamente da non fare.”

    Come detto, il calcio giovanile rappresenta un’enorme problema per la Russia. È possibile che nel paese più grande del mondo non si possano trovare undici giocatori dignitosi di calcio? Un potenziale sulla carta devastante e nemmeno utilizzato. E proprio queste sono le contraddizioni che stanno uccidendo il calcio russo. In Siberia e nell’Estremo Oriente ci sono un sacco di ragazzini talentuosi, ma che per problemi economici o per mancanza di strutture non arriveranno mai nel calcio che conta.

    Il retro della medaglia sono i giocatori meno di provincia. A Mosca i talenti delle accademie vengono pagati e non poco. Non sarebbe meglio fissare un tetto massimo di guadagno per gli U21 e destinare la restante somma allo sviluppo del calcio giovanile? Una risposta scontata ad una domanda altrettanto retorica.

    A tutto ciò, vanno aggiunti i loschi affari in Federazione, dove spesso vengono prese le decisioni più vantaggiose a scapito di quelle migliori per lo sviluppo locale. Olga Smorodskaya sta distruggendo tutto quanto di buono fatto dalla Lokomotiv prima del suo arrivo, mentre tra Zenit (Gazprom) e CSKA (Giner) il dubbio che abbiano manomesso più partite è decisamente lecito.

    L’unica eccezione è il Krasnodar di Sergey Galitskiy, ma si sa che una rondine non fa Primavera…

    Gli stadi sono per oltre metà vuoti, i soldi (a scapito di quanto si dica in Europa) mancano e onestamente parlando le società non hanno sufficienti competenze per gestire al meglio i club. In questo surreale scenario, i giocatori russi non hanno fatto che montarsi la testa, sentendosi già arrivati ancora prima di iniziare a giocare un calcio competitivo.
    Una volta atterrati a Mosca dalla terribile avventura in terra francese, Aleksandr Golovin ha detto ai giornalisti:

    “Vergognarmi? Per cosa dovrei vergognarmi?”

    Oleg Shatov, invece, è stato un po’ più “pacato” e a diretta domanda di un giornalista ha risposto: “Fanc**o.” Decisamente meglio è andata con gli esperti Vasiliy Berezutskiy e Roman Shirokov, i quali non hanno fatto altro che confermare come il limite stia facendo affondare il calcio russo. Anche se, come già detto, i fattori in gioco sono molti di più.

    Ai mondiali casalinghi mancano meno di due anni e l’atmosfera è molto cupa. Slutskiy probabilmente non ci sarà più e nemmeno le sue folli decisioni, tra convocazioni opinabili e il posizionamento di ben 5 giocatori (Neustädter, Golovin, Shatov, Smolov, Kokorin) fuori ruolo in una competizione così importante.
    Al suo posto la Federazione Russa sta considerando le candidature di Stanislav Cherchesov, reduce da un’ottima annata con il Legia Varsavia, e Kurban Berdyev, il genio dietro la favola del Rostov. A loro si aggiungono anche i profili di Guus Hiddink e Manuel Pellegrini, anche se i loro stipendi potrebbero essere molto più che un freno.

    Con ben pochi talenti su cui puntare, stadi ancora da costruire, una guida tecnica assente, gli scandali interni e la mancanza di soldi e volontà per le riforme, le prospettive lasciano allibito anche il più grande degli ottimisti.

    Questo è il calcio russo con i sui difetti, la sua marea di contraddizioni, ma anche con il suo fascino e la sua unicità a tratti incompresa. Se molti pensavano che il 7-1 inflitto dalla Germania al Brasile potesse essere la più grande umiliazione in un mondiale casalingo, beh, tra due anni potrebbe succedere anche di peggio.
    Immaginare la Russia fuori ai gironi non è un’ipotesi affatto remota. Senza più gare ufficiali sino al 2018, la motivazione già assente nei giocatori russi potrebbe scomparire per sempre.

    Da una tragedia calcistica all’altra, la Russia si sta per presentare all’evento sportivo più popolare del mondo con zero certezze ed un’infinità di dubbi. I russi sono molto religiosi e per questo pregheranno affinché vada tutto per il meglio.

    Come disse il famoso poeta russo Fedor Tyutchev:

    “Non si può capire la Russia con la mente. Nella Russia si può solo credere.”

    E allora crediamoci anche noi. La speranza, d’altronde, è l’ultima a morire.

    Stefano Conforti

    Stefano Conforti

    Italo-russo, fa del calcio la sua unica religione. Tifoso della Lokomotiv Mosca, gestisce un blog e ha scritto un magazine in inglese (il primo nel suo genere per un club dell'Est Europa) sui "Ferrovieri" più famosi al mondo. Collabora con RusFootballNews e crede nel progetto MondoFutbol. Appassionato di tutto ciò che riguarda il calcio russo e post sovietico, cultura compresa.

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