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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • IL GIAPPONE SECONDO CESARE POLENGHI

    Il Giappone si è assicurato la sesta partecipazione di fila ai Mondiali, ma il clima attorno alla Nippon Daihyo sembra diverso rispetto a quattro anni fa: le ragioni possono essere nell’aumentata competitività della zona asiatica, in alcune contraddizioni del movimento nipponico e nel processo di crescita, che sembra essersi fermato.
    Per capire le prospettive del Giappone in Russia, MondoFutbol ha contattato Cesare Polenghi, capo editore e creatore del progetto Football Tribe Asia, che fin dalla metà degli anni ’90 ha seguito la crescita del calcio nipponico in loco.

    Con MondoFutbol monitoriamo il calcio nella sua globalità: non c’è dubbio che la tua storia sia interessante in tal senso. Perché ti sei trasferito in Giappone? E da cosa è nata la passione verso il calcio asiatico?

    È una di quelle cose difficili da spiegare. Mio nonno lavorava alla Yamaha quand’ero bambino e mi portava questi regali esotici dal Giappone: è stato il mio inizio, ma ho sempre avuto il desiderio di abitare in Asia. Poi il calcio si è accomunato alla mia passione e sono arrivato in Giappone nel ’94. Sono diventato giornalista part-time nel 2009 e dal 2011 è un lavoro a tempo pieno.

    La J. League è stata inaugurata nel ’93, quando il Giappone aveva appena vinto la Coppa d’Asia alla seconda presenza in assoluto e non era ancora mai arrivato alla fase finale di un Mondiale. 24 anni più tardi, sesta partecipazione di fila e altre tre vittorie in Coppe d’Asia. Cosa c’è dietro a questa crescita? È un predominio destinato a durare?

    La J. League è stata la prima lega professionistica in Asia, ben sviluppata soprattutto nei suoi primi anni. Purtroppo, non c’è stato molto progresso negli ultimi 5-6 anni. Dopo il Mondiale 2010, molti scout hanno capito che i giocatori giapponesi possono giocare in Europa, costano meno e sono ottimi professionisti. C’è quindi stata un’emorragia di talento, non sopperita però da investimenti successivi. Uno dei più grandi problemi in Giappone è la mancanza di scouting a livello internazionale. Il picco del calcio giapponese è stato nel 2010: anche negli anni di Zaccheroni – nonostante abbia fatto un buon lavoro –, i risultati sono mancati. Questo ciclo sarà valutato dopo il Mondiale, ma le premesse non sono state positive e questa qualificazione è stata la più sofferta.

    A Russia 2018 bisogna far meglio di Brasile 2014. Eppure, all’epoca c’era più attesa per la Nippon Daihyo, nonostante fossero già arrivati segnali preoccupanti in Confederations Cup. Inoltre, il rapporto tra Halilhodžić e l’opinione pubblica giapponese sembra complicato.

    Il Mondiale 2014 è stato disastroso, seguito dall’eliminazione ai quarti di finale della Coppa d’Asia e dall’ultimo posto nella Coppa dell’Asia orientale. La squadra vale più di quanto si è visto negli ultimi tornei, ma questo andrà dimostrato sul campo. La Coppa dell’Asia orientale del prossimo dicembre sarà già un test, perché un risultato negativo farebbe calare un’atmosfera negativa sulla nazionale. Al contrario di Zaccheroni – che ha fatto un enorme sforzo (ed è riuscito) ad adattarsi alla cultura giapponese –, Halilhodžić è una persona un po’ polemica. Ha avuto un paio di uscite spiacevoli, come quando ha criticato i giocatori giapponesi per le percentuali di grasso nella loro massa corporea o ha detto che i media sono troppo critici. Intendiamoci: la nazionale è sempre una squadra popolare (i giocatori sono visti come rockstar), ma – rispetto a quattro anni fa – c’è meno affetto per via dei risultati e di Halilhodžić.

    La J. League non ha il potenziale economico della Chinese Super League, tuttavia c’è una crescita segnata anche da accordi di tipo commerciale (come quello con Perform Group riguardo il servizio streaming DAZN). Pensi che la J. League possa diventare uno dei primi 10 campionati al mondo per seguito?

    Attualmente, la lega cinese è in una fase molto simile agli inizi della J. League: ci sono giocatori stranieri dai nomi altisonanti, però alcuni sono a fine carriera e sono anche strapagati. Intanto, il livello della J. League continua a crescere: rispetto a una gara di 10-20 anni fa, la differenza si nota, soprattutto tatticamente. Tuttavia, i giapponesi faticano a internazionalizzarsi, perché sono un’isola, hanno problemi con le lingue e c’è chiusura mentale verso l’estero. L’altro problema è che ci sono pochi allenatori di alto livello: molti vengono dal settore giovanile o sono vice-allenatori. Quando consegni una buona squadra a un allenatore inesperto, perdi tra il 20 e il 40% del potenziale. Guarda quello che ha fatto Massimo Ficcadenti tra Saga e Tokyo: la maturazione di giocatori come Harakawa, Kamada e Muto è passata dalle sue mani. Questo deve cambiare, però non ci sono stati molti segnali in questa direzione. Hai anche menzionato il contratto per DAZN: quest’accordo – almeno per il momento – non ha aumentato l’interesse per la lega.

    Il progetto di Football Tribe Asia è ambizioso e segue la crescita del Sud-Est asiatico nel calcio. Ci puoi spiegare di cosa si tratta? E secondo te, prima o poi vedremo una nazionale del Sud-Est asiatico al Mondiale?

    La crescita di quella zona non è solo calcistica, ma anche a livello giornalistico. Per realizzarla, questi siti non dovrebbero far capo a un grande conglomerato estero, ma a ragazzi locali. Football Tribe vuole creare delle edizioni indipendenti, dove i giovani giornalisti – supportati dalle loro comunità – crescono insieme al calcio. Una cosa di cui sono molto orgoglioso è che a breve aprirà la nostra edizione in Corea del Sud e il capo editore sarà una ragazza: per quello che so, è la prima volta che succede.

    La Thailandia al Mondiale? Difficile per due motivi. Primo: il livello del professionismo deve crescere. Secondo: può sembrare un luogo comune, ma a livello di fisicità i giocatori di questa zona sono particolarmente piccoli. Nel calcio, se vuoi competere senza fisico, devi essere il Barcellona di Guardiola. Sarebbe bello se la Thailandia diventasse il portabandiera del sud-est asiatico, facendo bene anche in Coppa d’Asia. Comunque la passione dei tifosi in Thailandia e in Indonesia è ai livelli del Sud America. Il potenziale – di tifosi, giocatori e giornalisti – è enorme, ma il calcio in Asia è ancora in fase embrionale e c’è tanto da fare: con Football Tribe, speriamo di fare la nostra parte.

    A tuo modo di vedere, cosa può fare questo Giappone con quest’allenatore al Mondiale?

    L’anno che va dal dicembre del 2017 al gennaio del 2019 – dalla Coppa dell’Asia orientale fino alla Coppa d’Asia, passando per il Mondiale – ci dirà dov’è il Giappone a livello calcistico, sia sul campo che negli uffici. Alla fine, quello che conta sono i risultati: quelli dell’ultimo quadriennio non sono stati particolarmente brillanti. Vediamo cosa porterà il futuro.

     

    Foto copertina e Foto 1 ©japantimes.co.jp
    Foto Vahid Halilhodžić e Thailandia ©espnfc.com

    Gabriele Anello

    Gabriele Anello

    Di passaporto italiano e cuore giapponese, spera in un posto al Mondiale per l'Oceania. Collaboratore di SampNews24 e caporedattore calcio di Crampi Sportivi, gestisce anche i blog Golden Goal: The Blog e #ilpiùgrandespettacolodentroilweekend.

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