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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • HÉCTOR CÚPER: RIPARTIRE IN SILENZIO

    “Aveva 18 anni, andai a cercarlo a casa sua. Mi avevano detto che era un numero “due” molto forte così andai lì, nel suo paese. Lo incontrai, lo salutai e mi guardò. Parlava poco, questo mi sorprese molto. Parlava solamente quando era necessario.”
    Era il 1973 e Carlos Timoteo Griguol, un’istituzione del fútbol argentino, aveva percorso gli ottanta chilometri che separano Rosario da Chabás, piccolo paese nella provincia di Santa Fe, per trovare un difensore. Il ragazzo taciturno per cui Griguol, allora tecnico alle prime armi sulla panchina del Rosario Central, si era messo in viaggio si chiamava Héctor Raúl Cúper.

    Gli bastava lanciare un’occhiata ai compagni di squadra perché questi capissero che stava succedendo qualcosa. Lui non aveva bisogno di parlare.

    Cúper, poche stagioni più tardi, sarebbe diventato uno dei perni del Ferro Carril di Griguol. Insieme, avrebbero vinto due campionati (1982 e 1984), gli unici nella storia della società, che come polisportiva dominò letteralmente lo sport argentino negli anni Ottanta. Griguol aveva costruito un gruppo, prima che una squadra, saldamente unito e aveva sviluppato un gioco che non rubava l’occhio, ma era rapido e organizzato. E di quel Ferro Carril, Cúper, per tutti El Cabezón, era un simbolo. La sua carriera da tecnico, fedele allo spirito verdolaga forgiato dal suo maestro, comincia però vicino a casa, all’Huracán, dove si era trasferito per chiudere la carriera.

    cuper4Nel 1992, ha inizio un lungo peregrinare che porterà Cúper da Chabás al mondo. Un secondo posto nel Torneo di Clausura 1994 con El Globo e una Copa CONMEBOL, alla guida del Lanús, nel 1996: nel giro di cinque stagioni, El Cabezón prepara così il suo sbarco in Europa. Prima porta il Mallorca in finale di Copa del Rey, perdendo ai rigori contro il Barcellona, poi alla vittoria in Supercoppa (proprio contro i blaugrana) e al miglior piazzamento della sua storia in Liga: un terzo posto dietro i catalani campioni, a soli due punti dal Real Madrid e con una lunghezza sul Valencia di Claudio Ranieri.
    E proprio al posto del tecnico romano, Cúper viene chiamato nell’estate del 1999. Due stagioni, due finali consecutive di Champions League. Entrambe, però, vanno nel peggiore dei modi. Il 24 maggio 2000, a Parigi, il Real Madrid di del Bosque vince con un secco 3-0, mentre un anno più tardi, San Siro gli consegna la sua prima grande delusione italiana.

    E Cañizares, tra le braccia di Kahn, dopo l’ultimo calcio di rigore, piange di rabbia per un sogno che a Valencia non si sarebbe più ripresentato.

    Il tecnico di Chabás e il suo calcio lasciano il segno in Spagna, tanto che il famoso giornalista José María García ripete spesso una frase, che identifica molto bene l’approccio al gioco che Cúper ha ereditato da Griguol:

    È esattamente il contrario dei suoi connazionali. Lui usa molto il badile e poco il piccone.

    A Valencia sarebbe seguita Milano: dalla rabbia per una Champions persa alla disperazione per uno scudetto prima accarezzato e poi gettato via, in una folle domenica del maggio 2002.

    cuper3Ma la figura di Cúper, inevitabilmente condizionata da quella stagione allo stesso tempo grandiosa e fallimentare, è stata decisamente rivalutata da alcuni suoi ex giocatori, che con Mancini e Mourinho sarebbero riusciti a riscattarsi. Su tutti, Iván Córdoba che, in un’intervista rilasciata diversi anni dopo, ha parlato così del tecnico argentino:

    Con lui si sono messe le basi per creare qualcosa di importante. Bisogna dargli tantissimo merito, ha iniziato a fare un lavoro importante in generale. Ci ha dato la consapevolezza di poter essere protagonisti e così è stato.

    Nel 2004, torna al Mallorca, dove è un idolo. Ma la sua esperienza si chiude con le dimissioni del febbraio 2006. Da allora, la carriera di Cúper si ferma e piomba in una sorta di buco nero.

    Real Betis, Parma, Georgia, Aris Salonicco, Racing Santander, Orduspor, Al-Wasl. Nel giro di sei anni e otto mesi,  cambia sette squadre in sei paesi differenti.

    Gira il mondo, ma si tratta di viaggi fugaci, che si concludono con esoneri, dimissioni o brevi contratti scaduti. Sembra che la smania di riprendersi il posto che si era guadagnato lo spinga a scegliere una nuova panchina sempre più frettolosamente. Nel frattempo, la direzione distrettuale antimafia di Napoli lo inserisce nel registro degli indagati con l’accusa di riciclaggio e associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva. Cúper avrebbe ricevuto 200000 euro da esponenti del clan D’Alessandro per rivelare i risultati di alcune partite combinate della Liga e del campionato argentino. Sembra la fine per El Cabezón. Ma il 2 marzo 2015 arriva, a sorpresa, l’annuncio del suo ingaggio come allenatore dell’Egitto.

    cuper2Gli obiettivi da centrare nei tre anni di contratto sulla panchina egiziana sono la vittoria nella Coppa d’Africa 2017 (i Faraoni sono la squadra più vincente nella storia del torneo), appuntamento clamorosamente mancato dal predecessore Shawky Gharib, e la qualificazione al Mondiale di Russia 2018. Solo in due occasioni, infatti, il colosso africano è riuscito a prendere parte alla fase finale di una Coppa del Mondo: nel ’34 e nel ’90, le due edizioni disputate in Italia.
    Nonostante i dubbi avanzati dai sempre esigenti esponenti del panorama calcistico egiziano, Cúper ha dimostrato di aver ancora qualcosa da dare al fútbol. Ha portato i Faraoni in finale di Coppa d’Africa (persa con il Camerun), ma soprattutto ha centrato la qualificazione ai Mondiali dopo 28 anni di assenza. Un’impresa costruita restituendo entusiasmo e passione per il pallone alle giovani generazioni, che vedono in Salah l’ideale erede di Aboutreika. Attorno alla maturazione dei nati nei primi anni ’90 (il giocatore del Liverpool ed Elneny su tutti) e alla fiducia in giovani talenti (come Ramadan Sobhy), Cúper ha saputo rilanciare una squadra in crisi di risultati, ricreando un gruppo solido e compatto: il principio base che gli aveva trasmesso Griguol.

    Lo ha fatto con fatica, dopo un periodo buio e difficile. Lo ha fatto, soprattutto, in silenzio. Perché lui, come dice il suo maestro, non ha bisogno di parlare.

    Davide Zanelli

    Davide Zanelli

    Nato a Brescia, studia Storia a Milano. Giornalista e autore per MondoFutbol, scrive di calcio anche per Calcioscopio, di cui è fondatore, e per il Giornale di Brescia. Ha sempre giocato a basket, poi ha visto una doppietta di Baggio dal vivo e le cose sono cambiate.

    C’è un commento.

    • Avatar
      Hammer of Thor
      25 Agosto 2017, 10:01

      Cuper e stato acquistato dall’Huracan, squadra forse poco brillante ma che gli ha consentito di concludere la carriera in modo dignitoso.

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