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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • L’IDENTITÀ CANARIA E L’EREDITÀ DEL PRIMO TIQUI-TACA

    Come per tutte le società, anche per quella canaria il calcio è un modo di esprimersi. E credo che la nostra maniera di giocare e vivere il fútbol ci rappresenti alla perfezione.

    A parlare è Jesús Hernández, per tutti Suso, allenatore delle giovanili del Las Palmas, tra i tecnici più stimati nell’isola di Gran Canaria. Ha allenato la Primavera Pio Pio (così è chiamata la società più importante dell’arcipelago) e ha lanciato verso il calcio professionistico Mauro Icardi.
    Prima che le Isole Canarie fossero brutalmente saccheggiate e i Guanches, i loro antichi abitanti, fossero sterminati o educati a essere schiavi, il tempo in questo angolo di mondo sospeso nell’oceano Atlantico si era fermato. Lo sappiamo grazie ai uno dei più grandi geni della letteratura italiana, Giovanni Boccaccio, che tradusse in latino il resoconto di un viaggio del genovese Nicoloso da Recco. E sappiamo che, oltre ad essere una popolazione molto arretrata, i Guanci veneravano una divinità che in una mano teneva una palla.
    Sarebbe impossibile raccontare come, quando e quanto sia stato stravolto in 800 anni l’universo canario. Quindi ripartiamo da quella palla, rappresentata anche in una statuetta trafugata durante una spedizione e portata in Portogallo.

    Dormir con el balón despertarse con los libros.

    Dormire con il pallone, alzarsi con i libri. Questa frase appartiene a Manuel “Tonono” Rodríguez, direttore del settore giovanile della società canaria, ed è scritta su diverse pareti negli uffici del Las Palmas e nei pressi dei campi d’allenamento delle varie squadre appartenenti alla cantera Pio Pio. È molto più di un mantra per chi insegna calcio nel Las Palmas: è la sintesi di un modo di vivere il gioco quasi unico per la maniera in cui si rispecchia sul campo. Dormire con il pallone non significa solo trattarlo come un migliore amico: significa abituarsi a toccarlo, cercarlo in ogni momento, quasi morbosamente.

    Jesús Hernández ci fa da cicerone in questo viaggio attraverso l’identità calcistica canaria. Ci accoglie nella sala riunioni dell’Estadio de Gran Canaria, le cui pareti sono tappezzate da fotografie delle varie squadre del Las Palmas e dai primi piani di tecnici, osservatori e collaboratori, dal settore giovanile alla prima squadra.
    Suso scorre il dito sui visi di alcuni giocatori: Ecco, qua c’è Rubén Castro, l’attaccante del Betis, questo ragazzo invece ora gioca in Segunda, quest’altro nel Tenerife, ma da giovane prometteva molto di più – spiega, indicando alcune delle gigantografie che campeggiano sul muro -. Da qualche parte deve esserci anche Valerón…”. Appunto, Juan Carlos Valerón.

    Bastano pochi nomi per spiegare come si vive il “fútbol” nelle sette isole e quello del “Flaco” è il primo della lista, per la corsa elegante e compassata, la capacità di vedere spazi dove non esistono, la grazia nel correre sull’erba accarezzandola con i tacchetti.

    Solo la spiaggia e la strada sanno dare questa sensibilità a un 10 puro, anche se nel suo caso è stato il 21 il numero di riferimento.
    “L’essenza del calcio canario è legata all’abilità e alla tecnica – prosegue Suso –: la maggioranza dei giocatori è felice quando la loro squadra tiene la palla, quando ha la possibilità di giocarla molto. Il prototipo del calciatore canario è una mezza punta o trequartista molto tecnico, capace di inventare qualcosa dal nulla: David Silva, Valerón e ora Jonathan Viera, che ha scelto il suo numero di maglia proprio in onore di Juan Carlos, suo idolo. Secondo i tifosi del Las Palmas, però, il più grande giocatore di tutti i tempi fu Germán Dévora, recordman di presenze nella storia del club, simbolo di una squadra che al tempo occupava le zone alte della Liga”.

    Gli anni di Dévora erano anni gloriosi, in cui Gran Canaria rappresentava uno dei grandi centri del calcio spagnolo e la formazione dell’isola si contendeva titoli con Real Madrid e Barcellona.
    Nel 1962 iniziò la época dorada della squadra, che si laureò campione di Spagna a livello giovanile. “Il nostro modo di intendere il calcio è molto legato a quel gruppo – spiega Hernández -. Era composto solo da giocatori dell’isola, che nel giro di pochi anni avrebbero riportato la prima squadra in Primera, dove avrebbero anche raggiunto un secondo e un terzo posto nelle stagioni successive.

    La gente non si dimenticherà mai di quei tempi, è un ricordo che si continua a tramandare di padre in figlio.

    “Canterani giovani e soprattutto canari che giocavano un grande calcio fatto di tocchi e di possesso palla. I migliori giocatori erano anche parte della nazionale spagnola”. Tonono Moreno, uno dei migliori difensori spagnoli tra la fine dei Sessanta e i primi anni Settanta, Germán Dévora, fantasista in perfetto stile canario, Juanito Guedes e Paco Castellano, cerniera di centrocampo tra le più solide della Liga. Quattro giocatori nati a una manciata di chilometri di distanza l’uno dall’altro, figli di una generazione aurea e maledetta. Guedes e Tonono, infatti, morirono nel pieno della loro carriera, attorno ai trent’anni, il primo per un tumore, il secondo per un’infezione fulminante.
    Il Las Palmas, e di conseguenza tutte le sette isole dell’arcipelago, continuò però a presidiare l’Olimpo del calcio spagnolo per alcuni anni, con un mix di canterani canari e calciatori argentini, tra cui il portiere Daniel Carnevali e il sublime Miguelito Ángel Brindisi. Raggiunse anche una finale di Coppa del Re, che giocò contro il Barcellona nel 1978.

    A detta di molti sull’isola di Gran Canaria, quella squadra avrebbe meritato un trofeo, ma dovette piegarsi all’ultimo trionfo spagnolo del “Pelé Bianco”: Johan Cruijff disse arrivederci alla capitale catalana alzando quella Coppa.

    Teatro delle più grandi imprese della storia Pio Pio era l’Estadio Insular, un bollente catino da circa 20mila persone, situato tra città e periferia, a pochi passi dal porto e a una decina di minuti da Las Canteras, l’enorme spiaggia della città. Ora di quell’impianto restano solo le tribune, che fanno da sfondo a un grande parco cittadino.
    “Nel vecchio stadio ti sedevi a un metro dal campo – racconta Suso -. Un’ora prima della partita era completamente pieno. Il viaggio non era facile per nessuna squadra, perché dopo aver sostenuto una trasferta molto lunga, i giocatori venivano catapultati in un ambiente caldissimo: ricordo il Real Madrid di Zidane (calciatore, ndr) perdere male all’Estadio Insular, di fronte a un Las Palmas che giocava un gran calcio. Era molto simile ad alcuni impianti sudamericani. L’Estadio de Gran Canaria (che ha preso il posto dell’Insular nel 2003, ndr) è di sicuro più comodo e moderno, ma l’atmosfera non è così calda”.
    Le aspettative dei tifosi, però, sono rimaste immutate:

    Quando la gente va a vedere una partita, dai tifosi ai padri dei bambini, chiede di vedere un certo tipo di gioco. Sono il nostro mondo e la nostra cultura a richiederlo, altrimenti si ricevono critiche.

    Non è un caso che molti (e tra questi anche fonti autorevoli) sostengano che il tiqui-taca sia nato a Las Palmas.
    “I bambini crescono giocando per la strada o in spiaggia, sviluppano da subito una tecnica superiore rispetto ai loro coetanei che vivono sulla penisola – prosegue Suso –. Spetta poi agli allenatori trasferire sul campo queste capacità, conciliando il gioco della calle con le logiche di squadra. Giochiamo a calcio come viviamo: siamo gente tranquilla, con ritmi di vita molto blandi. E inoltre qua è sempre estate, sappiamo tutti che non è facile giocare al massimo sotto il sole cocente, quindi ai giocatori viene naturale tenere il pallone più possibile e regolare l’intensità del gioco. Questo ovviamente comporta delle mancanze per i giocatori canari, spesso esili dal punto di vista fisico e poco abili nel gioco senza palla: dovremmo migliorare sotto questi punti di vista”.

    La cosa realmente sconvolgente è che, per la maggior parte degli appassionati, il risultato non conta. A meno che la squadra non stia lottando per mantenere la categoria, il pubblico preferisce assistere a una squadra che perde producendo un bel gioco piuttosto che a una squadra che vince senza stupire. Ne è un esempio perfetto la stagione 2010/2011 del Las Palmas, quella della prima gestione di Paco Jémez, come ci ha spiegato Jorge Cruz, giornalista di CanariasEnHora e Radio Marca:

    La squadra non vinceva molto, ma giocava un calcio incredibile e lo faceva in Segunda División. Lo stadio si riempì nel giro di poche giornate, perché la gente voleva vedere quella squadra stupenda.

    Il Las Palmas, che ora milita in Liga, resta un esempio unico nel Vecchio Continente: “Questo è perché le Canarie sono la porta d’ingresso e d’uscita per l’Europa – racconta ancora Suso Hernández -. Siamo europei, ma ci troviamo all’altezza dell’Africa e, sotto tanti punti di vista, abbiamo uno stile di vita molto più vicino ai sudamericani che agli europei. Credo che, per il modo in cui lavora con la cantera (celebrata da una statua all’ingresso dell’Estadio de Gran Canaria, ndr) e per la maniera in cui si intende il calcio, questo sia un club speciale. In Spagna, solo qua e a Barcellona c’è una filosofia così marcata, con la differenza che i blaugrana sono a un livello nettamente superiore”.

    I numeri danno ragione a Suso: in questo momento, nel settore giovanile del Real Madrid militano 9 ragazzi prelevati dalla cantera Pio Pio, mentre in quello dell’Atlético ce ne sono 7. I recenti ritorni, anche se per pochi mesi, di calciatori canari come Vitolo e Jesé Rodríguez, dimostrano quanto significhi la maglia gialloblù per un calciatore dell’arcipelago: Jonathan Viera è la perfetta espressione di questo attaccamento.
    “Ora è difficile trattenere i giocatori che fin da piccoli mostrano grandi qualità – conclude Suso –. I top team sanno che qua si trovano calciatori con determinate caratteristiche e attingono a piene mani dalle squadre giovanili canarie. Però noi continuiamo a fabbricare talenti, perché qui la gente continuerà sempre ad andare allo stadio sperando di vedere una giocata geniale fatta da un giocatore differente”.

    Per questo motivo la scuola canaria non potrà mai chiudere: significherebbe voltare le spalle alla propria natura, alla propria identità.

     

    Credits

    Foto di copertina, foto 1 e 3 ©Davide Zanelli/MondoFutbol
    Foto Valerón ©LaPresse
    Foto 4 ©AS
    Foto 5 ©Valerie Statham-Sprod/MondoFutbol

     

    Davide Zanelli

    Davide Zanelli

    Nato a Brescia, studia Storia a Milano. Giornalista e autore per MondoFutbol, scrive di calcio anche per Calcioscopio, di cui è fondatore, e per il Giornale di Brescia. Ha sempre giocato a basket, poi ha visto una doppietta di Baggio dal vivo e le cose sono cambiate.

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