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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • J. LEAGUE IS COMING

    di Gabriele Anello (@nellosplendor)

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    L’inverno sta per concludersi e anche in Asia i campionati stanno per ricominciare. Gli occhi del mondo sembrano ormai tutti concentrati sulla ricchissima Chinese Super League, capace di spendere svariati milioni di euro e che ha attirato diversi giocatori dall’Europa e dal Sud America.

    Eppure la Cina dovrebbe aver imparato come questo modus operandi non sia molto produttivo: la nazionale continua a faticare, Alain Perrin è stato sollevato dal suo incarico qualche settimana fa e per l’ennesima volta un paese da un miliardo e 400 milioni di persone probabilmente non ci sarà al Mondiale.
    Le cose non vanno meglio nel vicino Giappone. Già, perché la J. League inizia sabato e se la Cina piange gli scarsi risultati della propria nazionale, il Paese del Sol levante deve ripensare l’impegno dei club. L’AFC Champions League, la coppa dei Campioni asiatica, partita in questi giorni, non vede una squadra nipponica alzare il trofeo dal 2008.
    Il massimo risultato negli ultimi sette anni è la semifinale, raggiunta dal Kashiwa Reysol nel 2013 e dal Gamba Osaka nel 2015. Spesso questa manifestazione viene ignorata per i suoi lunghi e dispendiosi viaggi.
    O forse il movimento giapponese deve ripensare alcune sue mosse.


    Prendiamo due esempi del calcio nipponico: nonostante siano due classe ’67 (sì, vanno per i 49 anni…), Kazuyoshi Miura e Masashi Nakayama si preparano a giocare l’ennesima stagione. Se da una parte la presenza di due calciatori così famosi permette ai rispettivi club un’attrattiva maggiore, dall’altra limita la loro crescita, così come quella del movimento intero. A modo loro, sono due casi clamorosi.

    Masashi Nakayama è stato il primo giapponese a segnare in un Mondiale nel 1998 e si era ritirato nel dicembre 2012, alla veneranda età di 45 anni. Eppure l’Azul Claro Numazu – formazione della Japan Football League, la quarta divisione nazionale – gli ha aperto le porte nel settembre 2015 per riaccoglierlo sul terreno di gioco.
    Ci si può consolare con il fatto che parliamo di una squadra dilettante (seppur con velleità e licenza da pro).


    Ben più tangibile è il caso di King Kazu, che mantiene il suo numero 11 nelle fila dello Yokohama FC.
    Nel 2015, Miura ha giocato ben 16 partite e ha anche segnato tre gol. Il club (e le sue finanze) sembra dipendere ancora dalla sua popolarità, anche a costo di rischiare la retrocessione in terza divisione.

    È possibile andare avanti così? La dinamica della riconoscenza – in un paese molto attento a questi aspetti come il Giappone – rischia di rovinare quanto di buono si è fatto nell’ambito della nazionale, con la Nippon Daihyo incamminata verso Russia 2018. I tempi delle spese folli sono finiti da molto in Giappone, ma anche questo filone non è incoraggiante.

    E allora sì, viva le vecchie glorie e chi ha fatto la storia, ma forse è anche il caso di andare avanti.
    Altrimenti guardarsi indietro troppo spesso farà rimpiangere alla J. League un’occasione di crescita persa.

    Winter is coming to an end and even in Asia the new season is starting.
    The eyes of the world seem all focused on the wealthy Chinese Super League, which has been able to spend a lot of money and has lured several players from Europe and South America.

    Yet China should have learnt how this way isn’t effective for its football movement: China is still struggling, Alain Perrin was sacked few weeks ago and now a country with a population of 1,4 billions people probably won’t be present in 2018 World Cup. If Athens cries, Sparta isn’t laughing. Saturday the 2016 J. League will start: if China is crying for the result of the national team, Japan needs to rethink the effort of its clubs. The Asian Champions League – started in these days – hasn’t seen a Japanese winner since 2008. Maybe Japan simply need to put a little effort in the competition: the best result in seven years is the semifinal reached by Kashiwa Reysol in 2013 and Gamba Osaka in 2015.
    Very often AFC Champions League is ignored because of the long trips. Or maybe Japanese football needs to rethink some priorities.


    Let’s take two examples: despite the fact that they’re going to be 49ers in 2016 (they were born in 1967), Kazuyoshi Miura e Masashi Nakayama are ready to play another season in their careers. If the presence of two such widely-known players let the clubs having more revenues and attention from the country, on the other hand their growth will be limited, like the one of Japanese football.

    In their own way, both cases are resounding. Masashi Nakayama is the first Japanese goal-scorer in a World Cup and he retired in December 2012. Yet Azul Claro Numazu – a club from Japanese Football League, the fourth tier of Japanese football – has let him join the squad in September 2015. The only consolation is that we’re talking of an amateur club (yet with a pro license in their hands).
    Way more famous is the case of King Kazu, who mantains his number 11-shirt with Yokohama FC. In 2015 Miura played 16 games and even scored three goals. The club (and its finances) seems to depend on his popularity, despite the risk of being relegated to J3 League.


    Is it possible to keep going like this?
    The gratitude-dynamic – in a country which pays a lot of attention to these aspects, like Japan – is a present risk even for the progress and results of the national side, with Nippon Daihyo well-headed to Russia 2018. Times of crazy spending are over from a long period in Japanese football, but also this dynamic isn’t encouraging.

    And so yes, long live the old glories who made history, but maybe it’s time to progress. Otherwise looking back too often will make J. League regret a lost chance of growth.

    Gabriele Anello

    Gabriele Anello

    Di passaporto italiano e cuore giapponese, spera in un posto al Mondiale per l'Oceania. Collaboratore di SampNews24 e caporedattore calcio di Crampi Sportivi, gestisce anche i blog Golden Goal: The Blog e #ilpiùgrandespettacolodentroilweekend.

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