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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • JAMES RODRÍGUEZ, IL “NIÑO BUENO”

    Parlare di una sfida tra me e Messi sarebbe profondamente ingiusto nei confronti di Messi, che è di un altro mondo.

    È forse il caso di partire da questa risposta per farsi un’idea di quale sia l’essenza e la vera indole di James Rodríguez, il campione su cui poggiano le speranze, presenti e future, della nazionale colombiana e di un Paese intero. Per continuare a cullare il sogno della seconda Copa América, i cafeteros dovranno superare nientemeno che l’Argentina di un certo Lionel Messi, ma mai come questa volta la fiducia è alta a Bogotà e dintorni. Perché, a partire dai Mondiali brasiliani, il campione del Real Madrid ha dimostrato di poter prendere per mano la sua nazionale per proiettarla verso grandi traguardi. Non solo grazie ai gol e alle giocate, ma anche grazie a un nuovo spirito che ne ha fatto il simbolo di una nuova generazione colombiana pronta al riscatto.

    Nel 2009, quando iniziò a farsi conoscere a livello internazionale con la maglia del Banfield, ad ogni intervista gli toccava chiarire che, “no, non mi piace che mi chiamino El Bandido”. Quel soprannome, in effetti, non si addiceva affatto al suo carattere timido e alla sua faccia pulita. Evidentemente tutti pensavano il contrario solo perché, oltre a essere nato a Cucuta, si era formato alla scuola dell’Envigado, un club noto anche per il lancio di tanti giovani interessanti. Ma ci è voluto poco per capire che, di Bandido, James non aveva proprio nulla.

    Al contrario, chi lo conosceva bene sapeva che quel ragazzo esploso a 12 anni nell’Academia Tolimense (con cui vince il prestigioso torneo giovanile Pony Fútbol), incarnava alla perfezione l’ideale del “niño bueno”.

    Un ideale insolito e fino ad allora sconosciuto nello stereotipo del calcio cafetero, che oggi invece si specchia nel suo talento ancor più che in quello di Falcao, Bacca, Cuadrado, Martínez e via dicendo. La vertiginosa ascesa e le successive magie al Porto e al Monaco gli hanno spalancato le porte della Casa Blanca, dove James ha semplicemente confermato ciò che tutti in Colombia sospettavano: quel ragazzino dalla faccia pulita, senza grilli per la testa (tanto da sposarsi a 19 anni con la fidanzatina d’infanzia) ha tutto per diventare l’eroe di una nuova generazione.
    Nei suoi piedi fatati c’è la stessa magia che i tifosi colombiani non vedevano dai tempi del Pibe Valderrama, simbolo di quella generación de oro che aveva fatto sognare i colombiani ai tempi di Italia ’90 e che, da anni, sembrava un lontano ricordo. Nei piedi e nella faccia di James, campione anche di umiltà, sono custodite le speranze di un popolo che oggi può finalmente e ragionevolmente aspirare a grandi traguardi, giocandosela alla pari con le superpotenze continentali e mondiali. Brasile 2014 è stato un succulento antipasto. Questa Copa América può invece essere un prelibato piatto principale da gustare a spese della poderosa Argentina. Per la ciliegina sulla torta, invece, tutti guardano a Russia 2018.

    Foto di copertina ©lapatria.com
    Foto James Rodríguez ©huffingtonpost.com

    Adriano Seu

    Adriano Seu

    Cresciuto a Milano ma orgogliosamente siciliano e irrimediabilmente sedotto dal fascino sudamericano. Dopo un primo approccio al giornalismo nella redazione di Peacereporter, compie il grande salto verso Buenos Aires, dove si forgia nella redazione de La Nacion prima di sbarcare alla Gazzetta dello Sport, con cui collabora da ormai 7 anni scrivendo di calcio sudamericano. Dal 2009 dedito al nomadismo selvaggio tra Argentina e Brasile, ha coperto una Copa America (2011), un Sudamericano Sub20 (2013), una Confederations Cup (2013) e un Mondiale (2014), oltre ad aver saltuariamente collaborato con Il Manifesto, Il Secolo XIX e Radio Popolare. Giornalista professionista dal 2013.

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