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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • JUSTIN KLUIVERT, FIGLIO DI NESSUNO

    Quella dei Kluivert è una tra le famiglie più imprevedibili d’Olanda. Papà Patrick, quando riesce a resistere al richiamo dei soldi e del glamour (vedi recente esperienza al Paris Saint-Germain), lascia intravedere interessanti doti da allenatore – a Curaçao ha fatto un ottimo lavoro – che nessuno si azzardava a ipotizzare quando da calciatore si divideva tra i campi da gioco e le piste da ballo di mezza Europa.
    Il quartogenito Shane, in attesa di capire se nelle giovanili del PSG ci è arrivato perché è davvero bravo, firma contratti con la Nike a 9 anni e presenta su YouTube un seguitissimo programma di cucina. Poi c’è Justin, il rampollo che sembra davvero aver ereditato i geni calcistici del padre, a differenza dei fratelli maggiori Quincy (una sola stagione nelle giovanili dell’Ajax) e Ruben (che gioca tra i dilettanti con l’AFC Amsterdam). Se aggiungiamo che la madre degli ultimi tre, Angela van Hulten, ex moglie di Kluivert da ormai un decennio, è finita in carcere la scorsa estate con l’accusa di riciclaggio di denaro, il mix di lusso, hype, mondanità e cronaca è completo.

    FAMILY ❤️#merrychristmas

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    Questa premessa è fondamentale per capire il mondo di Justin Kluivert. Si fa presto a dire figlio d’arte. La vera sfida è quella di trovare un punto di equilibrio tra talento, carriera e quel mondo che per Kluivert jr. non è, né potrà mai essere, ordinario. Un equilibrio che in questo primo scorcio di carriera il giovane talento classe 1999 di casa Ajax ha dimostrato di riuscire a mantenere con naturalezza. Per questo, quando lo scorso marzo la rivista Voetbal International scrisse che “Justin Kluivert gioca come se fosse il figlio di nessuno”, miglior complimento il ragazzo non avrebbe potuto ricevere.

    A livello di precocità, Justin ha superato papà Patrick a più riprese.

    Quarto figlio d’arte ad aver indossato la maglia dell’Ajax proprio come il genitore (prima ci furono gli Andriesen, i Brokmann e i Blind), ha debuttato in prima squadra non ancora maggiorenne, mentre Patrick dovette attendere i 18 anni e 51 giorni prima di essere mandato in campo da Louis van Gaal nella supercoppa d’Olanda contro il Feyenoord. Al quale segnò, e curiosamente anche Justin ha gonfiato per la prima volta la rete in maglia biancorossa contro una squadra di Rotterdam, nel suo caso però l’Excelsior. Non è finita: lo scorso novembre contro il Roda Kerkrade ha firmato una tripletta, impresa mai riuscita al padre in Eredivisie. Non accadeva dal 1981 che un 18enne dell’Ajax segnasse tre reti in una sola partita (in quel caso il bomber fu Wim Kieft). Quel 5-1 dell’Ajax contro il Roda ha condensato in 90 minuti i pregi e i limiti attuali del club ajacide: un primo tempo inguardabile seguito da un fiorire di talento giovane e fresco, con la tripletta del ’99 Kluivert, le reti dei ’97 Dolberg e Van de Beek, e gli assist di altri due ’97, David Neres e Frenkie de Jong.

    Numeri e curiosità incrementano fama e aspettative, ma non sono garanzia di una carriera di alto livello. Proprio questa sembra essere la maggiore consapevolezza di Justin Kluivert, che dall’estate 2016, quando si affacciava nello Jong Ajax sperando di debuttare in Jupiler League (la B olandese), ha iniziato a correre a tutta velocità, è caduto e si è rialzato con grande naturalezza. Soprattutto, con la consapevolezza che non bastano un cognome, una manciata di partite e un Klassieker giocato da urlo (il 2 aprile 2017, con Karsdorp e Nieuwkoop letteralmente surclassati) per potersi ritenere un calciatore affermato. Negli ultimi anni in casa Ajax questo atteggiamento lo si è visto tante, troppe volte. Basta una rapida occhiata alle ali destre ajacidi dell’ultimo decennio (esclusi i giocatori riadattati in quel ruolo come Schöne).

    Per capire: De Mul, Mitea, Sarpong, Aissati, Ozbiliz, Boerrigter, Sulejmani, Cuenca, Lukoki, De Sa, Bojan Krkić, Kishna, Fischer, El Ghazi. Nessuna di queste carriere è stata pari alle aspettative create.

    Ala destra, si diceva. In realtà Justin Kluivert nasce e cresce nelle giovanili dell’Ajax come ala sinistra, ruolo che però in prima squadra è occupato da Amin Younes, un intoccabile per tutti gli allenatori con cui ha lavorato in Olanda: Frank de Boer, Peter Bosz e Marcel Keizer. Quando, dopo un brillante stage in Portogallo nel gennaio 2017, Bosz lancia Justin Kluivert tra i “grandi”, l’unico spazio disponibile è a destra, complici anche alcune felici coincidenze per il ragazzo (Bertrand Traoré impegnato in Coppa d’Africa, El Ghazi ceduto al Lille, Cerny in infermeria).

    All’inizio della stagione appena terminata Kluivert jr. ritrova Keizer, suo allenatore nello Jong Ajax, ma arriva anche un concorrente scomodo come il brasiliano David Neres. A sinistra poi c’è sempre Younes. Tre giocatori molto diversi tra loro: il tedesco è un ricamatore di dribbling, inarrestabile nelle giornate di vena; Kluivert gioca più in profondità, è veloce e diretto – un dribbling, si accentra e tira; Neres è maggiormente fantasioso e dotato di un feeling con il gol superiore a quello dei colleghi.

    Tre uomini (più Cerny) per due maglie. Kluivert ne è uscito bene, e dopo il citato exploit con il Roda è tornato titolare, scalzando proprio Younes come ala sinistra, e facendosi apprezzare anche per la modalità di gestione della mini-crisi.

    Nessuna polemica con il tecnico, ma testa bassa e tanto lavoro. Risultato? Numeri in crescita rispetto alla passata stagione (3 gol contro i 7 attuali), e una bella dichiarazione di stima da parte proprio di Keizer: “L’ala moderna non può più permettersi di giocare da sola, oggi il calcio è combinazioni e meccanismi. Kluivert è un’ala moderna”.

    Paura? Mai avuta, se non quando ho fatto l’esame di guida. Se mi bocciavano, avrei dovuto rifare anche la teoria,

    ha dichiarato Justin recentemente.
    Parole che possono essere tacciate di spacconeria, e invece rientrano in un tipico atteggiamento dell’abitante di Amsterdam (Kluivert jr, dopo la cessione di Tete al Lione e il drammatico ritiro di Nouri, è l’unico ragazzo della capitale nella rosa ajacide). In olandese si dice bluf, traducibile come vanteria. Si tratta di un termine in bilico tra arroganza e consapevolezza dei propri mezzi, e proprio la capacità di sapersi mantenere in equilibrio tra i due poli è la caratteristica dell’Amsterdam-man. Un concetto, quello di equilibrio, destinato ad accompagnare e indirizzare Justin Kluivert lungo tutta la sua carriera.

     

    Credits

    Foto copertina e articolo ©LaPresse

    Alec Cordolcini

    Alec Cordolcini

    Autentico riferimento italiano per il calcio olandese (imperdibile in libreria il suo "La Rivoluzione dei Tulipani"), amante del Nord Europa (sogna il sole di mezzanotte di Tromsø), è firma autorevole su La Gazzetta dello Sport, il Guerin Sportivo, Rivista Undici.

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