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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • LANÚS E GRÊMIO: UNA LIBERTADORES, DUE MONDI

    Lanús contro Grêmio. Argentina contro Brasile. La finale di Copa Libertadores 2017 è l’ennesimo remake di una delle rivalità più accese della storia del fútbol, o del futebol, a seconda di dove lo si guardi. Il calcio moderno, quello che è qualcosa di più di un semplice gioco, nasce infatti sui due lati del Rio de La Plata. L’Uruguay vince le Olimpiadi del ’24 (a Parigi si chiesero se quello praticato dalla squadra charrúa fosse davvero lo stesso sport che intendevano loro, tanto era differente il loro modo di giocare) e del ’28. Ad Amsterdam, in finale batterono l’Argentina, storia ripetuta anche nella gara decisiva del primo mondiale della storia, nel 1930, che ovviamente si è giocato in Uruguay, anzi a Montevideo.

    L’Albiceleste si era messa in bacheca qualche Copa América, ma gli uruguagi avevano spesso avuto la meglio anche nel più antico trofeo continentale per selezioni nazionali (a ulteriore conferma della sede dove il gioco, anzi il Gioco, nasce). Tutto giustifica la distinzione breriana tra cicale (Argentina) e formiche (Uruguay). Quest’ultimo avrebbe dovuto essere il modello anche per il calcio italiano, secondo la più celebre firma di calcio della storia italica, poi aggiornato con l’avvento degli olandesi, negli Anni Settanta.

    Montevideo e Buenos Aires, il centro di tutto.

    Ma la prima, rimane abitata da poco più di un milione di abitanti, mentre la seconda ha un’area metropolitana di quasi quindici milioni e nel Sudamerica solo San Paolo gli è superiore numericamente. Tra città e provincia omonima, la París de América è davvero la ciudad del fútbol, tanto che ben sette squadre di quest’area hanno alzato la Copa Libertadores.
    Le cinque grandi d’Argentina, Racing (el Primer Grande), Independiente (record di vittorie della Copa, sette edizioni), Boca, River e San Lorenzo; l’Estudiantes de La Plata, più altre due squadre che potremmo quasi definire di quartiere, il Vélez Sarsfield di Carlos Bianchi e l’Argentinos Juniors.

    Quest’ultima, gioca alla Paternal, uno dei pochi barrios di Buenos Aires ancora non intaccati dalla speculazione edilizia, anche in questi ultimi anni, nello stadio Diego Armando Maradona, perché el Pibe de Oro, calcisticamente, è nato in quella squadra, El Semillero del Mundo, come si autonominano, visto che da quelle parti sono passati campionissimi del livello di Riquelme e Cambiasso, per citarne alcuni.

    Oggi, invece, l’angolo di mondo che ha ascoltato il suo primo vagito, Lanús, appunto, potrebbe essere l’ottava squadra di Buenos Aires, ad alzare la Copa Libertadores.

    Una squadra la cui storia è limitata nel tempo, ma che ha appiccicato addosso, dagli anni di Luis Zubeldía, l’etichetta di “bel calcio”. Nella finale di andata, a Porto Alegre, ha mostrato la faccia migliore, l’essenza menottista che si porta dentro da tempo. Il calcio di Menotti, col suo piccolo-grande Huracán di inizio Anni Settanta, è quello che ha fatto rinnamorare l’appassionato argentino, nel momento in cui il resultadismo la faceva da padrone (presto quella corrente, una macro corrente, prenderà il nome di bilardismo, da Carlos Bilardo, CT dell’Argentina campione del mondo nel 1986). È quello che si è riagganciato, in qualche maniera, al calcio delle origini. Quando le cicale giocavano dall’altra parte del Rio de La Plata. Oggi, però, vogliono anche vincere: il Lanús gioca per la storia.

    E se Buenos Aires vuole riannodare un filo, Porto Alegre, il Grêmio e il tecnico Renato Portaluppi vogliono dimostrare ancora una volta di possedere un feeling unico con la Copa Libertadores e con il Gioco.

    La capitale del Rio Grande do Sul, lo stato più meridionale del Brasile, al confine con Argentina e Uruguay, respira calcio. Un legame cominciato nel 1903, quando lo Sport Club Rio Grande, prima squadra brasiliana, si presentò a Porto Alegre e ai suoi abitanti, che da quel momento non si sarebbero mai più separati dal pallone. Nello stesso anno, nacquero altre due squadre: Grêmio e FussBall, che cessò di esistere negli Anni ’40.

    Nel suo miglior momento Porto Alegre è arrivata ad avere otto squadre contemporaneamente in attività. Di queste, soltanto quattro hanno conosciuto il 21esimo secolo, e appena tre esistono ancora oggi: Esporte Club São José (la prima squadra al mondo a viaggiare in aereo, nel 1927), Grêmio e il suo acerrimo rivale Sport Club Internacional. L’Esporte Clube Cruzeiro, originariamente di Porto Alegre, si è invece trasferito a Cachoeirinha.

    Grazie ai due arcirivali Grêmio e Internacional, le due squadre più prestigiose, la capitale gaúcha conta 28 presenze in Copa Libertadores, che hanno portato a quattro titoli (due ciascuno) e tre secondi posti (due del Tricolor e uno del Colorado). Questo rendimento vale a Porto Alegre la quarta piazza nella classifica di città con più titoli continentali — prima di lei la già citata Buenos Aires che (inclusa la provincia, con Avellaneda che contribuisce con otto trofei e La Plata con quattro) tocca quota 24, Montevideo ferma a otto totali, e San Paolo, che ha conosciuto il successo continentale cinque volte, divise tra San Paolo (tre), Palmeiras (una) e Corinthians (una). Al passo con la tradizione cittadina, anche l’allenatore del Grêmio, Renato Portaluppi, è sinonimo di garanzia in Libertadores, come dimostrato fin dai suoi primi anni da calciatore, quando collezionò due finali consecutive nel 1983 (vinta) e 1984 (persa).

    Da allenatore, Renato ha sfiorato il successo nel 2008 perdendo col Fluminense, e adesso potrà riprovarci col Tricolor, che torna a giocarsi la finale a 10 anni dalla doppia sconfitta col Boca Juniors, che trionfò (3-0 alla Bombonera e 0-2 all’Olímpico) grazie anche allo show di Juan Román Riquelme.

    La sfida al Lanús è l’opportunità di rinverdire la tradizione di una squadra che non può fare a meno di giocarsi questo trofeo — dalla prima apparizione nel 1982, il Grêmio ha partecipato ben 17 volte alla Libertadores, un ruolino pari a quello del Palmeiras e inferiore soltanto al San Paolo (18 volte) tra le squadre brasiliane che vantano più partecipazioni.
    I due successi sono giunti nel 1983 contro il Peñarol e nel 1995, quando a cadere nei due match decisivi fu l’Atlético Nacional de Medellín. Un trionfo firmato da Luiz Felipe Scolari, in panchina, e Jardel, capocannoniere di quell’edizione con 12 reti.

    Oltre a richiamare quel legame speciale, però, le due finali contro il Lanús possono servire a portare serenità a una città che vive momenti difficili, con diversi problemi nei settori dell’educazione e della sicurezza, responsabilità anche del governo statale. In più, come in tutto il Brasile, Porto Alegre assiste allo sviluppo di pensieri reazionari che hanno portato alla censura dell’arte e della libertà di espressione — un clima complicato, in attesa delle elezioni del prossimo anno per presidente, deputati, senatori e governatori statali.

    Ecco perché un successo sportivo può essere l’antidoto giusto per portare un po’ di sollievo in giorni così confusi.

     

    Testo di Carlo Pizzigoni e Roberto Jardim

    Credits
    Foto Copertina, foto esultanza Lanús e tifosi Grêmio ©LaPresse
    Foto Argentina 1930 ©Xenen.ar.com
    Foto Independiente 1964 ©Clarin.com
    Foto Libertadores Grêmio 1983©Ecuagol.com

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