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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • AJAX, LA COSTRUZIONE DI UNA SQUADRA PERFETTA

    A cavallo tra la fine degli anni 80 e i primi 90, il peggior avversario dell’Ajax era l’Ajax stesso.

    Squadra e società erano rimaste intrappolate in una spirale di negatività e disillusione originata tanto dal campo quanto da fattori esterni a esso. Le indagini fiscali della FIOD, una sorta di Equitalia olandese dell’epoca; la tragedia del volo Surinam Airways 764, dove tra le 176 vittime ci fu l’ajacide Llyod Doesburg, mentre si salvarono Stanley Menzo (partito in anticipo con un altro volo) e Aaron Winter (non autorizzato dal club, così come fece il Milan con Ruud Gullit e Frank Rijkaard); la squalifica per un anno da tutte le competizioni europee dopo che, durante un Ajax-Austria Vienna di Coppa UEFA, il portiere ospite Franz Wohlfahrt era stato colpito al capo da una barra di metallo lanciata dagli spalti; infine, il PSV Eindhoven di Guus Hiddink che mieteva successi in serie.

    Serviva una scossa. Soprattutto, servivano idee nuove.

    Louis van Gaal era al suo primo incarico da allenatore quando venne chiamato per sostituire Leo Beenhakker, ripartito per Madrid. Aveva le idee chiare, l’unico dubbio era la modalità con la quale applicarle, e lo confessò all’allora moglie Fernanda.

    Devo fare ciò che penso vada fatto, o devo mediare?

    Scelse la prima opzione, perché tutto è un’eterna battaglia, o quantomeno questo gli aveva insegnato la vita – la pleurite che lo aveva colpito durante la prima infanzia, la precoce scomparsa del padre, la firma per l’Anversa pochi mesi prima della partenza per Barcellona di Cruijff, del quale Van Gaal si riteneva (a torto) successore in campo – e quindi tanto valeva combattere a modo proprio. L’Ajax aveva bisogno di una struttura, di unità di visione, di un sistema nel quale tutti gli attori conoscessero bene compiti, ruoli e responsabilità.

    La parola chiave era qualità, che secondo il vocabolario di Van Gaal significava “minimizzazione degli effetti del caso”.

    La costruzione di quella macchina da calcio quasi perfetta che è stato l’Ajax 1994/95 è iniziata tre anni prima con un duro processo di riprogrammazione della squadra che ha lasciato ben pochi superstiti. Tra l’undici titolare vincitore della Coppa UEFA contro il Torino nel primo anno di Van Gaal, e quello che tre stagioni successive ha sollevato la Coppa Campioni battendo il Milan, c’erano solo due giocatori in comune: Danny Blind e Frank de Boer. Tolti un paio di sacrifici di mercato, su tutti la cessione di Dennis Bergkamp, si è trattato di una profonda opera di ricostruzione e modellamento. Mai come in quel momento le idee dei due nemici Van Gaal e Cruijff sono state così vicine: la filosofia alla base della scelta di un “voetballend centrum” (lo traduciamo liberamente in “mediana che sa giocare il pallone”) che ha portato a sostituire il corridore Jan Wouters con Wim Jonk, e in seconda battuta con Frank Rijkaard, era la stessa che nel Dream Team del Barcellona aveva portato Guardiola davanti alla difesa in qualità di primo costruttore del gioco. Identico discorso per lo spostamento di Bergkamp dall’ala alla posizione di 10 alle spalle del tridente, per portare tecnica e intelligenza calcistica al centro del campo come faceva Michael Laudrup in blaugrana.

    Diversa rimaneva solo la visione complessiva, più intuitiva e legata al singolo giocatore per Cruijff, più sistemica per Van Gaal.

    van gaal 1994Inizialmente Van Gaal incontrò maggiori resistenze con i media che non all’interno della squadra. Nello spogliatoio gli scontri non mancavano ma, come ricordato da Danny Blind,

    La giovane età del tecnico non è mai stato un elemento a suo sfavore, perché fin dal primo giorno capimmo che aveva idee chiare e un progetto ben definito.

    La stampa per contro, alla luce dei primi risultati stentati, criticava l’approccio dell’inesperto allenatore, parlando di squadra con il freno a mano tirato. Venivano contestate l’ossessiva insistenza sul possesso e la circolazione della palla, nonché i movimenti “controllati” delle ali, non più libere come in passato di cercare la profondità e tentare la giocata personale anche con due uomini in marcatura. Fu il cammino in Coppa UEFA, terminato con la vittoria del trofeo, a fornire a Van Gaal il miglior riparo dalle critiche. Con l’innesto di nuovi elementi, spesso pescati dal vivaio, e felici intuizioni tattiche (Michael Reiziger trasformato da ala in terzino, Jari Litmanen arretrato da punta a numero 10, Ronald de Boer spostato dall’ala destra a interno di centrocampo), Van Gaal arrivò a plasmare un Ajax fluido che sfuggiva alla rigida categorizzazione del modulo. Non un 4-4-2, nemmeno un 4-3-3, ma un sistema di tre diamanti (Blind, Reiziger, Frank de Boer, Rijkaard il primo; Rijkaard, Ronald de Boer, Davids (Seedorf), Litmanen il secondo; Litmanen, Finidi, Overmars, Kluivert il terzo) interconnessi, i cui perni erano due giocatori di rara intelligenza tattica: Rijkaard e Litmanen.

    van gaal litmanenNella stagione 94/95 l’Ajax perse una sola partita, contro il Feyenoord in Coppa d’Olanda, beffato da un gol nei supplementari di Mike Obiku. Iniziò la stagione battendo il club di Rotterdam in Supercoppa d’Olanda, con debutto assoluto (con gol) da pro del 18enne Kluivert, indossando una maglia che avrebbe dovuto essere del brasiliano Ronaldo se la dirigenza ajacide non se lo fosse fatto sfilare da sotto il naso, all’improvviso, dal PSV Eindhoven. In Eredivisie pareggiarono sette incontri, gli altri li vinsero tutti, un evento unico e mai più ripetuto nella storia del campionato olandese. Segnarono 106 gol. L’unica squadra che non riuscirono a battere fu il Roda Kerkrade di Huub Stevens, che li bloccò due volte sull’1-1. In Champions League batterono due volte il Milan nella fase a gironi, vinsero ad Atene in casa dell’AEK, disputarono la loro miglior partita stagionale nel ritorno della semifinale battendo 5-2 il Bayern Monaco. Dell’ultimo atto contro il Milan di Capello sappiamo già tutto, guizzo decisivo di Kluivert incluso.

    Il talento era indiscutibile, ma la vera forza di quella squadra era la versatilità. Rimasero imbattuti 749 giorni in Europa e 616 in Eredivisie. C’erano tanti campioni, ma nessuna vedette. Tale status non era contemplato dal sistema.

    Alec Cordolcini

    Alec Cordolcini

    Autentico riferimento italiano per il calcio olandese (imperdibile in libreria il suo "La Rivoluzione dei Tulipani"), amante del Nord Europa (sogna il sole di mezzanotte di Tromsø), è firma autorevole su La Gazzetta dello Sport, il Guerin Sportivo, Rivista Undici.

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