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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • IL CALCIO SECONDO LUCIANO SPALLETTI

    La vitalità di un allenatore è testimoniata dagli intrecci che le sue proposte di calcio suscitano, dal “dialogo” esclusivamente calcistico che esse sprigionano invadendo così una comunicazione, quella italiana soprattutto, molto spesso solo superficiale e piena di frasi fatte e quindi vuote, dai “movimenti” che esse rendono possibili, agganciando seri addetti ai lavori (continui gli attestati di stima dei colleghi, anche molto celebri, palesi o meno) e stimolando attenti osservatori di fútbol. Con Luciano Spalletti, il calcio si vive in maniera differente.

    Il pensiero, il campo, i microfoni. Differente.

    Dalle esercitazioni degli allenamenti alle conferenze stampa. In queste ultime, soprattutto, si nota subito una esplicita diversità, non a caso spesso maldigerita non solo dalla parte più superficiale degli appassionati ma pure da molti attori del mondo della comunicazione, che non gli perdonano la profondità di un linguaggio che lo allontana dalle semplici etichette da incasellare. Costa fatica e attenzione, almeno si deve alzare un filo la soglia ordinaria, disemm inscì.

    Perché quando parla di calcio, Spalletti vola alto, altissimo.

    La locuzione o anche la singola parola viene finemente ricercata per adattarsi alla descrizione di una situazione di gioco, alle caratteristiche del giocatore, alla fase emozionale o tecnica della gara. Spalletti non si affida al limitato vocabolario calcistico italico (cui nessuno pone mano in maniera organica dai tempi di Gianni Brera): crea. E affonda la mano in una saccoccia larga quanto un mondo di fútbol che ha la sua base nei campetti della provincia profonda, dove il tecnico ha giocato e vissuto calcio per molti anni.
    Lì, tra le colline toscane (“la cosa più bella del mondo è il silenzio di questi luoghi“, dice lui), si è sempre lasciato attraversare da altre voci, mettendo in gioco una eccezionale capacità di ascolto, di assorbimento, di interpretazione di mondi e di linguaggi, in una instancabile (e narcisistica, che non fa male) disposizione alla critica e al confronto.

    Il centrocampista Spalletti è stato un re delle minors toscane. È stato lo Schuster dei dilettanti, una corsa dal passo lungo che non aveva mai posa, un notevole stacco di testa, un gran tiro da fuori: un giocatore che la partita la dominava, portando a casa risultati e seducendo tifosi e tifose (attirate probabilmente anche da un ciuffo ribelle). Le maglie sono cambiate negli anni, ma in D, uno come lui ha sempre fatto la differenza: alla Volterrana, al Cuoiopelli di Santa Croce, a metà strada tra Empoli e Pisa, al Castel Fiorentino, vicino al suo comune natio, Certaldo. Lì, Spalletti era il re.

    Dove andava il Luciano, si vinceva. Carisma da leader vero, capacità di comprendere il gioco e di leggerne ogni piega. Testa e cuore, intelligenza e passione.

    Ma che ci fa uno come te nei dilettanti?“, gli chiese un giorno, incrociandolo in una partitella, l’attuale CT della nazionale italiana. Gian Piero Ventura, all’epoca tecnico dell’Entella, gli propone il salto, almeno nei professionisti. Roba minima, Serie C, che però a quel tempo, anni Ottanta, è ancora palestra di calcio, un gioco vissuto in maniera ruspante, ma pieno di apprendisti stregoni appassionati, gente che sa di calcio perché prima di tutto lo rispetta, amandone genuinamente ogni aspetto, entrandoci dentro, quotidianamente, in maniera naturale, pura. Si respira al ritmo del calcio, in quel periodo e Spalletti, sollecitato dalla passione, sa cosa e dove pescare. Una spugna, che rilascia liquidi cioè conoscenza una volta che Luciano diventa allenatore, passaggio quasi obbligato per un tipo così.

    Ma non tutto si insegna, non tutto si può imparare. Prendi l’occhio critico di Spalletti quando allena un calciatore: ha una maniera finissima, quasi unica, di inquadrarlo.

    Osservando il giocatore ne distilla le qualità, sa riconoscere quelle ancora inesplorate e sa promuoverle, tutto all’interno di una crescita che non è solo del calciatore singolo ma del gruppo tutto, che è il vero beneficiario del miglioramento di ognuno. Spalletti non lavora su un sistema preordinato perché lavora sui tempi di gioco, sui movimenti di insieme, di reparto e tra i reparti, su scalate e coperture, agendo, sviluppando, sollecitando le caratteristiche di ciascun giocatore.
    Non si parte senza referenze da Sovigliana, frazione di Vinci, a un ponte sull’Arno di distanza da Empoli, terra dove l’humus del calcio ha attecchito molto bene, da molti anni, e si allena lo Zenit (il suo grande salto, a livello internazionale, dove è maturato l’uomo e l’allenatore e dove è ancora amatissimo), la Roma (due volte, dove ha dato continuità e razionalità in una piazza emotivamente molto instabile) e ora l’Inter, senza queste doti.

    Ecco, l’Inter. Il suo approdo a Milano rappresenta uno dei grandi motivi di novità di questa stagione di Serie A. Il club nerazzurro, che si trascina stancamente, nel post-Triplete tra pochi alti (la parentesi Mancini) e molti bassi (disarmante l’ultima stagione, conclusa con un anonimo settimo posto), alla ricerca di una vera identità. Che è la base per ricostruire la competitività.

    Ripartire da un pensiero comune, ricostruendo un senso di appartenenza che deve ridiventare distintivo è stato uno dei primi obiettivi della comunicazione spallettiana alla Pinetina.

    La sua forma di comunicare, come abbiamo già sottolineato, rimane unica. È, soprattutto qui a Milano, necessaria perché carismatica, perché credibile, troppe volte non ha avuto presa in questi anni, troppe parole sono suonate vuote negli ultimi lustri: Spalletti dovrà aver presa in profondità in un ambiente che ha vissuto soprattutto la propria identità in maniera superficiale. L’Inter ha smesso di esser l’Inter, insomma.

    L’impatto del fuori campo non deve essere sottovalutato a maggior ragione in un ambiente come quello nerazzurro, che, come ogni altro sito dove non si vedono trofei dopo una parentesi importante, in un ambiente con una storia gloriosa, è continuamente esposto a sbalzi d’umore che hanno un impatto enorme in una squadra che è in perenne ricostruzione.
    L’obiettivo è di trovare presto un equilibrio di squadra, che la società ha voluto non ribaltare in maniera totale, ma solo puntellare con alcuni nuovi acquisti. Anche per una estrema fiducia, oltre che in alcuni giocatori che han reso meno del previsto, nell’occhio di Luciano, che abbiamo celebrato qualche riga più su. Pur con tutte le difficoltà delle nuove preparazioni estive, piene di viaggi in Estremo Oriente, Spalletti ha continuamente sperimentato giocatori (addirittura João Mário finto centravanti, in una porzione di partita contro il Chelsea) e situazioni di gioco. In fondo, come ha detto recentemente il nuovo deus ex machina della dirigenza interista, Walter Sabatini, anche un semplice dettaglio in allenamento può aprire spiragli inaspettati (“sarò un romantico, ma io credo a queste cose“, ha aggiunto evidenziando la sua idea di mondo, prima che di calcio, espressa magnificamente anche in una intervista recente a Walter Veltroni sul Corriere dello Sport).

    L’acquisto dell’Inter che vuole risorgere si chiama Luciano Spalletti: se sarà un grande punto di forza o un grosso limite, lo scopriremo presto. A metà agosto, riparte la Serie A.

    Foto di copertina e nell’articolo ©LaPresse

    Carlo Pizzigoni

    Carlo Pizzigoni

    Nato a Pero, periferia milanese. Di solito è in giro a vedere cose, specie di calcio. Coppa d’Africa e Mondiali giovanili, visitati in serie e vissuti sul posto, sono le esperienze professionali che più lo hanno soddisfatto, al netto di #SkyBuffaRacconta (prima Storie Mondiali - diventato poi un libro Sperling&Kupfer -, poi Storie di Campioni) e fino al Mondiale 2014 in Brasile. Collabora con Sky, ha scritto per La Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo e per il quotidiano svizzero Giornale del Popolo. Con Guido Montana ha fondato MondoFutbol.com, con l’obiettivo di farne il punto di riferimento italiano per il calcio internazionale.

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