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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • 1777 GIORNI NELLA VITA DI LUKA MODRIĆ

    Quando la sera dell’11 aprile comincerà la partita di ritorno degli ottavi di finale tra Real Madrid e Juventus, per il centrocampista croato Luka Modrić saranno passati 1777 giorni (quattro anni, 10 mesi e nove giorni) dall’ultima volta che è stato eliminato dalla Champions League stando in campo. Era accaduto nell’emozionante serata in cui il Borussia Dortmund di Jürgen Klopp, dopo i quattro gol di Robert Lewandowski al Signal Iduna Park, era stato capace di resistere stoicamente di fronte all’ultima recita del progetto di Mourinho nella capitale spagnola. Da quel momento il Madrid è uscito una sola volta nella sua competizione feticcio, proprio contro la Juventus nella primavera 2015, con una premessa molto importante: Modrić era infortunato.

    Questa statistica non è un caso: Luka è stato il centrocampista più dominante in Europa in questo periodo.

    La sua eccellente qualità come calciatore sarebbe una ragione sufficiente per motivare il suo impatto, ma non basta. Oltre a mostrare il suo livello di gioco naturale, Modrić si è evoluto fino a rappresentare il profilo più versatile tra quelli d’élite. Non c’è altro interno che si faccia notare in più aspetti e in più stili calcistici che il piccolo grande capo croato. Modrić, a centrocampo, è onnipresente.

    La sua intelligenza calcistica e la sua capacità si cementano con le sue debolezze e il suo DNA da vincente. La sua corporatura leggera lo penalizzava quando si trovava ad affrontare squadre più fisiche e ha dovuto superarsi per prevalere e trionfare. Il suo metodo consiste nello sviluppare una lettura di gioco e un senso del collettivo che hanno pochi eguali. Modrić è ossessionato dal fatto che i suoi compagni giochino insieme sia in attacco che in difesa. Il croato sa che questo è un gioco di squadra in cui utilizzare le caratteristiche e le posizioni di chi gioca con lui è la ricetta o, meglio, la medicina per qualunque male. Per questa ragione nella semifinale di Champions League 2013/2014 con il Bayern Monaco, Modrić fu capace di essere super decisivo, ricoprendo il ruolo di centrocampista centrale nel 4-4-2 del Real Madrid schierato con due “6” e che tra andata e ritorno non raggiunse il 40% di possesso di palla.

    La sua concentrazione e la sua capacità di trovare la posizione lo consacrarono a difensore pratico e la sua fluidità per scardinare le linee avversarie rappresentava un avvio perfetto per i contrattacchi della BBC.

    Si è visto anche un Modrić completamente diverso nella Champions League 2015/2016, quella della Undécima. Quella versione del Real Madrid non aveva raggiunto il rendimento delle squadre più forti e il croato era il principale conoscitore dei difetti dell’opera di Zinedine Zidane. E per compensarli, specialmente nella semifinale contro il Manchester City, propose un calcio di controllo a partire da possessi definiti e più orizzontali, permettendo al Real di crescere giocando il pallone in una serata in cui mancava il suo punto di riferimento difensivo, Casemiro, fuori per squalifica.

    Fu un Modrić meno appariscente, dato che il suo compito principale pareva essere non far succedere cose, invece che provocarle in difesa e in attacco. Tuttavia poteva essere che quel Real Madrid timoroso avesse bisogno di un aspetto conservatore che il suo uomo chiave seppe dargli grazie alla sua pazienza. Tutto questo non ha alcun rapporto con le prestazioni offensive del Madrid nella Champions League 2016/2017, quella della  Duodécima.

    Incrociare l’Atlético Madrid e la Juventus, ovvero i due sistemi difensivi più rispettati d’Europa, fece sì che la sfida per i campioni continentali in carica fosse quella di aprire porte e abbattere muri.

    E Modrić, che teoricamente per età non si sarebbe trovato a suo agio con questo tipo di ritmi, rispose alla sfida con un atteggiamento aggressivo quando il Madrid era in possesso di palla (e anche durante il pressing), come si percepì stupendamente nel 4-1 della finale di Cardiff in cui arrivò fino alla linea di fondo per servire l’assist a Cristiano Ronaldo. La sola capacità di mostrare caratteristiche così diverse e sempre a un livello eccezionale già mette Modrić nell’élite di questo sport, ma è ancora più importante il fatto che sappia vedere, sentire, odorare, toccare e anche gustare cosa la battaglia richiede in un preciso momento. E questo, in forma molto concreta e circoscritta, è stato il principale segreto della squadra di Zidane in queste stagioni così produttive a livello di titoli.
    Il Real Madrid è una formazione preparata a reagire a qualunque tipo di stimolo: un gol subito, un’espulsione di uno dei suoi, la delusione per un’occasione sbagliata, l’infortunio di un giocatore chiave, una giocata eccellente da parte dell’avversario. La Champions è un torneo che mette i nervi a fior di pelle, porta i protagonisti vicino ai limiti emozionali e svia le loro strade verso le cattive decisioni. Ma non con il saggio Modrić. Lui sa sempre quello che deve fare. E lo fa. E per questo trasmette una sensazione ben precisa: eliminare un collettivo che lui sintetizza così bene è decisamente complicato.

     

    Traduzione a cura di Roberto Brambilla/MondoFutbol

     

    Credits
    Foto ©LaPresse

    Abel Rojas

    Abel Rojas

    Ex colonna di Ecos del Balón, collabora con prestigiose testate ed emittenti, come GQ e BeIN Sports. Sicuramente, il miglior analista calcistico di Spagna e punto di riferimento mondiale del fútbol. Ragazzo di gusti raffinati, in campo e fuori (una passione per Paco de Lucía è naturale per lui che viene dal sud della Spagna), in passato ha sbagliato qualche volta nella scelta della camicia (su nostro suggerimento ne ha bruciata una...). Quando la nostra analisi non coincide con la sua, iniziamo sempre a farci domande. E a pensare dove si è sbagliato.

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