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Testata giornalistica online

Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • MARTINICA, ALLA GOLD CUP TRA ORGOGLIO E SOGNI MONDIALI

    Una squadra di “leoni d’oro” per la Gold Cup. La nazionale della Martinica, che torna nella manifestazione continentale nord e centroamericana, si disegna intorno al capitano Sébastien Cretinoir, leader del Golden Lion, squadra simbolo dell’isola. Qui gioca anche l’attaccante Kevin Parsemain, capocannoniere di tutti i tempi, che all’ultimo minuto dei supplementari ha firmato il 2-0 a Trinidad e Tobago, garantendo la qualificazione alla Gold Cup.

    Ha cercato fortuna in Inghilterra, invece, il bomber di riferimento Yoann Arquin, che i suoi compagni al Notts County paragonavano a Nicolas Anelka e che rappresenta uno dei tanti figli dell’isola nati in Francia. Per i talenti del territorio d’oltremare, infatti, è questa l’unica strada per emergere nel grande calcio. Un sogno d’affermazione che è pure quello di tutta la Martinica, scoperta e così battezzata da Cristoforo Colombo nel 1502 durante il suo quarto viaggio nelle Americhe. E già dal Seicento il calcio (o meglio, una sua variante primordiale) diventa un passatempo in voga tra gli indiani caribi: così, almeno, ha scritto un anonimo viaggiatore nel più antico manoscritto in lingua francese rinvenuto sulla Martinica.
    Stando alla sua testimonianza, gli uomini si trastullavano con il cosiddetto “gioco della palma”: divisi in squadre da tre fino a dieci giocatori, si contendevano una palla fatta di cotone e di una speciale gomma che cresceva soltanto sull’isola.

    Poi, nel 1635, sbarca la Compagnie des Îles de l’Amérique.

    La Martinica rimarrà per oltre tre secoli una colonia della Francia e rappresenta tutt’oggi uno dei suoi possedimenti d’oltremare, eppure la diffusione del calcio si deve alla breve occupazione inglese durante le guerre napoleoniche (i nomi anglofoni di Golden Lion, Golden Star e Good Luck, tra le più antiche squadre martinicane, stanno a testimoniarlo). Richiama, invece, l’ex madrepatria il Club Franciscain: è espressione dell’omonimo circolo culturale fondato anche da Édouard Fanon, zio di Frantz, teorico della lotta al colonialismo secondo cui

    uno sport non dovrebbe essere un gioco o un divertimento della borghesia urbana.

    La Division d’Honneur, il campionato dell’isola, è oramai prossimo al secolo di vita essendo stato istituito nel 1919, mentre risale agli anni Trenta, la belle époque del calcio martinicano, il debutto assoluto della nazionale. Era invece una semplice rappresentativa quella che sfidò addirittura Pelé, quasi omonimo del vulcano che a inizio Novecento sommerse di lava e cenere l’allora capitale Saint-Pierre. Siamo nel gennaio 1971 e O Rei, reduce dal trionfo mondiale in Messico, viene invitato ad esibirsi con il Santos: la Federcalcio martinicana, dilaniata in quei mesi da dissidi interiori, è convinta che un evento simile calmerà le acque. Per rientrare del grande esborso di denaro i biglietti per la partita vengono messi in vendita al prezzo di 100 franchi, inaccessibile alla stragrande maggioranza degli abitanti.

    I militanti del Groupe d’action prolétarien, movimento indipendentista di estrema sinistra, sobillano così la popolazione e iniziano ad imbrattare i muri di Fort-de-France: “Vedremo Pelé senza pagare”. La tensione monta e la Federcalcio caldeggia così la diretta televisiva della partita, la prima nella storia dell’isola. La proposta viene accordata e si muovono addirittura alcuni tecnici da Parigi. La rivolta si placa e, chi allo stadio chi da casa, nessuno si perde le giocate di Pelé.

    Leggenda narra che l’arbitro assegni un rigore al Santos per il solo gusto di veder gonfiare la rete dal più formidabile calciatore di tutti i tempi.

    Altra data storica è il 1983: a trent’anni esatti dalla sua fondazione, la Ligue de Football de la Martinique mette piede nella confederazione calcistica dell’America settentrionale e centrale, la CONCACAF, in qualità di membro osservatore.
    È un primo passo verso l’ammissione definitiva a distanza di ulteriori trenta anni, durante i quali la nazionale si era già qualificata per tre volte alla Gold Cup raggiungendo clamorosamente i quarti e uscendo soltanto ai rigori contro il Canada nel 2002. L’ingresso nella confederazione, al tempo stesso, è un segnale di distacco dalla Francia. E l’elezione al consiglio del segretario generale della lega della Martinica Maurice Victoire, secondo francofono a entrare nella principale assemblea della CONCACAF dopo l’ex presidente della lega di Guadalupe Jacques Rugard, potrebbe cambiare il destino del calcio sull’isola.

    L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, è l’affiliazione alla FIFA per i territori d’oltremare. Una battaglia politica iniziata dall’antico presidente della regione e del Racing Club de Rivière-Pilote che alla fine degli anni Settanta guidò una prima fronda sportiva e ottenne che i colori della Martinica non fossero più gli stessi del tricolore francese.

    Sceglietene al massimo due, ma non tutti e tre,

    disse.
    Il comitato della lega scartò il rosso e da allora niente è più cambiato. Le questioni di forma, però, diventano elementi sostanziali nella costruzione dell’identità della Martinica, dove il calcio è ancora l’unica speranza di realizzazione per le giovani generazioni.
    Scriveva Boutrin nel suo libro Approche historique et organisationnelle du sport en Martinique del 1997:

    Lo sport simboleggia, per un gran numero di ragazzi, un mezzo per elevarsi nella gerarchia sociale. Da qui la confusione fra gerarchia sociale e gerarchia sportiva che rimane fra i giovani atleti.

    Ma senza adeguate strutture e senza campionati professionistici

    l’immagine del successo sportivo, e di conseguenza sociale, è spesso legata all’emigrazione verso la metropoli. Il mito della Francia provvidenziale contribuisce così a rinforzare l’attaccamento alla madrepatria.

    Una madrepatria che ha sfruttato per quasi un secolo i calciatori dei domini e dei territori d’oltremare – il primo “nero” nella Nazionale Bleu rimane il guyano-senegalese Raoul Diagne nel 1931 -, ha accolto oltre dieci martinicani nei centri di formazione nazionale tra il 2002 e il 2007, ma ha sempre opposto il veto all’ingresso delle ex colonie nella FIFA. E ha impedito negli ultimi decenni, nonostante la creazione di un centro tecnico, che sull’isola si formasse un talento paragonabile all’ultimo grande campione nato a Martinica, Gérard Janvion. Difensore del Saint-Étienne, che perse la finale di Coppa Campioni 1976 a Glasgow, e della Francia sconfitta dalla Germania a Siviglia nella notte dello scontro Schumacher-Battiston e del rigore fatale di Bossis, Janvion è poi tornato sull’isola per lavorare come tassista. “La Martinica è una grande famiglia”, raccontava all’agenzia France Presse nel novembre del 2005, alla vigilia della prima amichevole della Nazionale Bleu nelle Antille francesi dal 1904.

    Una partita, quella contro Costa Rica, organizzata per raccogliere fondi a sostegno delle famiglie delle 152 vittime del disastro aereo del 16 agosto di quell’anno in Venezuela, la più grande tragedia nella storia della Martinica. Un’occasione significativa anche per Thierry Henry, tornato sull’isola da cui erano partiti i genitori, nonostante le critiche di Arsène Wenger per l’inopportunità di quel viaggio in un momento chiave della stagione. Il paternalismo si è palesato ancor di più due anni fa in Coppa di Francia, competizione cui possono prendere parte anche le squadre dei domini e dei territori d’oltremare. Il Club Franciscain sogna di diventare la prima di queste formazioni a spingersi ai sedicesimi di finale: deve affrontare il Nantes e, in base al regolamento, dovrebbe giocare in casa militando in un campionato di oltre due categorie inferiore. Ma i francesi fanno valere una deroga cui possono appellarsi quando affrontano avversari delle ex colonie e ottengono di invertire i campi. Per i martinicani, che hanno un budget di 21mila euro l’anno e devono pagarsi l’alloggio per una parte dei giocatori, la trasferta è costosissima e la sconfitta scontata.

    Ma l’orgoglio di tutte le Antille francesi è cresciuto. L’anno scorso i segnali di crescita del calcio martinicano sono aumentati.

    La nazionale si è qualificata per la fase finale della Gold Cup e della Coppa dei Caraibi, che non vince dal 1993, grazie al contributo di chi ha costruito la propria carriera all’estero: il centrocampista Steeven Langil, in prestito al Beveren dal Legia Varsavia, Bruno Grougi del Brest, l’ex Bordeaux Julien Faubert ora all’Inter Turku, o l’attaccante del Beitar Gerusalemme ed ex Nantes Johan Audel.

    L’isola delle palme sogna un posto al sole. Un sogno che passa per il calcio e profuma d’indipendenza. La questione però rimane. Crétinoir, il compagno Daniel Hérelle al Golden Lion, Abaul, Jougon, Marajo, tesserati per i rivali del Club Franciscain, passano per essere buoni giocatori ma non ricevono proposte dalla Francia, nemmeno dalla Ligue 2 o dal National, la terza serie. Xavier Lemuel, portiere dell’Under 17, è stato rifiutato dal Lille perché non abbastanza alto.

    Quanti di loro arriveranno a vestire la maglia della nazionale in Gold Cup? L’affermazione della Martinica passa anche da qui.

    Testi di Alessandro Mastroluca e Simone Pierotti
    Foto Copertina ©Twitter/CONCACAF
    Foto Kevin Persemain ©UsaTodaySports
    Foto Pelé – Fotogramma del documentario “Nous irons voir Pelé sans payer”
    Foto Maurice Victoire ©CAP/FB/MV
    Fot Gérard Janvion ©FranceFootball
    Foto Steeven Langil ©BelgaImage

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