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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • L’INCREDIBILE DEPORTIVO ALAVÉS DI MAURICIO PELLEGRINO

    Il fenomeno della stagione. Mauricio Pellegrino non ha mai pensato di esserlo, e tendenzialmente non ha questo tipo di propensione neanche la gente del posto dove il Flaco è arrivato per dare una svolta totale alla sua carriera di allenatore.
    Vitoria-Gasteiz è un luogo particolare, dove le cose sembrano andare al contrario rispetto ai canoni comuni: è la capitale dei Paesi Baschi, vi hanno sede sia il Governo che il Parlamento della Comunità Autonoma, però tutti considerano Bilbao il vero capoluogo. Vi è una cultura sportiva molto radicata, si compete ad alto livello e il motore è il club di pallacanestro, il Saski-Baskonia che gioca in Eurolega ed è addirittura proprietario della squadra di calcio, quel Deportivo Alavés che piombò sulla scena internazionale nel 2001 quando arrivò a sorpresa alla finale di Coppa Uefa e la perse in modo tanto crudele quanto spettacolare, 4-5 al golden goal contro il Liverpool.

    A un passo dalla storia, o meglio: nella storia, ma con una sconfitta. E con il grande orgoglio di esserci comunque stati.

    Poi però El Glorioso è andato giù, nell’abisso: retrocessione in terza serie, bancarotta dietro l’angolo, problemi apparentemente irrisolvibili. Fino alla primavera del 2011, il momento dell’incontro fra calcio e basket che ha fatto da propulsore per il ritorno in auge del Deportivo Alavés: la figura è quella di Josean Querejeta, ex giocatore di pallacanestro e presidente del Baskonia dal 1988, che dopo aver messo il club cestistico della città nell’élite della pallacanestro nazionale e continentale, ha deciso di provarci anche la società di calcio.

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    E ora, a distanza di meno di sei anni, raccoglie già i frutti del suo lavoro. La figura di Querejeta è importante: non ama apparire, forse per il retaggio dei suoi anni di formazione, visto che ha sostenuto gli studi nel collegio del Frati Benedettini del suo paese, un posto dove la ciclicità del tempo veniva controllata dalla severità delle regole e alimentata da una delle biblioteche più importanti della regione.

    Ora et Labora, nella sua accezione più diretta.

    Però ha le idee molto chiare, altrimenti non avrebbe cominciato a costruire la sua grande attività di uomo d’affari a soli ventidue anni e nel pieno della sua brillante carriera di giocatore di basket. Soprattutto, ha un metodo di gestione che da una parte è in perfetta sintonia con la tradizione di quella terra (coinvolgere il più possibile la comunità, creare identità attorno alla squadra e trarre dal territorio le risorse economiche), dall’altra va in completa controtendenza rispetto, ad esempio, all’autarchia orgogliosa dell’Athletic Club. Basti pensare che quest’estate, dopo aver completato in cinque anni la risalita fino alla Primera División, la decisione della dirigenza è stata tranciante: tante grazie alla squadra che aveva vinto il campionato di Segunda, ma si volta completamente pagina.
    Arrivano diciotto giocatori nuovi e cambia anche l’allenatore: da Bordalás, tecnico della promozione e figura molto apprezzata non solo nei dintorni di Mendizorroza, a Mauricio Pellegrino. Che era già stato a Vitoria per chiudere la sua eccellente traiettoria da giocatore e quindi aveva un’idea precisa di dove sarebbe arrivato, ma che come tecnico veniva da un paio di esperienze poco brillanti in Argentina con Estudiantes e Independiente, aveva già steccato il salto sul trampolino nei difficili tempi di Valencia, e a curriculum presentava un profondo apprendistato alla scuola di Rafa Benítez, non propriamente l’allenatore più in voga del momento…

    La Coruna - Alaves

    Una scelta particolare e forte, ma non quanto quella di costruire una squadra completamente nuova e una rosa con nove nazionalità diverse: così come fatto con il Baskonia, il presidente Querejeta ha deciso di andare a prendere giocatori poco pubblicizzati, ma con significative prospettive di crescita (in modo da poter programmare un futuro guadagno non solo in termini sportivi) e con la fame di chi vuole emergere. Detto ciò, in estate erano pochissimi pronti a scommettere su questo Alavés completamente rivoluzionato, anche perché il calendario presentava come prime tre trasferte dell’anno il Vicente Calderón, il Camp Nou e Mestalla. Forse anche per questo, ma sicuramente non solo, la prima dichiarazione pubblica di Mauricio Pellegrino è stata:

    Allenare l’Alavés in Primera è una sfida.”

    Una sfida che ha deciso di giocare parlando poco e lavorando su concetti semplici ma fermi, un po’ come quando era il leader difensivo del Vélez o del Valencia.
    I capisaldi della sua filosofia calcistica sono: l’ordine prima di tutto, massimo impegno sempre e il collettivo come concetto che permette a ogni singolo di emergere. Esattamente la stessa filosofia della società. Evidentemente, anche la chiave giusta per trasformare un prototipo indecifrabile in un bolide capace di spingere a fondo fin da subito. Di partire imponendo l’1-1 all’Atletico Madrid al debutto ed espugnando il Camp Nou due settimane dopo, cosa che all’Alavés era riuscita solo un’altra volta in quasi un secolo di storia: nel febbraio del 2000, l’anno prima della grande cavalcata in Coppa Uefa.

    Cosa invece non avevano mai fatto i tifosi del Glorioso era prenotare un viaggio per la finale di Copa del Rey, gentilmente offerto – con data 27 Maggio 2017 – dall’agenzia di viaggi da sogno “Pellegrino&co.”.

    Contro il Barcellona, d’accordo, ma con la possibilità di vincere un trofeo e tornare in Europa. Corsi, ricorsi e svolazzi pindarici sono comprensibilmente già protagonisti nelle menti di ogni tifoso biancoazzurro.

    Alaves vs Celta Vigo - Coppa del Re

    Ma la squadra che ha creato Pellegrino è fatta della materia opposta: pragmatismo, convinzione e grande attenzione. È una squadra di ottima consistenza fisica, intensa e molto elastica, che si sistema su di un 4-2-3-1 corto e armonico, lascia volentieri il pallone all’avversario, attua un pressing perfettamente coordinato e in contropiede fa male.
    Una squadra costata in tutto circa 6 milioni di euro, spesi per costruire un gruppo perfettamente omogeneo, basato fondamentalmente su tre tipologie di profilo. L’esperienza è garantita da giocatori già svezzati ma non ancora realizzati, che risultano trascinatori fondamentali senza però cercare un protagonismo fine a se stesso: l’esempio più chiaro è il centravanti brasiliano Deyverson, impareggiabile animatore del gruppo e punto di riferimento offensivo in grado di garantire sia gol che lavoro per la squadra. Ma lo sono anche elementi come Ibai Gómez ed Édgar Méndez, intelligenti e acuminate ali d’attacco che presentano gradi di nobiltà nei piedi ma anche un’imprescindibile anima operaia forgiata in una gavetta non semplice.

    Specialmente il basco, uno che aveva fatto illuminare gli occhi di Marcelo Bielsa ai tempi dell’Athletic e che chiedeva, quasi supplicava l’opportunità di un progetto che credesse nei suoi colpi taglienti.

    Queste figure, assieme a comprimari di forte peso specifico come il veterano Alexis Ruano rientrato dalla Turchia e il colombiano Daniel Torres arrivato da Bogotà, si sono rivelati soldati semplici in grado di diventare colonnelli, per guidare in battaglia la brillantissima batteria di giovani reclute specializzate.
    I ragazzi rampanti dell’Alavés meritano una riflessione approfondita, perché la sensazione è che ne sentiremo parlare molto nel prossimo decennio: sono quattro, tutti in prestito, tutti in grado di fare un salto di qualità impressionante in questi mesi alle dipendenze del Flaco.
    Due vengono dal Real Madrid, sono il portiere Fernando Pacheco – che con Ancelotti ha anche debuttato in prima squadra e che a ventitré anni ha avuto la personalità di andarsene per trovare la propria strada, facendo prima una grande stagione in Segunda con l’Alavés e poi confermandosi alla grande in Liga – e il centrocampista Marcos Llorente,  uno che trasuda madridismo da ogni poro per essere figlio di Paco Llorente e pronipote del leggendario Gento, che in questa sua prima annata nel calcio dei grandi ha mostrato buonissime qualità ma soprattutto una visione di gioco e una tranquillità d’azione sorprendenti per uno nato nel 1995. E che ora può ambire legittimamente a ritornare a casa per mettersi la maglia bianca.

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    Il terzo viene dal Levante, si chiama Víctor Camarasa e il club valenciano, dopo la deprimente retrocessione dell’anno scorso, ha deciso con lungimiranza di prestarlo all’Alavés per permettergli di continuare a giocare nel miglior campionato del mondo: è una mezzala d’incursione con intensità e tecnica, può essere riscattato dai baschi (o da qualsiasi altro club) per dodici milioni, e l’impressione è che in estate – quando si deciderà il suo futuro – ci guadagneranno tutti.
    Ma il prospetto più grande è un terzino sinistro francospagnolo di proprietà dell’Atletico Madrid: Theo Hernández, fratello minore del colchonero Lucas e figlio di un altro ex biancorosso come Jean-François Hernández.

    Lo hanno definito un giovane Bale, perché – pur essendo nato nell’ottobre del 1997 – è già uno dei pendolini più continui, esaltanti e devastanti del campionato.

    Deve ancora crescere e imparare soprattutto a limitare l’aggressività (Aleix Vidal si è giocato la caviglia in un duello con lui), ma appare scontato il pensiero che vivrà da protagonista la prima stagione dell’Atletico Madrid nel nuovo stadio de La Peineta.
    E poi c’è il trait d’union fra passato e presente, un filo piccolo ma molto forte che intreccia la nuova fibra di questo gruppo dandole una sostanza fondamentale. Lo compongono il centrale difensivo Víctor Laguardia (nomen omen…), partito in seconda fila per gli arrivi di nuovi interpreti del ruolo, ma capace di riprendersi subito un ruolo primario al centro della difesa per la sua irrinunciabile mentalità di ferro, l’esterno destro Kiko Femenia – ex talentino d’attacco del Barcellona mai sbocciato veramente finché non ha avuto l’umiltà di rimettersi in gioco come terzino e ora è già destinato a giocare la prossima Premier League con il Watford –, l’inossidabile Toquero, attaccante senza gol ma con un cuore che gli ha permesso di diventare un beniamino prima a Bilbao e poi a Vitoria, e il capitano Manu García, uno cresciuto nella curva di Mendizorroza e che nel cui armadietto campeggiano le foto dei capitani più illustri della storia del club. Quello che, al 95′ della prima partita di campionato, ha infilato da oltre trenta metri (col destro, lui che è un mediano puramente mancino) la porta dell’Atletico Madrid, firmando il primo, sorprendente e profetico atto della stagione.

    Atletico Madrid vs. Deportivo - Liga

    Il tutto a formare un sistema che ha cominciato a funzionare subito e che riflette la sua bontà sia nei numeri che nell’essere immediatamente comprensibile e comodo per chiunque ci si trovi dentro: l’esempio chiaro è il grande talento Óscar Romero, giunto a gennaio dopo essere uscito in fretta dal sistema cinese per il cambio di regole sull’utilizzo degli stranieri e messo subito nelle condizioni di portare il proprio contributo, che per ora è quello di aumentare considerevolmente il livello qualitativo della panchina, ma che in vista del finale di stagione potrebbe anche diventare un’arma decisiva.

    Sempre sulla linea di un club che agisce puntando sul lavoro e sulle idee, su poche parole e fatti molto chiari.

    Come raccontano le storie del presidente Querejeta, dell’allenatore Pellegrino, della città di Vitoria-Gasteiz e dei volti che compongono un gruppo che la storia del Deportivo Alavés la sta riscrivendo. Sognando sempre, ma senza pretese e soprattutto senza mollare.
    Anche perché, indipendentemente dall’epilogo, la storia di questo Alavés ci piace già così com’è.

    Foto copertina, Pellegrino, festeggiamenti semifinale Copa del Rey e rete Manu Garcia ©LaPresse
    Foto Querejeta ©EuroLeague.net
    Foto Marcos e Paco Llorente e Gento ©Real Madrid

    Stefano Borghi

    Stefano Borghi

    Pavese classe '82, principalmente fa le telecronache di splendide partite di calcio per Fox Sports. Prima le ha fatte anche per Sportitalia, e da sempre ama il calcio e altre forme d'arte, come la musica e la cucina. Soprattutto, le belle storie. Dietro alle quali ama perdersi, indipendentemente da dove lo portino.

    C’è un commento.

    • MaxiSize
      26 agosto 2017, 6:27

      Vedo anche io il Deportivo Alaves come possibile delusione, ma soprattutto il Leganes, che per motivi di budget non ha potuto rinforzare piu di tanto una rosa da zona retrocessione gia lo scorso anno, e la mia candidata principale a scendere.

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