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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • NÉSTOR ORTIGOZA E L’ADDIO INASPETTATO AL SAN LORENZO

    Mi sarebbe piaciuto chiudere la carriera al San Lorenzo.

    Era un Néstor Ortigoza rammaricato, deluso ma non costernato quello che qualche giorno fa commentava ai microfoni di Sportia l’addio al club di cui era diventato idolo e capitano. Il centrocampista avrebbe voluto rinnovare per due anni, mentre il San Lorenzo gli offriva un solo anno di contratto. Nonostante l’amore per il Ciclón, Ortigoza non ha ceduto dalla propria posizione decidendo di cambiare aria e trasferirsi in Paraguay, terra natale del padre, dove si è trasformato nel regalo per il 115° anniversario del Club Olimpia.

    Probabilmente era scritto nel destino di Orti che, presto o tardi, avrebbe giocato in Paraguay, Paese che ha rappresentato a livello di nazionale fino a qualche mese fa. Nella Selección guaraní ha ritrovato l’amico fraterno Lucas Barrios, anche lui di famiglia mista argentino-paraguayana.
    Entrambi introdotti alla Albirroja dal Tata Gerardo Martino, Barrios e Ortigoza, prima di condividere l’esperienza in Nazionale percorrono insieme la trafila delle giovanili dell’Argentinos Juniors, che coltiva uno dei vivai più rinomati d’Argentina, da cui emersero Diego Armando Maradona e Juan Román Riquelme. Il Semillero del Mundo è una scuola di grandi centrocampisti (Redondo, Cambiasso, Biglia e ora il classe ‘95 Rolón) e contribuisce a forgiare le qualità di Néstor Ezequiel, o meglio Jonathan, nome scelto dai genitori e proibito dal governo argentino post guerra delle Malvinas nel 1984 perché di origine inglese. Ma a iniziarlo al fútbol sono le partite nei potreros della Provincia di Gran Buenos Aires, il tipico calcio da strada di cui ha provato a spiegare l’essenza in un’intervista a El Gráfico nel 2016.

    Il potrero ti dà un plus: come mettere il corpo, quando mettere la gamba, ti insegna a chiedere il pallone, ti tiene vivo, perché lì ti colpiscono duro ma nessuno viene espulso. Lì devi imparare a sopravvivere, a essere determinato, a non avere mai paura, a intuire da dove verrà il colpo, ti rafforza la personalità.

    E il potrero, Jona, come lo chiamano gli amici, non lo abbandona fino al 2007, tre anni dopo l’esordio in Primera División con l’Argentinos Juniors. Partite infrasettimanali e tornei serali di calci di rigore con in palio denaro sono un’abitudine a cui non rinuncia. È Ricardo Caruso Lombardi, suo allenatore in quell’anno, a dargli l’ultimatum:

    Vuoi continuare a vendere quaderni nei treni (uno dei primi lavoretti di Ortigoza, nda)? Non essere stupido, hai un grande futuro davanti a te.

    Néstor è un uomo che non dimentica mai le proprie radici, ma recepisce il messaggio e si concentra sulla sua carriera da professionista. Lombardi aveva ragione. Nel 2010 arrivano i primi frutti: la vittoria da protagonista nel Clausura con il Bicho Colorado e la successiva convocazione per il Mondiale sudafricano lo espongono all’attenzione dei grandi club argentini. Il Checho Sergio Batista, suo tecnico agli esordi con l’Argentinos e al Nueva Chicago che gli imponeva di giocare a due tocchi, e Nelson Vivas, colui che lo ha migliorato a livello tattico, hanno formato un perfetto volante de conducción.

    Se lo aggiudica il San Lorenzo nel 2012 per espressa volontà di Ramón Díaz e da Boedo, esclusa un’altra piccola parentesi negli Emirati Arabi Uniti, non si muoverà fino alla fine della stagione appena conclusa. Tra panchine e incomprensioni (vedi era Pizzi) e gioie e riconoscimenti (vedi era Bauza) conquisterà il cuore dei tifosi del San Lorenzo, con cui alza al cielo un campionato nazionale, la prima Copa Libertadores della storia del club nel 2014, che ha deciso con un gol nella finale di ritorno, e una Supercoppa argentina.

    Da Boedo non si sarebbe mosso mai.

    Nell’ultima partita contro il Banfield, dopo aver sbagliato un rigore (il quarto errore in carriera su 39 esecuzioni, un cecchino), ha chiesto scusa al suo pubblico. Di certo per l’errore, forse anche per l’addio. Ma il Nuevo Gasometro lo ha subito perdonato, dedicandogli il solito coro (“Gordo, gordo”), perché non è da un calcio di rigore, né tantomeno da un addio, che si giudica un calciatore così.

    Foto di copertina ©STR
    Foto Ortigoza all’Argentinos Juniors ©mdzol.com
    Foto Ortigoza al San Lorenzo ©tn.com.ar

    Alex Alija Čizmić

    Alex Alija Čizmić

    El Jefecito. Mezzo italiano, mezzo bosniaco, ma da sempre innamorato dell'Argentina. Ama tutte le lingue di questa terra, ne frequenta abbastanza e sogna un mondo in cui tutti venerino la fratellanza e la multiculturalità. Forse, MondoFutbol è il posto giusto.

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