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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • NEYMAR JR., RE DI PARIGI ASPETTANDO IL DEBUTTO

    Ha chiuso la sua due giorni di perpetua visibilità allo stadio festeggiando come un ragazzo della “Torcida Jovem” del Santos, quelli che mai lo hanno dimenticato e che per primi hanno riconosciuto in lui le stimmate del fuoriclasse.

    Perché in mezzo a tutte le polemiche, le analisi e il chiacchiericcio da bar di queste ore, si è perso di vista l’aspetto comunque centrale del calcio: il campo.

    E lì, non si dovrebbe appulcrare verbo circa la sconfinata classe di Neymar Da Silva Júnior, il nuovo giocatore del Paris Saint Germain, giunto nei pressi del Bois de Boulogne dietro il pagamento della cifra clamorosa di 222 milioni di euro.
    Il brasiliano si è concentrato sul campo, ed è esploso di gioia alle due segnature dei suoi nuovi compagni, impegnati nella prima giornata di campionato, la Ligue 1, che il PSG ha cominciato con un 2-0 al neopromosso Amiens. Sul finire del primo tempo Dani Alves, dalla destra, ha cercato in area Cavani, che ha messo giù il pallone con un ricamo niente male col destro, e poi ha piazzato la sfera con freddezza e precisione di sinistro. Poi, nell’ultimo quarto d’ora della gara, Verratti, uno dei migliori in questo debutto, ha verticalizzato una palla che pareva un endecasillabo per come “viaggiava” rigogliosa e perfetta: bello il movimento a ricciolo di Cavani in smarcamento, corsa del centravanti charrúa palla al piede e palla in mezzo per Javier Pastore, amatissimo dal pubblico (nell’annuncio della formazione iniziale, gli applausi più convinti se li è presi lui, e nettamente), che ha infilato la porta con facilità.

    Ultimo balzo in tribuna per Neymar, e tutti a casa con il sorriso, quello che non ha mai lesinato in queste ore il ragazzo di Mogi das Cruzes, profonda provincia paulista, in mezzo a parole importanti.

    Questa è la mia sfida più grande,

    ha detto venerdì, giorno di arrivo a Parigi dopo le prime visite mediche a Porto.
    Parole se ne sono sentite ovunque e pure qui, all’ombra della Tour Eiffel (già colorata verde-oro, ma questa è facile), non sono mancate le analisi più disparate. Dalla Geopolitica (il ruolo centrale del Qatar, il Paese di provenienza del presidente del PSG, uomo di fiducia dello sceicco Al Thani, al centro di una situazione delicata che lo vede contrapposto alle altre dinastie arabe del Medio Oriente) all’economia (quali sono o sarebbero le possibilità di rientro, almeno parziale ma comunque cospicuo, di parte della spesa del cartellino) fino alla filosofia spiccia (su LeMonde è apparso un pezzo in cui si celebrava la rinascita dell’uomo calciatore di fronte ai club padroni dei giocatori).

    Una trattativa davvero incredibile ma rimettendo in fila le puntate si può riconoscere la lungimiranza del lavoro del PSG. Soldi, ok, la Qatar Sport Investment, ça va sans dire. Eppure, i parigini non erano stati gli unici ad avere intravisto chances di prendere il brasiliano. Certo lo ha fatto il Chelsea, si dice anche lo United, ma non ci hanno forse creduto fino in fondo: il PSG “doveva” arrivarci, per dare anche un senso agli investimenti di questi anni, che sono stati anche razionali (intendiamoci), da più punti di vista: lo testimonia il fatto che Neymar trova una signora squadra, mica il deserto. Ah, ovviamente non manca l’aspetto gossipparo della vicenda: l’invidia di o per Messi, il Barça che in realtà voleva mollarlo (se, come no?) e altre amenità tramandateci da amici degli amici. Fuffa, nella quasi totalità dei casi. O vogliamo credere pure alla foto del sedicente assegno che avrebbe chiuso la trattativa? E Parigi? Come dice un mio amico, i francesi sono i veri americani del Mondo, per i parigini, elevate almeno al cubo. Ici c’est Paris, questo è l’ombelico della Terra.
    Certo l’arrivo di un campione di calcio non può trasformarsi nella festa della presa della Bastiglia o nella celebrazione del 26 agosto, che segna la storica Liberazione dal nazismo, però l’idea che Parigi sia anche una città importante di calcio, ecco questo un filo non può non fargli piacere. Tutto dovuto, eh.

    Eppure, il pallone nella Ville Lumière, rotola più spesso di quel che si creda, e un po’ ovunque.

    Certo, la passione calcistica è più della banlieue che del centro (l’Île de France è il maggiore serbatoio di calciatori del Paese, peraltro) ma allo stadio, periferie e zone vip si mescolano senza problemi, perché le foot, e non solo Parigi, est magique. L’ha detto, “Paris est magique”, la prima frase in francese che ha imparato Neymar, che in mezzo ai fuochi di artificio ha toccato di nuovo il prato del Parco dei Principi, dopo l’apparizione di venerdì, alle 16:09, prima del match con l’Amiens, prima di sistemarsi in tribuna e godersi lo spettacolo. Anzi, prima di imboccare la via degli spogliatoi si è fatto la Vuelta Olímpica, come si dice in Sudamerica, il giro dello stadio salutando un po’ tutti, protetto da una folta rappresentanza di agenti della sicurezza, a cui è sfuggito poi nel finale, con un dribbling dei suoi, scattando verso la curva Auteil, sede del tifo più acceso (90 minuti di canti e tamburi, durante il match, almeno come continuità, livello latinoamericano), e ha lanciato la maglia che aveva indosso.

    La sua prima, finita nelle mani di un ragazzino, che l’ha subito, incredulo, vestita con il giusto orgoglio. Noi di MondoFutbol siamo stati testimoni, ovviamente sul posto, ma prima di avventurarci verso il Porte Saint Cloud, nelle vicinanze dell’impianto ci siamo fatti un po’ il giro in alcuni luoghi della città, partendo da Montmartre e dal Sacro Cuore. Maglie, in realtà pochine. Qualche ciarla nei bar, ma non una città ferma. Ho capito che non siamo a Rosario, però pure Marsiglia è un’altra cosa. Presa però la Linea 9 della Metro ecco spuntare vessilli e divise del PSG. Va alla grande la nuova divisa gialla, quasi obbligata non solo per l’arrivo di Neymar ma anche per una squadra piena di brasiliani: Dani Alves (ha debuttato in campionato da terzino), capitan Thiago Silva, Marquinhos, Thiago Motta, e da qualche parte dovrebbe esserci anche Lucas Moura, oltre che il nuovo team manager Maxwell.

    Squadra di enorme qualità che però deve trovare anche intensità, ma siamo solo all’inizio di stagione e il lavoro di Unai Emery è appena cominciato, anche se sarà un po’ più complicato del previsto: ora il tecnico basco deve aggiungere al puzzle la tessera più importante, e (ri)trovare equilibri di squadra. Sfida, pure per lui super eccitante (e meritata, ci sentiamo di affermare). L’obiettivo però non può essere fissato nella sola conquista del titolo, che quello deve arrivare, sì o sì. Ma Neymar è per andare oltre, per guardare tutta l’Europa dall’alto. La sera, dopo il match, abbiamo chiuso il nostro tour de force davanti alla Tour Eiffel. A Trocadero un ragazzino di origine africana palleggiava con superba maestria. Aveva la maglia di Neymar addosso, quella gialla. Dopo un po’ si è seduto e si è messo a guardare in direzione della Torre, lì si vede pure l’Hotel des Invalides, dove c’è sepolto chi la Francia l’ha trascinata davvero nella Storia.

    Ho capito, è calcio. Voliamo un po’ più basso. Ma il concetto rimane, non serve un nuovo Re per Parigi, adesso si necessita di un Imperatore. In Brasile lo hanno avuto tempo fa, lo sapete? Sai mai…

    Foto copertina ©LaPresse
    Foto articolo ©MondoFutbol/Carlo Pizzigoni

    Carlo Pizzigoni

    Carlo Pizzigoni

    Nato a Pero, periferia milanese. Di solito è in giro a vedere cose, specie di calcio. Coppa d’Africa e Mondiali giovanili, visitati in serie e vissuti sul posto, sono le esperienze professionali che più lo hanno soddisfatto, al netto di #SkyBuffaRacconta (prima Storie Mondiali - diventato poi un libro Sperling&Kupfer -, poi Storie di Campioni) e fino al Mondiale 2014 in Brasile. Collabora con Sky, ha scritto per La Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo e per il quotidiano svizzero Giornale del Popolo. Con Guido Montana ha fondato MondoFutbol.com, con l’obiettivo di farne il punto di riferimento italiano per il calcio internazionale.

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