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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • OMAR ABDULRAHMAN, LA STELLA DEGLI EMIRATI ARABI UNITI

    Quando nominiamo gli Emirati Arabi Uniti, saltano immediatamente all’occhio petrolio, isole artificiali, magnati vestiti con kefiah e kandura, alberghi di lusso, fiumi di denaro.

    Chiedere ai più che cosa rappresenti questo paese della Penisola Arabica, al di là della ricchezza, sembrerebbe senza senso: al massimo i nostri interlocutori aggiungerebbero che si tratta di un paese musulmano e che fa molto caldo.
    Del resto, nell’immaginario collettivo la storia emiratina coincide con l’ascesa economica (e finanziaria) di Dubai negli ultimi 20 anni: tanti ignorano che questa terra fino a due secoli fa era nota come “Costa dei Pirati” a causa delle incursioni da parte degli autoctoni ai mercantili che transitavano nel Golfo Persico, finché i Britannici non conclusero una tregua con gli emiri e stabilirono un protettorato che durò fino al 1971. Una volta ottenuta l’indipendenza, i sette emirati hanno costituito la federazione che porta l’attuale nome.
    Negli EAU c’è anche il calcio, con il suo cliché più diffuso: giocatori a fine carriera, strapagati per tirare due calci al pallone. Ma è proprio da qui che inizia la nostra storia.
    Quando nel 1999 (neanche tanto tempo fa) Roberto Donadoni volò in Arabia Saudita per giocare nell’Al-Ittihad (Unione in arabo), in Italia nessuno aveva idea di cosa fosse il calcio nei paesi del Golfo, anzi. Nessuno in Italia sapeva che si giocasse a calcio a due passi dal deserto a 40°C. Ci pensarono Fernando Hierro e Gabriel Batistuta ad attirare l’attenzione dei media europei sul calcio di un altro paese arabo, il Qatar: l’ex bandiera di Spagna e Real Madrid nel 2003 firmò per l’Al Rayyan; il bomber argentino salutò l’Italia per chiudere la carriera nelle file dell’Al Arabi. Proprio Batigol in un’intervista a “Sfide” (RaiTre, 2004), raccontando la propria esperienza, affermò che in quei campionati si giocasse a pallone e non a calcio: sottolineando la netta differenza tra l’impostazione e l’esperienza di un calciatore professionista come lui, e quella dei suoi compagni di squadra.

    Pochi anni dopo nel campionato degli Emirati debuttava un ragazzo non ancora diciottenne con la maglia dell’Al Ain guidato dal tedesco Winfried Schäfer; non aveva un nome straniero, ma arabo a tutti gli effetti: Omar Abdulrahman.

    abdulrahman-811Era il 2009 e tra i commentatori di Dubai TV era ancora vivo il ricordo del fantasista iraniano Ali Karimi, che aveva esaltato i tifosi dell’Al Ahli tra il 2001 e il 2005 a suon di dribbling e goal, prima di trasferirsi al Bayern Monaco. Il giovane Omar Abdulrahman non avrebbe pensato di diventare la nuova star nazionale per gli anni a venire; grazie alla sua confidenza con il pallone, ai suoi assist e ai suoi calci piazzati, è attualmente il giocatore più talentuoso della Penisola Arabica e per qualche mese ha incarnato le speranze di qualificazione degli EAU ai mondiali di Russia 2018. Come se non bastasse, una folta capigliatura ondulata riduce le possibilità che passi inosservato. Per la verità Amoory, soprannome con cui è noto ai tantissimi fans, non avrebbe potuto neanche immaginare di vestire la maglia della nazionale emiratina, visto che è nato in Arabia Saudita nella capitale Riyadh.

    Il numero 10 dell’Al Ain infatti appartiene ad una famiglia di etnia Hazrami, cioè proveniente dalla regione yemenita di Hazramaut: molti Hazramiti sono emigrati dallo Yemen iniziando una nuova vita in India, Singapore, Indonesia.

    E come in altri paesi della zona (tra cui l’Iran) in Arabia Saudita chi nasce da genitori stranieri non ne acquisisce automaticamente la cittadinanza, per cui Amoory e la sua famiglia erano a tutti gli effetti stranieri, pur vivendo e lavorando nella capitale saudita. Quando i dirigenti dell’Al Hilal di Riyadh si offrirono di ottenerne la naturalizzazione al fine di tesserarlo, la proposta venne rifiutata poiché escludeva la famiglia di Amoory. Così l’ex capitano saudita Sami Al Jaber lo segnalò subito agli emiratini dell’Al Ain, per i quali faceva da osservatore. Il club dell’emirato di Abu Dhabi gli offrì subito il pacchetto completo: cittadinanza EAU per tutta la famiglia, ingaggio nelle giovanili. L’offerta venne accettata, e oltre a Omar vennero ingaggiati i suoi due fratelli maggiori Khaled e Mohammed.

    Dalla maglia numero 10 dell’Al Ain a quella della nazionale il passo è stato breve, anzi, automatico.

    A venticinque anni Amoory aveva già partecipato a due Coppe d’Asia (2011 e 2015) e alle Olimpiadi di Londra 2012: vetrine importanti che gli hanno permesso di catturare l’attenzione delle squadre europee, sebbene non si sia ancora concretizzato un trasferimento. Per la verità gli unici a fare sul serio sono stati gli inglesi del Manchester City, con i quali si è allenato in prova nell’estate 2012. Ufficialmente il mancato passaggio in Premier League è stato dovuto al non ottenimento del permesso di soggiorno, ma alcuni rumours riportano che il motivo principale sia stato l’alto ingaggio richiesto dal giocatore. Una storia che ricorda quella dell’iraniano Ali Karimi (testé citato) che, prima di trasferirsi al Bayern a 27 anni, rifiutò le offerte di Perugia e Atlético Madrid per giocare nel campionato degli Emirati con un contratto principesco.
    Dopo aver sfiorato il sogno AFC Champions League nel 2016, sconfitto dal Jeonbuk Hyundai Motors e aver vinto il premio di miglior giocatore asiatico, Amoory ha incantato per tutto il 2017 il pubblico dell’Al-Ain e non solo . Ora, con il contratto in scadenza, il suo nome ritorna sul taccuino di chi cerca un talento per rinforzarsi. Anche se sarà difficile vederlo in Europa, lontano dalla Riyadh dove è nato, e dove si stanno mordendo le mani.

    Quel ragazzo, calcisticamente valeva proprio un paio di passaporti in più.

    Saman Javadi

    Saman Javadi

    Blogger italo-iraniano, tifoso di Juventus ed Esteghlal Tehran. Ama l'Iran e l'Italia dalla Storia alla cucina, e ne parla entrambe le lingue.

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