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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • ÖSTERSUNDS, IL CALCIO MODERNO NELLA WINTER CITY

    Gli svedesi chiamano la tradizionale pausa caffè fika. Premessa doverosa per evitare spiacevoli equivoci scrivendo che uno dei segreti dell’Östersunds, il club rivelazione dell’Europa League 2017-18, è la fika. Ovvero un momento, aperto a tutti e non circoscritto solo ai giocatori e alle persone che lavorano nella società, nel quale è possibile fare una chiacchierata in tutta tranquillità.
    “Una squadra non solo da tifare”, dice il direttore generale Lasse Landin, “ma anche da percepire come qualcosa di proprio.” Un bene di tutta la comunità, in questo caso lo Jämtland, la contea nel nord della Svezia dalla quale proviene l’Östersunds. Una terra stretta nella morsa del generale Inverno – non a caso la città di Östersund è soprannominata Winter City, perché lì davvero la stagione del grande freddo sembra non finire mai – abitata da circa 100mila persone, ovvero 68 volte meno la popolazione di Londra, da dove proviene la squadra (l’Arsenal) che l’Östersunds affronterà a metà febbraio nei sedicesimi di Europa League.

    Identità e radici sono due concetti molto in voga nello Jämtland.

    Per molto tempo queste terre sono rimaste sotto il dominio della corona norvegese, prima di passare alla Svezia, e ogni estate viene organizzata una festa in onore della loro fittizia repubblica. Nessun istinto secessionista o indipendentista, ma solo tanta voglia di divertirsi senza dimenticare da dove si proviene. Uno spirito che l’Östersunds ha assorbito in toto grazie a Daniel Kindberg, l’uomo che nel 2005 ha acquistato il club.
    Parlare ai giorni nostri di squadra legata alla propria comunità può far pensare a un modello chiuso tipo Athletic Bilbao (affrontato peraltro in questa edizione dell’Europa League). L’Östersunds è l’esatto opposto, perché alla simbiosi con il territorio e la popolazione unisce una politica di integrazione concretizzatasi nel corso degli anni in iniziative a favore dei rifugiati, contro l’omofobia e la violenza sulle donne nonché, più in generale, di unione tra sport e cultura.

    Non a caso, nei primi mesi della presidenza Kindberg, un ruolo importante all’interno della società è stato rivestito da Karin Wahlen, figlia del citato Landin e titolare di un ufficio che si occupa di mediazione culturale.
    Eppure c’è stato un momento in cui Kindberg stava per mollare tutto. Ex militare (apparteneva ai corpi speciali dell’esercito svedese) che si era lanciato con successo nel ramo immobiliare, inizialmente il suo arrivo all’Östersunds assomigliava a quello di decine di altri cambi di proprietà, ovvero ambizioni di un salto di livello (nel caso in questione, la salita dalla terza divisione fino all’Allsvenskan) puntualmente frustrate dai risultati sul campo. Nel 2010 era stata tentata la carta dei prestiti dall’Inghilterra. Risultato? Retrocessione in quarta serie.
    “C’era molta negatività attorno alla squadra”, ricorda Kindberg,

    Almeno la metà dei nostri tifosi veniva allo stadio per fischiare. Credevano che solo l’arrivo di un milionario, o una vittoria alla lotteria, avrebbe potuto cambiare le cose.

    Furono i giocatori a chiedere a Kindberg di rimanere. “Se lei va via, noi facciamo lo stesso. Kindberg ama ricordare che quando era in missione nell’esercito (ha combattuto in Bosnia, Congo e Sierra Leone) prendere la decisione sbagliata significava mettere in pericolo non solo sé stessi, ma tutti i propri compagni. Era necessaria unità di intenti e un forte spirito di corpo.

    Da qui è nato il nuovo Östersunds: lo sviluppo della persona, prima che del calciatore, attraverso la creazione di un senso d’appartenenza comune. Sport e cultura.

    A dispetto delle premesse puramente local, la squadra possiede un respiro global, visto che le stelle sono il curdo-iracheno Brwa Nouri (anche capitano), il nigeriano Alhaji Gero e l’iraniano di Malmö Saman Ghoddos, quest’ultimo a segno cinque volte in Europa League, preliminari inclusi. Nouri in passato ha avuto problemi di droga, superati grazie al calcio. Un assaggio del mondo-Östersunds l’ha offerto Fouad Bachirou, arrivato nel 2014 e appena ceduto al Malmö. “Dopo dieci giorni mi trovai in una stanza con altri compagni di squadra. Mi chiesero di dipingere. Chiesi a Billy Reid (vice di Graham Potter, il tecnico dell’Östersunds, ndr) cosa fosse quella roba. Mi rispose: benvenuto nell’Östersunds. Questa è la nostra filosofia.”

    Stefan Iličić si ritrovò invece completamente dipinto da genitori e bambini durante una sessione comune.

    “Si tratta di portare i giocatori fuori dalla loro comfort zone – dice Landin -, liberarli dalle loro barriere mentali. Ecco quindi la pittura, il teatro, la danza. Ma anche sessioni di pattugliamento notturno, di supporto alla polizia per le strade di Östersund, perché di sera la Winter City diventa una città fantasma e aumenta il rischio di aggressioni, soprattutto a sfondo sessuale. “Magari vedendo uno dei suoi idoli, qualche testa calda può ripensarci, commenta Kindberg. Due giorni dopo l’iniziativa serale, l’Östersunds ha vinto la coppa di Svezia, il primo trofeo della sua storia, nonché preludio per l’attuale avventura europea.

    Impossibile però non citare il lavoro svolto da Graham Potter sul campo. Laurea in Scienze Sociali e master in Leadership e Intelligenza Emotiva (curriculum vitae comprendente un’esperienza come assistente della squadra universitaria inglese e una come direttore tecnico della squadra femminile del Ghana), Potter è sbarcato nel capoluogo dello Jämtland nel 2011. Il feeling con la società rossonera è stato immediato: l’uomo giusto nel posto giusto. Due promozioni, tre stagioni nel Superettan (la B svedese), l’approdo nel 2015 in Allsvenskan e il resto è storia nota. “Il mio lavoro è quello di aiutare i giocatori a capire il calcio”, dice il tecnico.

    Ma non dimentico di avere di fronte persone, padri, fratelli, amici. E se la squadra non si sente un gruppo, puoi anche essere tatticamente brillante, ma non funzionerà mai bene.

    Ma il modello Östersunds può essere esportabile? Secondo Bachirou, no. “Io ho vissuto in Francia, e lì non funzionerebbe. Ogni squadra è diversa, ogni società è diversa, ognuno dovrebbe pensare e sviluppare il proprio modello.
    Pochi mezzi, idee valide e strutturate: l’Östersunds rimane una delle belle anomalie del calcio moderno.  Non ditelo però a Kindberg. Vi risponderebbe che “moderno è qualcosa che funziona, e l’attuale struttura del sistema calcio non funziona. Noi siamo il calcio moderno.”

     

    Credits

    Foto copertina © Östersunds FK & Johan Axelsson
    Foto Athletic Bilbao, Nouri e Potter © LaPresse

    Alec Cordolcini

    Alec Cordolcini

    Autentico riferimento italiano per il calcio olandese (imperdibile in libreria il suo "La Rivoluzione dei Tulipani"), amante del Nord Europa (sogna il sole di mezzanotte di Tromsø), è firma autorevole su La Gazzetta dello Sport, il Guerin Sportivo, Rivista Undici.

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