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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • PASSAGGIO IN INDIA (PRIMA PARTE)

    Negli anni ’50 il calcio cresceva in maniera asimmetrica nel mondo. In Sud America si stava affermando il Brasile, mentre le grandi del Rio de La Plata iniziavano la loro discesa, nell’Est Europa l’idea e l’organizzazione comunista del calcio poneva le basi per grandi squadre, mentre in Occidente si era ancora troppo confusi per vincere.

    Negli altri continenti, una grande nazione cercava di creare una sua identità: l’India.

    Per parlare di quella squadra e dei suoi protagonisti bisogna partire dal 15 agosto 1947, quando la grande nazione indiana diventa indipendente dalla Gran Bretagna. Da qui in poi prende il via un fermento artistico e sociale di grande impatto che coinvolge anche lo sport. Il poeta Sumitrandan Pant, parlando al suo cuore ma sottintendendo il cuore di tutta la popolazione indiana scrive: “La dolce libertà è il tuo solo legame/ diventa profumato, tu che sei senza odore/ dà la forma alla tua informità/ forgiati, cuore mio/ brucia mio dolce cuore.

    Molti ascolteranno queste parole e prenderanno il loro destino fra le mani.

    Sempre in quel periodo Francis Newton Souza e Maqbool Fida Husain inventano il Modernismo indiano, integrando dinamicità e scomposizione cubista con la cultura bidimensionale tradizionale delle raffigurazioni del Pantheon hindu. Il regista Satjajit Ray collabora con Jean Renoir durante le riprese de “Il Fiume”, film nel quale i pescatori indiani con la loro energia e vitalità salvano dalle acque e metaforicamente riportano alla vita una ragazza inglese e con essa tutto lo stanco e disintegrato mondo europeo post-guerra.

    È con la stessa energia di quei pescatori e di chi dopo anni di dominio prende il volo nella storia del mondo che la squadra indiana di calcio arriva a Londra nel 1948 per disputare le Olimpiadi.

    A guidarla dal campo il giocatore totem della golden age indiana: Sailen Manna.

    Sailen Manna ©Family of Sailendra Nath Manna

    Sailen Manna, il Capitano

    Oggi si parla di rarissimi calciatori che hanno giocato e giocano guardando il cielo, a testa alta. Lui lo faceva con la naturalezza del predestinato, abbinando eleganza e ferocia atletica come solo i grandissimi difensori sanno fare. Ha giocato 19 anni nel Mohun Bagan, non inziando mai a mangiare se prima non avesse iniziato anche l’ultimo dei suoi compagni di squadra, Nel 1953 è nominato fra i migliori dieci Capitani di calcio del mondo dalla FA inglese. Nei 19 anni di calcio nella stessa formazione si dice che abbia guadagnato solo 19 rupie (circa 0,30 dollari) e nel 2000 è stato votato “Calciatore Indiano del Millennio”.

    Tributo funebre a Sailen Manna - Photo Sushanta Patronobish

    Tributo funebre a Sailen Manna, il calciatore indiano del millennio

    Quando è morto nel 2012, il corpo di questo calciatore degli anni ’50 è stato seguito da più di 2000 persone per assistere alla sua cremazione sulle sponde del fiume Hooghly.

    Non era religioso ma aveva sempre in tasca una figurina della Dea Kālī, vincitrice a piedi nudi sui demoni.

    E questo ci fa aprire una parentesi, ripescando le caratteristiche più discusse che riguardavano i calciatori indiani arrivati a Londra.

    Quasi tutti giocavano ovviamente scalzi.

    Dico ovviamente perché il calcio in India era naturalmente “barefoot”, a piedi nudi, perché costava troppo comprare un paio di scarpe per poi doverle anche rovinare.

    Indian National Team against France - London 1948 Olympic Games - First Round - India v France - Cricklefield Stadium at Ilford

    XI Giochi Olimpici di Londra 1948: i giocatori della nazionale dell’India entrano in campo per il match contro la Francia. Molti di loro, a piedi nudi.

    Ma quando la Principessa Margaret invita proprio Mann per il tè a Buckingham Palace per congratularsi dell’ottima partita disputata contro la Francia e gli chiede se non ha paura di giocare senza scarpe, Mann non accenna alla povertà e all’indigenza estrema in cui vivono lui e quasi tutti i suoi connazionali. Parla di comodità e leggerezza, oltre che migliore capacità nel controllo di palla (su questa visita si raccontano anche altri aneddoti, come quello secondo il quale Re Giorgio VI fece arrotolare in alto i pantaloni di Mann per vedere se le sue gambe fossero di acciaio). In effetti quando i calciatori indiani scendono sul campo del Cricketfield Stadium di Ilford per affrontare la Francia si sentono leggeri e rapidi come non mai. Dirà Mann in un’intervista post-partita: “Noi siamo abituati a giocare a piedi nudi fra pietre, capre e pezzi di vetro, tutti noi abbiamo le unghie sradicate e grosse ferite sotto la pianta dei piedi. Giocare su questo manto erboso così soffice e regolare è stato semplicissimo”. Insieme al capitano Mann, in quella squadra che sembrava venire davvero da un alttro mondo, c’erano calciatori memorabili, come Talimeran Ao, quarto degli 11 figli del Reverendo Subongwati Ningdangri, che ha giocato in tutti ruoli, eccellendo soprattutto in difesa (lui e Mann erano chiamati la Grande Muraglia Cinese, nonostante fossero indiani).

    Se Mann era il grande spirito di quella squadra, Ao ne era il cuore e il capitano.
    Talimeran Ao

    Talimeran Ao

    In attacco poi c’era un po’ di tutto: Ramchandra Parab era un’ala destra imprendibile. Prima della partita contro la Francia, l’India disputò alcune amichevoli con squadre europee. I terzini che dovettero affrontare e mal digerire Ramachandra Parab, non riuscivano a capacitarsi di come poteva essere così sgusciante e avere quel controllo di palla un calciatore che giocava senza scarpe. Uno di loro gliene regalò un paio. E lui le indossò a Londra. Ahmed Mohammed Khan era uno dei sette figli del vecchio Baba, calciatore, come tutti i suoi figlioli. Kenchappa Varadaraj, portiere elastico e molto spregiudicato per il tempo, che gli inglesi ribattezzarono “six-footer” mentre in patria era “Mysore Wall” (dalla città in cui ha giocato). Sarangapani Raman, ricordato in eterno perché pareggiò il gol di Courbin.

    Quella fu una gara maledetta. L’India dominò in campo e sbagliò due rigori, subendo il gol della sconfitta all’89’ da parte di Persillon.

    Il seme era stato gettato ed ora serviva qualcuno che avesse le conoscenze giuste per innaffiarlo bene.

    Jvan Sica

    Jvan Sica

    Jvan Sica (Salerno, 1980) è uno scrittore con il desiderio di portare la letteratura sportiva sugli scaffali migliori delle librerie. Ha scritto “L’Europa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo”, “Una stella cometa. Biografia di Andrea Fortunato”, “Italia, 1982”, “Il Passaporto ematico – 100 e più voci per una legge che può cambiare lo sport” . Fa parte del gruppo di scrittori “Sport in punta di penna” e da anni tiene il blog “Letteratura sportiva”. Lontano dal computer fa la mezzala.

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