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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • QARABAĞ AĞDAM, UNA SQUADRA IN ESILIO

    Se il Barcellona è “Més que un club”, il Qarabağ è persino qualcosa di più.

    Una squadra in esilio da 22 anni, il simbolo di un popolo che ha perso tutto: persone, identità, casa. Quest’ultima si chiamava dam, dal 1993 la più grande città fantasma del mondo. “Non solo gli armeni l’hanno bombardata”, ricorda Adil Nadirov, memoria storica del club, “ma hanno portato via tutto ciò che era rimasto in piedi: mobili, tubi, mattoni, travi. Hanno costruito le loro case con quel materiale.” Storie di una guerra dimenticata, quella del Nagorno-Karabakh, regione nel Caucaso meridionale chiusa tra Azerbaigian, Armenia e Iran. Un conflitto che tra il 1992 e il 1994 ha prodotto 30 mila vittime e circa 600-650 mila IDP, ovvero “Internally Displaced People” (sfollati che non hanno varcato un confine internazionale).

    [Le rovine di Ağdam]

    Il Qarabag era tutto ciò che ci era rimasto,” prosegue Nadirov. Nel 1992, dopo un feroce episodio di pulizia etnica nel villaggio di Khojaly, una delegazione di giocatori del Qarabağ si recò al comando militare di Ağdam. Volevano ritirarsi dal campionato e arruolarsi. I calciatori non combattono,” fu la risposta.

    Siete le uniche persone che possono regalare un momento di svago alla nostra gente, il vostro posto è in campo.

    Un concetto ripetuto anche dal tecnico Allahverdi Bagirov. Aveva giocato nel Qarabağ a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, assieme al fratello Eldar e al citato Nadirov. Poi Eldar aveva fondato il Fronte Popolare Azero, movimento indipendentista che vinse le prime elezioni libere dell’Azerbaigian, mentre Allahverdi si era arruolato, divenendo un comandante rispettato grazie alle vite salvate in guerra. Morì nel giugno 1992, dopo che la sua Jeep era finita su una mina anti-carro. Due anni dopo venne proclamato eroe nazionale dell’Azerbaigian.
    Senza il suo allenatore, il Qarabağ riuscì comunque a centrare la doppietta coppa-campionato. Ricorda Nadirov:

    La squadra giocò ad Agdam fino a due mesi prima del crollo, sospendendo gli incontri solo quando i missili si avvicinavano troppo allo stadio. Mio fratello, che era un generale, stazionava con le sue armate fuori dall’impianto, pronto a far fuoco. Suo figlio, Vugar, ha debuttato nel Qarabağ a 16 anni.

    Ci ha giocato fino alla scorsa stagione.

    [Vugar Nadirov]

    Ağdam cadde il 23 luglio 1993. Una settimana dopo il Qarabağ si laureò campione dell’Azerbaigian, battendo 1-0 in finale il Xəzər Sumqayıt grazie a una rete di Yaşar Hüseynov, uno dei giocatori che avrebbero voluto arruolarsi. Aslan Kerimov, oltre 150 presenze con il Qarabağ, ricorda: “Non ci fu nessuna festa al fischio finale. Parte della squadra si mise in macchina e corse ad Ağdam, a cercare amici e famigliari tra i rifugiati. Io e un compagno andammo sul boulevard di Baku, comprammo una lattina di coca da un ambulante e ce la bevemmo guardando il Mar Caspio.” Per anni dai villaggi di profughi presso il confine del Nagorno Karabakh è partito un bus di tifosi – pagato dal club – in direzione Baku, sciroppandosi 250 chilometri di strada per assistere alle partite “casalinghe” della loro squadra.

    Sette ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno.

    Fino a quando, nel 2009, la federazione azera ha concesso al club di giocare al Guzanli Olympic Complex Stadium, nel distretto di Ağdam, a sei chilometri dalla città fantasma, tuttora inaccessibile. È durata poco: niente internet, nessun albergo degno di questo nome, giocatori costretti a dormire in stanze da tre in uno stabile fatiscente nei pressi dello stadio, tra coperte sporche e acqua calda che non bastava nemmeno per una doccia. Impossibile resistere per una squadra che si è fatta ambiziosa e che oggi annovera in rosa brasiliani, spagnoli e olandesi. Il Qarabağ è tornato a Baku, e gioca nello stadio della nazionale, il Tofiq Bəkhramov, intitolato al noto arbitro azero che – da guardalinee – assegnò la contestata rete ai supplementari della finale Mondiale del ’66 che regalò all’Inghilterra la sua prima, e finora unica, Coppa del Mondo.

    Esiliato nella capitale Baku, il Qarabağ ha ricevuto nuova linfa nel 2001, quando è stato acquistato dalla Azersun Holding, una holding del governo azero che opera nel settore alimentare e agricolo. Il 23 giugno 2009 ha celebrato il 16° anniversario della caduta di Ağdam battendo il Rosenborg. Prima dell’incontro venne chiesto a un delegato UEFA di osservare un minuto di silenzio. “Chi è morto?”, rispose.

    Migliaia di persone, perché c’è stata una guerra.

    Richiesta negata, la UEFA non vuole che si faccia politica. L’incontro lo ha deciso al 90’ Rashad Sadygov, ancora oggi capitano della squadra. Un raro caso di giocatore-cestista: nel 2006, dopo un mancato transfer tra Turchia e Azerbaigian, per non rimanere fermo sei mesi si fece ingaggiare da una squadra di basket della A azera. Negli ultimi due anni Sadygov ha festeggiato, sempre da protagonista, il secondo e il terzo titolo del Qarabağ, dedicandoli entrambi alla madre.

    “È di Ağdam”. Non serviva aggiungere altro.

    Fonte: Giornale del Popolo

    Prima foto Ağdam ©CaucasianChallenge.com
    Foto tomba Allahverdi ©MediaMax.am
    Foto stadio Bahramov ©StadiumDB
    Immagine di copertina ©LaPresse

    Alec Cordolcini

    Alec Cordolcini

    Autentico riferimento italiano per il calcio olandese (imperdibile in libreria il suo "La Rivoluzione dei Tulipani"), amante del Nord Europa (sogna il sole di mezzanotte di Tromsø), è firma autorevole su La Gazzetta dello Sport, il Guerin Sportivo, Rivista Undici.

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