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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • RUEDA, IL COLOMBIANO CHE HA RISOLLEVATO IL FLAMENGO

    Dobbiamo vincere la Copa Sudamericana.

    Ha parlato così Reinaldo Rueda Rivera, tecnico colombiano del Flamengo, il primo allenatore cafetero della storia del Mengão e il primo straniero dal 1967.
    Ad agosto il presidente Eduardo Bandeira de Mello ha deciso di pescare all’estero e affidarsi alle qualità del Rei  vallecaucano per risollevare le sorti di una stagione che, dopo la conquista del Campionato Carioca con Zé Ricardo a inizio 2017, non stava andando per il verso giusto. La rosa rubronegra ha qualità ma concretizza poco, dicevano in Brasile. A distanza di quattro mesi, quella stessa squadra ha concluso il Brasileirão al sesto posto, garantendosi un posto nella prossima Copa Libertadores e vantando uno dei migliori attacchi del campionato. Anche i gioiellini Felipe VizeuVinícius Júnior (già acquistato dal Real Madrid), seppur con minutaggio limitato, sono gradualmente entrati negli schemi del tecnico, con il primo capace di segnare bel cinque reti nella corsa del “Mengão” verso la doppia finale di Copa Sudamericana, poi persa contro l’Independiente.
    In pochi mesi dal suo arrivo, Rueda ha fatto vedere quali sono i suoi princìpi di gioco: possesso palla come arma difensiva e verticalizzazioni improvvise per gli esterni. In una parola, intensità “perché la storia di questo club lo esige“, dice il colombiano. Con intensità, appunto, e determinazione, il Flamengo si era conquistato l’accesso alle semifinali di Copa Sudamericana dopo un doppio storico Fla-Flu (si tratta del secondo incrocio a livello internazionale) che ha infiammato Rio de Janeiro per i quarti di finale della competizione. I derby non si giocano, si vincono, lo sanno tutti. E Rueda finora può vantare un saldo positivo nei vari clássicos della Cidade Maravilhosa: in sette sfide contro Fluminense, Botafogo e Vasco da Gama ha perso una sola volta.

    Rueda è una garanzia per esperienza e lavoro sul campo, ma prima di tutto per la sua formazione, che lo porta spesso a viaggiare in Europa. Come all’ultimo congresso internazionale per allenatori al quale ha assistito l’estate scorsa in Germania. In Europa osserva, ascolta, apprende e la Repubblica Federale è forse il Paese a cui deve di più per la sua formazione professionale.
    A Colonia, infatti, nel 1990 ha frequentato la locale e rinomata Università dello Sport, che tra i tanti studenti illustri ha avuto anche il creatore del grande Ajax dei primi anni Settanta, l’olandese Rinus Michels. Per potervi accedere, però, è richiesta la conoscenza del tedesco, motivo per cui Rueda, prima di iscriversi, ha studiato la lingua da autodidatta, durante notti insonni. Sinonimo di disciplina, caratteristica che affinerà in Germania e una di quelle che proporrà come cardine alle squadre che allenerà.

    Il resto lo hanno sempre fatto la visione superiore e l’intuito.

    Come quando, alla sua prima grande esperienza sulla panchina del Cortuluá, retrocede un giovane Mario Yepes da attaccante a difensore, cambiandone la carriera. Nel club di Cali, città in cui è nato, Rueda si distingue per aver raggiunto sempre la salvezza, obiettivo primario per una società salita nella massima serie solo nel 1994. Di qui l’approdo al ben più blasonato Deportivo Cali, dove vive una battuta d’arresto che lo spinge a rinunciare ai club (se si eccettua l’infruttuosa annata con l’Independiente di Medellín nel 2002).
    Torna ad allenare le nazionali, che aveva già assaggiato a inizio anni ‘90 quando guidava le selezioni minori colombiane, e da selezionatore mostra tutte le sue capacità. Nel 2005 sfiora la qualificazione mondiale con la Colombia, nel 2010 riporta l’Honduras a un mondiale dopo 28 anni e nel 2014 l’Ecuador dopo otto anni di assenza. Prima ancora, però, aveva fatto le fortune soprattutto dell’U20 colombiana, condotta al successo al Torneo di Tolone nel 2000 e al terzo posto nel Mondiale di categoria del 2003, dopo essere stata battuta di misura in semifinale dalla Spagna, andata in rete con Andrés Iniesta.

    È un formatore, tenta di infondere fiducia al giocatore, di stargli molto vicino. E la fiducia è reciproca, si può parlare di qualsiasi cosa con lui,

    dice di Rueda Abel Aguilar, centrocampista della nazionale colombiana e uno dei pilastri dell’U20 giunta terza negli Emirati Arabi Uniti nel 2003, in un’intervista ad AFP nel luglio 2016.
    A ulteriore riprova di ciò ci sono i recenti exploit dei giovani Marlos Moreno, ora al Girona ma di proprietà del Manchester City, Sebastián Pérez del Boca Juniors e soprattutto Dávinson Sánchez, messo sotto contratto dal Tottenham. Tutti quanti si sono messi in mostra nell’Atlético Nacional che ha fatto definitivamente entrare Rueda nel gotha dei tecnici colombiani. Terzo tecnico cafetero a vincere la Copa Libertadores, con lui il Verdolaga nel 2016 è tornato ad alzare il massimo trofeo continentale a distanza di 27 anni.
    Allontanatosi da Medellín per divergenze con la dirigenza, Rueda ha accettato la missione consegnatagli dal Flamengo, per confermare il suo status di maestro della panchina del calcio sudamericano. Uno status che gli è valso un diploma ad honorem della nuovissima “Scuola per Tecnici e Allenatori” fondata a Bogotà all’inizio del mese di agosto 2017. Una tradizione, quella colombiana, che annovera icone della panchina come Francisco Maturana e Juan Carlos Osorio, simboli di qualità e innovazione.

    In occasione di una conferenza a Barranquilla, nel marzo 2017, Vicente Del Bosque, accompagnato anche da Rueda, che lo seguì con attenzione quando lo spagnolo allenava la seconda squadra del Real Madrid, ha affermato che

    l’allenatore che riesce a gestire nella miglior maniera possibile tanto l’aspetto umano quanto quello sportivo è un tecnico interessante.

    E Reinaldo Rueda corrisponde senza ombra di dubbio a questa descrizione. Lui, che è un vero e proprio punto di riferimento in Sudamerica, presto o tardi dovrà tentare l’avventura oltreoceano. Col Flamengo, dopo aver raddrizzato una stagione che pareva nata malissimo, è arrivato a un passo dal riportare un trofeo internazionale nella bacheca rubronegra. Un’evoluzione, quella della sua squadra negli ultimi mesi, che non è sfuggita ai vertici della Nazionale cilena, intenzionato a ripartire dopo la dolorosa eliminazione che escluderà la Roja da Russia 2018. Chissà che la prossima sfida di Rueda non possa essere proprio quella: raccogliere i cocci di quel gruppo elevato negli ultimi anni da Sampaoli e Pizzi e arricchire ancora di più un percorso che lo ha inserito nell’élite dei tecnici sudamericani.

     

    Foto di copertina ©chicagotribune.com
    Foto Reinaldo Rueda 1 ©colombia.as.com
    Foto Rueda con Copa Libertadores ©eluniverso.com

    Alex Alija Čizmić

    Alex Alija Čizmić

    El Jefecito. Mezzo italiano, mezzo bosniaco, ma da sempre innamorato dell'Argentina. Ama tutte le lingue di questa terra, ne frequenta abbastanza e sogna un mondo in cui tutti venerino la fratellanza e la multiculturalità. Forse, MondoFutbol è il posto giusto.

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