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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • SEBASTIÁN DRIUSSI, LA RISCOPERTA DI UN ATTACCANTE

    Domenica scorsa una ripartenza fulminea del River Plate allo scadere del secondo tempo ha chiuso il sipario sul Superclásico contro il Boca Juniors, rilanciando le quotazioni del Millonario in ottica titolo, per ora nella mani proprio degli Xeneizes.

    La firma l’ha posta Sebastián Driussi.

    L’attuale capocannoniere della Primera División è giunto a 15 reti in campionato e si sta rivelando uomo sempre più decisivo nel collaudato sistema di gioco di Marcelo Gallardo, probabilmente il migliore del Subcontinente. Ai rivali azul y oro, contando anche le marcature realizzate nel settore giovanile, Driussi ha già segnato 9 reti in carriera: un discreto bottino che testimonia le sue doti da goleador. Un istinto da attaccante consumato, riscoperto nella passata stagione dopo un paio di annate trascorse a galleggiare nelle zone laterali del campo, lontano dalla porta, per la presenza in squadra di seconde punte del calibro di Téo Gutierréz e Rodrigo Mora. A quest’ultimo mira Driussi per migliorare il suo score realizzativo nell’era Gallardo – in questo momento è terzo dietro proprio all’uruguayano e ad Alario.

    Passo dopo passo, è emersa la vera natura di Sebastián, che da ragazzo ha sempre recitato il ruolo di attaccante prolifico, sia nel River Plate che nelle nazionali minori. Come nel 2013, anno speciale per Driussi, in cui fu decisivo al Mondiale per Club U17 nella finale contro l’Atlético Madrid e nella spedizione trionfale con la selezione argentina U17 al Sudamericano di categoria, in cui si laureò campione e miglior marcatore della rosa con 5 reti. Qualche settimana fa, in un’intervista a La Nación, ha dichiarato che i suoi compagni di squadra nelle giovanili lo facevano sentire speciale, considerandolo colui che aveva la responsabilità di risolvere le partite. E questo sta facendo anche in prima squadra – con cui debuttò guarda caso nel 2013 – da quando Gallardo gli ha consegnato le chiavi dell’attacco insieme al Pipa Alario. Una scelta che si è rivelata proficua, se pensiamo che a metà 2016 Driussi stava per essere parcheggiato in prestito, all’Huracán o al Vélez Sarsfield, a quel tempo invischiato in zona retrocessione.
    Nel Superclásico ha esultato mostrando l’ultimo tatuaggio della sua “collezione”: un enorme leone sulla schiena.

    È simbolo di forza e coraggio”,

    ha affermato ai microfoni di Página Millonaria, un portale dedicato al River Plate. Tutte caratteristiche che Driussi ha mostrato sin dai primi calci in quel di San Justo, cittadina del Gran Buenos Aires capoluogo del dipartimento de La Matanza, dov’è cresciuto. Doti che si notavano sin dagli esordi con la maglietta del Brisas del Sur di Mataderos a 9 anni, quando Sebastián convinse l’occhio attento di Bruno Quinteros, uno dei suoi primi allenatori nonché colui che lo portò al River.
    Il coraggio fu quello di abbandonare casa a 17 anni per sfuggire ai pericoli della vita adolescenziale e all’invidia dei quartieri meno abbienti che circondavano la zona in cui abitava. La forza, quella di resistere alla gelosia dei figli del suo procuratore, Gustavo Pedrozo, dal quale si stabilì per il primo periodo, e di andare avanti ed emanciparsi per poter permettere alla famiglia di avvicinarsi a lui. La stessa forza che gli permise di non demoralizzarsi e non demordere dopo che, diciassettenne, venne sedotto, fatto esordire da Ramón Díaz e poi abbandonato, relegato alla Reserva per l’intera stagione successiva (conclusa con la conquista del campionato di categoria). Poi sono arrivati la fiducia di un fine valorizzatore di talenti come il Muñeco Gallardo, che stravede per Driussi, i titoli, tanti e soprattutto internazionali, e la definitiva esplosione.

    Driussi è rimasto incantato dall’Italia, che ha visitato a più riprese (ha passaporto italiano e non disdegnerebbe un trasferimento in Serie A). Ma qualunque sarà la sua destinazione, l’Europa è già presente nel futuro della stella che ha guidato la crescita dell’annata 1996 del River Plate (quella dei Batalla, dei Mammana, dei Boyé, dei Vega, ecc.), talentuosa e composta da ragazzi con la testa sulle spalle, che nel 2008 conquistò un campionato a suon di record (15 reti per Driussi) allenata dal sopracitato Quinteros.

    È molto preciso con la palla, tira forte, segna, è decisivo – segnala Quinteros. È diverso dagli altri, ha qualità differenti – gli fa eco Gallardo.

    Una cosa, dunque, è certa: siamo di fronte a un predestinato che crede in se stesso e non smette mai di migliorarsi.

    Foto articolo ©LaPresse

    Alex Alija Čizmić

    Alex Alija Čizmić

    El Jefecito. Mezzo italiano, mezzo bosniaco, ma da sempre innamorato dell'Argentina. Ama tutte le lingue di questa terra, ne frequenta abbastanza e sogna un mondo in cui tutti venerino la fratellanza e la multiculturalità. Forse, MondoFutbol è il posto giusto.

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