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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • PALLONE SENZA FISSA DIMORA, UNA SQUADRA PER I RAGAZZI DI VIALE ORTLES

    Al primo incontro, nel novembre 2017 eravamo in sette, quattro ragazzi e tre educatori. Pensavamo di aver sbagliato e invece…”. Piove sul terreno sintetico dell’Oratorio San Luigi Gonzaga di Milano, non lontano dalla centrale Porta Romana, e Massimo Gottardi sorride ricordando la nascita de “El me indiriss Ortles 69”, squadra che partecipa al campionato primaverile di calcio a 7 del Centro Sportivo Italiano, categoria Open. E la formazione, il cui nome è ispirato al titolo di una canzone di Enzo Jannacci, non è una qualsiasi. È infatti la prima compagine formata da persone senza fissa dimora a essere iscritta a un torneo CSI. Sì, perché la ventina di ragazzi, provenienti tutti dall’Africa subsahariana, dal Gambia, al Mali passando per la Nigeria, che sgambettano sul campo in maglia verde sono tutti ospiti della Casa dell’Accoglienza di viale Ortles, intitolata proprio al cantautore milanese che di un homeless ha raccontato in uno dei suoi brani più famosi “El purtava i scarp del tennis”.

    Circa 420 posti letto, che arrivano a più di 600 nella stagione invernale, e la possibilità per i senza dimora di farsi una doccia, incontrare educatori e prendere parte ad alcuni laboratori. Qui è nato il progetto. “Siamo partiti chiedendo a loro – dicono in coro Gottardi e la presidente Sara Di Quinzio, rispettivamente direttore ed educatrice della Casa dell’Accoglienza – e tra le cose che avrebbero voluto fare c’era giocare a calcio”. Da quel desiderio, grazie all’interessamento della parrocchia San Luigi Gonzaga, dove la Caritas ha uno dei suoi centri d’ascolto e del suo gruppo sportivo, la Polisportiva Fortes in Fides, che ha concesso gratuitamente il campo per allenamenti e partite è iniziata l’avventura calcistica di Moussa, Adama, Jean-Luc, Johnson, Issa e degli altri.

    A guidarli dalla panchina Rocco Romano, 55 anni, da Nicotera, provincia di Vibo Valentia, un passato da centrocampista nelle serie minori calabresi, prima di emigrare, a 33 anni, al Nord.

    Qui per cinque giorni la settimana è l’addetto ai valori degli ospiti della Casa d’Accoglienza di viale Ortles, per il resto è il coach, che dirige l’allenamento del lunedì e la partita nel week end. “All’inizio mica era facile – racconta Rocco, sposato con una donna della Costa d’Avorio e residente a Pioltello, uno dei comuni più multietnici della Lombardia -. Tutti correvano dietro al pallone senza un criterio, poi c’erano i gruppetti, i nigeriani passavano ai nigeriani, i ghanesi ai ghanesi e non era semplice farli convivere. Adesso siamo diventati più squadra, cominciano a ritrovarsi insieme anche in viale Ortles. Certo a volte spiego le cose, mi dicono di aver capito e poi fanno gli stessi errori”.

    Un percorso di crescita costellato di episodi divertenti, come l’allenamento in cui Massimo e Rocco si ritrovarono con più di 20 ragazzi, allettati dal poter giocare a calcio gratis ma anche dalla tradizionale cena-post allenamento, di piccole difficoltà, come quella di far rispettare gli orari, di soddisfazioni, su tutte l’iscrizione al campionato ufficiale”CSI. “Noi avremmo partecipato a “Terzo tempo”, la competizione del Centro Sportivo Italiano che raggruppa 12 squadre formate dagli ospiti dei centri di accoglienza per migranti di Milano – spiega Gottardi -, ma il presidente del CSI Massimo Achini, dopo aver incontrato e conosciuto i ragazzi, ci ha chiesto di iscriverci al torneo primaverile, proprio per mettere a contatto tutti con la nostra realtà”.

    Una realtà che è fatta di tanti volti e di tante storie.

    Come quella del portiere Issa, presentatosi come difensore ma promosso portiere dopo che Rocco aveva osservato i suoi movimenti tra i pali, o del gioiellino 18enne nigeriano Soly e del 25enne maliano Soussa, il capitano, grande corsa e grande tiro. Dallo stesso Paese di Soussa viene Diakite, anni 24, professione attaccante, anche se il suo giocatore preferito è Marcelo, da cui è accomunato dalla capigliatura afro.

    “Ho conosciuto la squadra vedendo un annuncio in viale Ortles – spiega il ragazzo, che di giorno frequenta dei corsi professionali -. Non conoscevo nessuno, ma per me non è un problema. A me piace stare con la gente e in Africa giocavo sempre con persone che non avevo mai incontrato”. E un problema non è neppure la differenza di lingua, visto che c’è chi come madrelingua ha il francese, l’inglese o il wolof, uno degli idiomi più diffusi dell’Africa occidentale.

    Se non ci capiamo, parliamo in italiano.

    dice Diakite, arrivato in viale Ortles da cinque mesi, qui dal 2014.
    E la nostra lingua la parla bene Diassinè, 23enne del Gambia, di giorno studente, di sera laterale della squadra. A fargli conoscere “El Me indiriss” è stata un’educatrice, poi lui non se n’è più staccato. “A me piace giocare a calcio, l’ho fatto fin da quando ero bambino e qui, dopo qualche difficoltà, ho trovato dei veri amici”.
    In questo gruppo variegato e fluido (“fino a qualche settimana fa avevamo con noi due ragazzi afghani, che però ora lavorano facendo consegne e non riescono a conciliare gli impegni”, spiega Massimo Gottardi) spiccano, oltre alle parole misurate del nigeriano Johnson, che da ragazzino sognava di fare proprio il calciatore, i due metri di Adama. Maliano, pochi lo chiamano con il suo nome, ma quasi tutti “Materazzi”, perché fa il difensore centrale e anche perché l’ex 23 dell’Inter era il suo giocatore preferito. “Sono arrivato nel 2011 – spiega il ragazzo – e quando abitavo a Lissone mi avevano anche offerto di giocare in una squadra ma non potevo, non avevo il permesso di soggiorno, così ho smesso”. Ha ripreso a inizio del 2018, quando è arrivato alla Casa d’Accoglienza di Viale Ortles e in questa formazione particolare si è ambientato quasi subito.

    Credo che il fatto che siamo diversi non sia così importante qui si tratta semplicemente di persone.

    Persone diverse, che hanno vissuto percorsi simili, dal lunghissimo viaggio verso l’Italia, fino al limbo delle strutture d’accoglienza e al periodo più o meno lungo sulla strada.

    Se vinciamo o perdiamo non è così importante vorremmo che con il calcio e nella squadra si creino relazioni forti tra di loro, che vadano al di là del campo. Perché nella loro condizione l’idea è “sono da solo, me la sbrigo da solo”.

    spiega Massimo Gottardi. E con questa idea sono stati coinvolti nel progetto Jean-Luc e soprattutto Emad, il massaggiatore, egiziano, 50 anni, da 17 in Italia. Massimo e Sandra raccontano di un passato di silenzio e di depressione, invece “Capo grande”, come lo chiamano i ragazzi, è ora parte di un gruppo. Viaggia in partite e negli allenamenti con ghiaccio e spugna per soccorrere gli infortunati. Spesso col sorriso sulle labbra. Quando si vince, come nelle amichevoli, giocate contro diverse compagini milanesi, ma anche quando si perde, come all’esordio in campionato contro la formazione dell’Oratorio Santa Croce di Milano, un 2-0 subito in casa, davanti a una cinquantina di persone, tra cui alcuni ospiti della Casa di viale Ortles.

    “Abbiamo pagato un po’ di inesperienza. Non avevano mai giocato con l’arbitro, hanno cominciato a parlare e anche a discutere, ma ci sta, era la prima volta”, aveva analizzato l’allenatore Rocco Romano che ogni settimana compila il foglio delle convocazioni, 14 giocatori, 7  in campo e 7 in panchina, più un guardalinee. Per recuperare il tempo ci sono il torneo primaverile, giocato con la maglia biancorossa, i colori di Milano, donata da un ragazzo della Fortes in Fide, e la Supercoppa che li vedrà opposti ai vincitori del Torneo Terzo Tempo. L’obiettivo di Massimo, Sandra, Rocco e della vicepresidente Loredana Colombo va però al di là del terreno di gioco.

    Vorremmo che El me Indiriss diventi una realtà consolidata per gli ospiti del Centro: molti di loro studiano o lavorano anche attraverso le borse lavoro e la squadra è una bella occasione per divertirsi e stare insieme,

    conclude Massimo. Per farlo raccolgono anche scarpe da calcio e hanno avviato una campagna per “adottare” la squadra. Che da quella riunione semi deserta ha già fatto tanta strada.

    Credits
    Foto copertina e allenamento ©MondoFutbol/Roberto Brambilla
    Foto partita per gentile concessione della Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci

    Si ringraziano Massimo, Rocco, Sara e tutti i ragazzi per la disponibilità

    Roberto Brambilla

    Roberto Brambilla

    Nato a Sesto San Giovanni, quando era ancora la Stalingrado d'Italia, ha diviso le giornate universitarie tra partite di calcio internazionale e ore di tedesco. A distanza di anni ha scoperto che forse gli sono servite entrambe. Sposato alla Bundesliga, la tradisce più o meno regolarmente con il calcio britannico, prova a "cacciare" storie in giro per il mondo che non parlino solo di pallone. Giornalista professionista e autore per MondoFutbol, ha collaborato con il sito di Sky Sport dal 2012 al 2016 e dal 2015 scrive "Avvenire"

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