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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • STEFANO NAPOLEONI, UN ITALIANO A ISTANBUL

    Colline aride, grattacieli di cemento che si perdono a vista d’occhio e la frenesia del traffico più caotico del mondo.

    Un’ora abbondante d’auto separa il centro europeo di Istanbul da Başakşehir, ma nei momenti di punta della giornata può andare anche peggio.

    MondoFutbol ha visitato l’enorme quartiere in costruzione nella periferia ovest di Istanbul, una selva di gru, mezzi da cantiere e automobili, per ascoltare diverse testimonianze dall’interno di una delle realtà più interessanti del panorama calcistico di quella parte di mondo. Lì, a poca distanza dal Bosforo, c’è anche un pezzo d’Italia. Si tratta di Stefano Napoleoni, attaccante dell’Istanbul Başakşehir, che ha seguito un sentiero che tanti hanno percorso nelle epoche passate: s’è trasferito da Roma alla capitale dell’ex Impero Romano d’Oriente.

    Stefano Napoleoni: un italiano in Turchia, a Istanbul. Dopo un anno e mezzo, qual è il tuo bilancio dell’esperienza al Başakşehir?

    Sono arrivato in una squadra nata da poco, nel 2014, che però si è fatta subito vedere nel calcio che conta qui in Turchia.

    Per me è stata un’esperienza nuova: ho lasciato la Grecia dopo sette anni, quindi è stata una bella scommessa lasciare un posto dove ero tranquillo, venire a giocarmi le mie carte in un altro Paese.

    Però sono contento, la squadra è ottima, miglioriamo ogni anno. Questa penso sia la cosa più importante, quando hai margini di crescita per un calciatore è la cosa migliore.

    In tanti hanno raccontato la tua carriera, sviluppatasi in Polonia e soprattutto Grecia. Cosa porti con te di queste esperienze lontano dall’Italia – ti hanno arricchito?

    Sì, sicuramente. Avevo 18-19 anni quando ho lasciato l’Italia per andare in Polonia, non dietro casa. È stata un’esperienza che mi ha aiutato tantissimo, sia come calciatore che come uomo: lasciare tutto e andare in un Paese di cui non conosci la lingua e le abitudini non è semplice. Mi ha aiutato tanto a crescere e a prendere altre decisioni. In Grecia, poi, stavo benissimo, sia in campo che fuori. Appena ho qualche giorno libero, anche in vacanza, d’estate, ci torno.

    Qui in Turchia hai trovato forti rivalità, atmosfere ancora più roventi: sono tanti gli stereotipi sul calcio turco in Italia e in Europa. Cosa ti senti di confermare e di negare in proposito?

    Qui il calcio è vissuto al mille per mille. Se in Grecia viene visto come un calcio con tifoserie calde, qui siamo a un altro livello. Gli stadi pieni, nuovi: ci sono tante cose in cui la Turchia è più avanti, secondo me, rispetto all’Italia. Perché io guardo sempre, seguo, ed è difficile trovare impianti nuovi, di proprietà, la gente non va più allo stadio.

    Qui invece no, qui la gente va allo stadio, le squadre hanno tutte un impianto di proprietà.

    È quella la differenza. Magari noi in Italia vediamo la Turchia o altri campionati e diciamo “eh però…”, invece no, dobbiamo prima guardare in casa nostra e poi pensare agli altri.

    Qual è lo stadio e l’atmosfera che ti hanno messo più in difficoltà? Vediamo se rispondi come Adebayor.

    In un anno e mezzo che sono qui, penso che lo stadio più caloroso e che più ti mette quella pressione positiva, quell’atmosfera che ti fa venir voglia di giocare, sia il Beşiktaş, Vodafone Arena. Risposta scontata (ride, ndr).

    È la stessa risposta di Adebayor, ma non ci sorprende. A proposito, com’è giocare e allenarsi con lui tutti i giorni?

    È bellissimo! Appena era arrivato e ho saputo la notizia, ti fa piacere. Noi calciatori abbiamo una vita breve, quindi quando poi vieni a giocare in certe squadre e incontri campioni come lui, Emre, Clichy, Inler… Sono giocatori che prima vedevo in televisione e con cui ora gioco, mi ci alleno, ci parlo, condivido tante cose.

    Sono tante cose che poi ti rimangono, queste sono le cose belle del calcio, non soltanto quello che fai in campo ma le amicizie che puoi fare anche fuori.

    L’anno scorso contro il Beşiktaş avete giocato una grandissima stagione: oserei dire che si è sviluppata una rivalità. Siete andati anche oltre ciò che molti si aspettassero. Cosa porti con te di quell’annata?

    È stata un’annata meravigliosa, all’ultimo ci è rimasto un po’ di amaro in bocca. Perché comunque ci credi, arrivi così vicino…

    Ma quindi ci credevate?

    È inutile girarci intorno, uno ci crede, almeno parlo personalmente. È normale, stai lì su tutto il campionato, anche comunque vedendo il Leicester, inizi a sperare, a guardare tutte queste cose e pensi “possiamo farcela anche noi”. Alla fine, abbiamo fatto una grande annata. Rimane quel “però”, quell’amaro in bocca.

    Non giochi sempre con il tuo allenatore, Abdullah Avcı, eppure ogni volta che vieni coinvolto riesci sempre a lasciare il segno. Come ti ha aiutato a crescere, questo fatto di non giocare sempre? Qual è il tuo rapporto con il tecnico?

    Per me è stata una cosa nuova. All’inizio non era facile, perché venivo dalla Grecia dove stavo in un’altra posizione, giocavo sempre, era diverso… Sono venuto qui e mi sono rimboccato le maniche, sono ripartito da zero, ho dovuto dimostrare e anche quando venivo scelto per entrare in campo 5, 10, 15 minuti sapevo dentro di me che dovevo fare qualcosa. Quei minuti non dovevo farli scappare. Per me erano 90, quei 5 minuti. L’anno scorso per me la partita ad Antalya è stata “tutta” la mia esperienza qui. In quei pochi minuti in cui vengo preso in considerazione, comunque, lascio il segno.

    La scorsa stagione c’è stata l’esplosione di Cengiz Ünder che ti ha tolto un po’ di spazio. Tu come lo vedi adesso che è andato nella “tua” Roma?

    Sono contentissimo per lui, un ragazzo stupendo, con i piedi per terra dal primo giorno in cui è arrivato all’ultimo giorno in cui se n’è andato.

    È rimasto uguale, il ragazzo. Ancora adesso ci sentiamo, parliamo, gli faccio sempre l’in bocca al lupo, gli parlo in italiano così mi risponde. Si merita tutto questo. Spero possa continuare a far bene, a migliorare, è giovane. Sicuramente Roma non è una piazza facile, ma penso possa raggiungere buoni risultati.

    Con la lingua qui è difficile. Avevi detto in un’intervista a NumeroDiez che Emre Belözoğlu ti ha aiutato a inserirti. Com’è il tuo rapporto con lui?

    Sì, mi ha aiutato tanto all’inizio. Si è messo a mia disposizione per qualsiasi cosa: parla l’italiano benissimo, quindi comunicare con lui è stato facile sin dal primo giorno.

    Ancora adesso è così: è il capitano, è normale parlare con una figura come lui. Lo vedevo in televisione, quando ero ragazzo e giocava all’Inter. Adesso lo vedo qui…

    Lui, Emre, ha ancora una classe incredibile.

    Quella penso l’avrà ancora a 50 anni… Anche quando smetterà (ride, ndr). Lui con il sinistro la mette dove vuole, se tu corri lì senza guardare te la tira in testa. La qualità è rimasta e rimarrà sempre.

    Come vive un italiano a Istanbul nel 2017?

    All’inizio, quando sono arrivato, ci sono stati dei problemi. È stato un po’ difficile, non tanto per me quanto magari per le persone che avevo affianco. Avevano un po’ di paura, è normale, perché dici “stai andando lì proprio adesso, guarda cosa succede, lì in Grecia stavi tanto bene”. Istanbul mi piace tantissimo, tranne il traffico perché non si può vivere, è un traffico incredibile…

    Però è una città splendida. Ho rinnovato da poco, questo ti fa capire che mi trovo bene, la città è bellissima e la squadra anche, è in via di crescita ogni anno e comunque conferma che di essere una grande tra le altre che ci sono già in Turchia.

    E questa è la cosa più importante.

    Molti giornalisti in Turchia sostengono che il Başakşehir possa diventare la “quarta” delle grandi di Istanbul. E che tra qualche anno, invece di parlare delle “tre grandi” di Istanbul, si parlerà delle “quattro grandi” di Turchia con il Başakşehir.

    Se continuiamo così, certo. Ma è ancora presto, dobbiamo fare bene ogni anno come stiamo facendo. Sicuramente il presidente e lo staff hanno idee per il futuro, per migliorare, quindi credo sia una cosa possibile. Comunque Başakşehir è un’area che si sta espandendo, abbiamo sempre più tifosi ogni anno. Credo e spero che in futuro sia così.

    Sul tuo fianco destro hai un tatuaggio con il Colosseo – che avevi mostrato quando avevi fatto dei gol. Ti manca Roma?

    Sì, diciamo che Roma è la mia casa, mi manca sempre e mi è sempre mancata. Ma dopo un po’ ci fai il callo (ride, ndr). Ci fai l’abitudine e pensi solo ad andare avanti. È normale, appena posso torno a Roma. Lì ho tutti: famiglia, amici, tutto quanto.

    Il tatuaggio è per quello, per portare sempre con me tutte le persone che ho lasciato lì, per ricordare da dove vengo e che, anche se sono da solo, mi ricorderò di loro: anche se stanno lì, sono qui con me. E quindi mostrando il Colosseo quando faccio gol festeggio così per festeggiare con loro, è come se festeggiassimo tutti insieme.

    Da questo si può capire quanto mi può mancare Roma. Però non è che io sia un nostalgico che non può viverne senza. Sono contento dell’esperienza che sto facendo qui. Vado avanti a testa alta, continuo così.

    Credits
    Photos ©Erdinç Sarıbatır – SPORT.CARDS/MondoFutbol
    Special thanks to Coşkun Gülbahar, Gökçen Eke and Pınar Bekbölet

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    Bruno Bottaro

    Bruno Bottaro

    Bergamasco, una laurea in Scienze della Comunicazione, classe '93. L'anima turca di MondoFutbol.com. Viaggi, musica e fútbol: cittadino del mondo. Ha iniziato fondando il blog Calcioturco.com.

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