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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • TUTTI DIVERSI, TUTTI UNITI: LA SFIDA DEL SENEGAL

    A volte nel calcio, ma probabilmente non solo lì, basta un uomo che riesca a compattare il gruppo, a convincerlo che uniti si arriva lontano, che il sacrificio individuale rappresenta il benessere di tutti, per riuscire a raggiungere traguardi insperati.

    A volte, nel calcio, basta che un gruppo di buoni-ottimi giocatori si concentrino in una generazione per riuscire a imporsi e a iniziare una storia differente. Così fu per l’Olanda, nella Vecchia Europa degli Anni Settanta, una squadra con modesta tradizione calcistica alle spalle che sostanzialmente all’improvviso cambiò la storia del Gioco. Non ebbe lo stesso impatto storico, ma certo si scomodarono docenti, professori e analisti per parlare della nazionale del Senegal del Mondiale del 2002. Una squadra unita sotto la guida di Bruno Metsu, che introdusse, come scrisse in quei giorni Sandro Modeo,

    al posto della severità castrante del tedesco Peter Schmittger una complicità “pasoliniana” coi suoi ragazzi di vita ribelli e proletari, come il bravissimo Diouf.

    Bruno Metsu

    I dottori di cui sopra, analizzarono sociologicamente un gruppo di uomini che era a doppio filo legato alla Francia, alla storia della Francia, alla politica criminale della Francia in Africa e alle banlieue della Francia.

    E la Francia, quella campione del Mondo del 1998, che riuniva la storia della Madrepatria e delle colonie, unite in un Paese che voleva mettersi alle spalle la paura del diverso da sé, almeno per una stagione, venne sconfitta nel match inaugurale proprio dal Senegal, che giocò un Mondiale 2002 straordinario. Pelé, confermando la sua pessima fama di pronosticatore, li aveva vaticinati ultimi del girone eliminatorio: si arresero solo nei supplementari dei quarti di finale alla Turchia. Si arresero, invece, in semifinale nella successiva Coppa d’Africa, quella del 2004, contro i padroni di casa della Tunisia: sconfitti, come l’Olanda. Ma solo per gli almanacchi.
    In qualche modo avevano fatto la storia. Di un Paese che nella storia dell’Umanità deve entrarci di diritto, perché testimone della sua più grande tragedia, quella della tratta degli schiavi che conoscevano l’ultimo soggiorno africano, prima dell’imbarco sulle navi della morte, nell’isola di Gorée, in Senegal, e protagonista, successivamente, nell’Età della Decolonizzazione, di un miracolo di convivenza pacifico, dopo aver eletto a presidente un sublime poeta come Léopold Sédar Senghor, un cristiano praticante in una terra dove sono per il 95% musulmani.

    leopold_sedar_senghorConvivenza pacifica confermata anche dall’attuale presidente, Macky Sall, che ha proclamato giorno non lavorativo quello successivo al Natale, in modo che chi ha partecipato alla festa abbia la possibilità di riposarsi.

    Una mano tesa, un gesto nobile che, di questi tempi, dovrebbe godere di ben altra pubblicità, che invece non c’è stata.

    Grande elettore di Macky Sall è stato Youssou N’Dour, superstar mondiale della musica, nato e cresciuto a Dakar e con una passione vera anche per il gioco del calcio: è naturalmente il titolare dell’inno della Nazionale senegalese, soprannominati “Leoni della Teranga”, i leoni dell’accoglienza, della solidarietà, tanto per certificare quello sottolineato prima, riguardo all’eccezionalità del Paese, che, tra le altre cose ha già avuto due donne primo ministro, nella sua nemmeno secolare storia. Prima della partenza per la Coppa d’Africa 2017 avviene la cerimonia della consegna della bandiera ai giocatori, la cosiddetta remise du drapeau: in questa occasione, presente la squadra e il presidente Sall, Youssou N’Dour, rapito dalla musica che gli scorre dentro da sempre, ha inscenato un concerto, accompagnato solo dalla percussione della sua mano che batteva il ritmo contro un tavolo. Travolgente, come al solito.

    Una bella iniezione di fiducia per la nazionale diretta da Aliou Cissé, che di quella straordinaria nazionale del 2002 era capitano.

    I tempi sono cambiati, il Mondo è mutato ma uno spirito differente questa nazionale lo possiede ancora. Uniti sono tutti da un’appartenenza sentita, anche se molti di loro hanno conosciuto in età avanzata il Paese dei loro genitori.

    Prendiamo due giocatori chiave di quella spedizione, Kalidou Koulibaly, centrale difensivo del Napoli, e Keita Baldé, esterno d’attacco ex Lazio. Entrambi non sono nati nel Paese, il primo in Francia, l’altro in Spagna, entrambi sono figli di famiglie cresciute molto lontane da Dakar, la capitale, oltre che il centro di tutto, in Senegal, eppure sono sempre i più motivati quando giocano per i “Leoni della Teranga”. Mai una rinuncia a gare in apparenza di poco conto, sempre impegno e concentrazione massima durante le partite.

    kalidou-koulibalyIn Africa sono state accolte come vere superstar, anche se fanno molta fatica a parlare il wolof, la lingua di Dakar e quindi di tutto il Senegal, accanto al francese. Sono qualificati come Lakakat, cioè che non sono compresi tra quelli che parlano i due dialetti principali. Ma sono a tutti gli effetti senegalesi, e lo sentono forse anche più di altri. Ragazzi come Koulibaly e Keita Baldé. Ha certamente origini lontano da Dakar anche la famiglia di Cheikhou Kouyaté, che pure è nato nella capitale e forse anche per questo è stato nominato capitano.

    Perché, e l’abbiamo capito, in Senegal si cerca l’unità, non la discordia, pure, anzi soprattutto quando si tratta di football.

    La Casamance, la zona più a sud del Paese, ha visto nascere e crescere movimenti indipendentisti, eppure proprio da quelle zone giungono calciatori motivatissimi quando si deve indossare la maglia della nazionale. Uno per tutti, il giocatore più talentuoso della squadra: Sadio Mané è partito dalla Casamance per cercare fortuna in Europa: ora la Kop gli dedica una serie di cori entusiastici, uno chiedeva al ragazzo di tornare presto dalla Coppa d’Africa, perché il Liverpool di Klopp ne aveva bisogno.

    sadio_maneLui lo sapeva, ma prima c’era il Senegal. Allora e adesso.

    Questo è attaccamento, questo è orgoglio di indossare quella maglia: uno spirito differente, come i ragazzi di Bruno Metsu, in quei giorni magici. E forse anche meglio, almeno sul campo: il Senegal, il paese aperto al mondo, vuole dire la sua anche a Russia 2018.

    Carlo Pizzigoni

    Carlo Pizzigoni

    Nato a Pero, periferia milanese. Di solito è in giro a vedere cose, specie di calcio. Coppa d’Africa e Mondiali giovanili, visitati in serie e vissuti sul posto, sono le esperienze professionali che più lo hanno soddisfatto, al netto di #SkyBuffaRacconta (prima Storie Mondiali - diventato poi un libro Sperling&Kupfer -, poi Storie di Campioni) e fino al Mondiale 2014 in Brasile. Collabora con Sky, ha scritto per La Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo e per il quotidiano svizzero Giornale del Popolo. Con Guido Montana ha fondato MondoFutbol.com, con l’obiettivo di farne il punto di riferimento italiano per il calcio internazionale.

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