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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • TURISTI PER CALCIO: CAMP NOU, LA CASA DEL BARCELLONA

    Quando il neopresidente Narcís de Carreras pronunciò il discorso d’insediamento, il 17 gennaio 1968, forse non immaginava che le sue parole sarebbero diventate così proverbiali.

    El Barcelona es algo más que un club de fútbol,

    disse l’avvocato originario della provincia di Girona. Opportunamente catalanizzato, il motto “més que un club” non solo campeggia sulla tribuna lateral del Camp Nou, ma racchiude un concetto fondamentale.

    Il Barcellona è molto più che una società calcistica: lo è sempre stato e lo è diventato ancor di più negli ultimi anni. Non senza considerevoli effetti collaterali.

    La nostra permanenza a Barcellona coincide con l’epilogo della Liga 2016-17. Il weekend è illuminato da un bel sole, ma il caldo viene mitigato da una brezza marina costante e, a tratti, insidiosa. Il meteo riflette un po’ l’aria che tira attorno alla più famosa squadra cittadina. Già eliminato dalla Champions League e atteso alla finale di Coppa del Re (un premio di consolazione, qui), il Barça si giocherà le residue speranze di campionato contro l’Eibar, confidando nella simultanea sconfitta del Real Madrid a Malaga.
    A tal scopo Sport e Mundo Deportivo, i due quotidiani sportivi locali, hanno trascorso la settimana evocando le imprese del 1991-92 e 1992-93: i Blaugrana vinsero i due tornei superando all’ultimo le Merengues, entrambe le volte clamorosamente crollate a Tenerife.
    Se già Gazzetta dello Sport, Tuttosport e Corriere dello Sport appaiono succubi della geopolitica, questi due giornali sono proiettati in un’ulteriore dimensione di faziosità. Specie quando alludono all’eventuale arrendevolezza del Málaga, allenato dall’ex bandiera madridista Míchel. Tuttavia, i cronisti minimizzano il fatto che quel Tenerife fosse guidato da un altro importante ex capitolino: Jorge Valdano. Peggio, omettono che gli isolani sono stati poi pesantemente sospettati di aver ricevuto delle maletines – i famigerati premi a vincere pagati o promessi da “terzi”, consuetudine a lungo tollerata in Spagna – provenienti proprio dalla Catalogna.

    Al netto della partigianeria dei media, due fattori concorrono a creare un’atmosfera tra il rassegnato e il nostalgico: l’annunciato addio di Luis Enrique e le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario della conquista della prima Coppa dei Campioni, avvenuta contro la Sampdoria il 20 maggio 1992 e fondamentale anche sotto il profilo psicologico (fino a quel momento aleggiava un certo complesso d’inferiorità).

    Le immagini d’annata degli “eroi” di Wembley rimbalzano fra riviste e programmi televisivi.

    Dai più noti Johan Cruijff, Ronald Koeman, Michael Laudrup e Hristo Stoičkov a José María Bakero ed Eusebio Sacristán, attuale allenatore della Real Sociedad, passando per Josep Guardiola.
    Scrostato l’ottimismo di superficie, quindi, osserviamo un ambiente vacillante. Da una parte c’è la sicurezza che questa rosa abbia tuttora qualcosa da dire e da dare a livello tecnico, a partire dal totem Lionel Messi. Dall’altra c’è il timore che, rimanendo a secco di trofei, la macchina di sport, denaro & propaganda del Barcellona possa subire una parziale battuta d’arresto.

    Impossibile non orientarsi, una volta risaliti in superficie dalla stazione della metropolitana Collblanc. Pur ignorando i cartelli pubblici, basta seguire al contrario il flusso di persone che indossa la maglia blaugrana e/o trasporta le borse griffate F.C. Barcelona: singoli individui, gruppi di amici e famiglie di ogni etnia. Ci troviamo nel distretto occidentale di Les Corts; un breve tragitto a piedi e – all’interno del complesso che ospita anche il Palau Blaugrana, sede delle gare delle sezioni di pallacanestro, pallamano, hockey su pista e calcio a 5 della polisportiva – ecco stagliarsi il Camp Nou: denominazione ufficiale che risale appena al 2001, a fronte dell’inaugurazione del 1957.

    Uno stadio dalle dimensioni imponenti e con una capienza di quasi centomila posti, la più grossa in Europa, ma strutturalmente piuttosto vetusto e inadeguato allo status di eccellenza ostentato a 360° dal Barcellona.

    Nei prossimi anni sono previsti ampi lavori di ammodernamento per dare vita al “Nou Camp Nou”. Si tratta dell’ambizioso progetto Espai Barça, che include l’intitolazione a Cruijff del nuovo stadio del centro d’allenamento Ciutat Esportiva Joan Gamper. Inoltre, il fuoriclasse olandese sarà omaggiato con una statua nei paraggi del Camp Nou (dove già si erge quella dedicata all’asso ungherese László Kubala).

    Intanto sono circa le 13 di domenica 21 maggio. A conferma della sottile sfiducia ambientale di cui sopra, i biglietti per l’ultimo incontro non sono ancora esauriti. Il tagliando più economico viene venduto a 89 euro: terzo anello, curva nord. Un costo in teoria esorbitante, ma evidentemente la politica di prezzi sorvola sulle carenze architettoniche dell’impianto e segue la legge della domanda e dell’offerta.

    Nello scorso decennio l’ex presidente Joan Laporta – il suo mandato coincise con la determinante rivoluzione tecnica, finanziaria e “cosmetica” del club – combatté e vinse un’aspra battaglia contro gli ultras Boixos Nois, in nome dell’integrità societaria e delle misure antiviolenza.

    Allo stesso tempo l’ambiente calcistico popolare subì una specie di sabotaggio, attraverso il rincaro degli abbonamenti e le nuove strategie di marketing rivolte a una clientela alternativa e più facoltosa. Il libro “Goal…” dell’ex vicepresidente economico Ferran Soriano, oggi al Manchester City, non ne fa troppo mistero.

    A poche ore dalla partita, la Camp Nou Experience contempla solamente il museo e una vista panoramica degli spalti.
    “Ventisei euro e cinquanta, commissione inclusa”, informa la cassiera. “Scusi, ma se il tour non prevede la visita agli spogliatoi e al campo… il prezzo rimane identico?”. “Fino al 2016 era ridotto, ma ora no. Mi dispiace”, risponde la signorina con un leggero imbarazzo. Le grandi squadre non fanno mai sconti – nemmeno sull’audioguida, noleggiabile a cinque euro.

    Inaugurato nel 1984 e rinnovato nel 2010, il Museu President Núñez occupa una superficie di circa 3.500 metri quadrati e attrae in media oltre un milione di visitatori l’anno. Il percorso espositivo è sobrio e intuitivo, offrendo una sintesi esauriente della storia del club.

    La dovizia di particolari è un poco inferiore rispetto all’analoga proposta di Bayern Monaco, Real Madrid e Manchester United, tanto per rimanere nell’élite continentale; chi intende soffermarsi sui vari documenti, trofei e cimeli, comunque, scoprirà che le vicissitudini della società nata nel 1899 sono state appassionanti fin dal principio. Merito di atleti come Paulino Alcántara, Ricardo Zamora e Josep Samitier, a fianco di figure dirigenziali dal tragico destino come Hans (Joan) Gamper e Josep Sunyol. Il primo, “papà” svizzero del Barcellona, morì esiliato e suicida nel 1930; il secondo, presidente allo scoppio della Guerra civile spagnola, venne fucilato dalle truppe franchiste nel 1936. Negli anni ’50 e ’60 le vittorie firmate da Joan Segarra, Kubala, Luisito Suárez ed Helenio Herrera lenirono il vilipendio della catalanità perpetrato dal Regime. Nel 1973 l’arrivo di Cruijff inaugurò una nuova era di successi – non troppi: un campionato e una Coppa del Re – e orgoglio, contemporanea alla scomparsa di Francisco Franco e alla Transizione democratica.
    Interessante poi annotare che – prima del Dream Team, del joga bonito, del gioco posizionale e dei trionfi in serie – per anni ci fu un Barcellona meno vincente, meno spettacolare ma non certo meno amato. Il volto di quell’epoca era un abile e roccioso difensore come “Tarzan” Migueli, a dispetto dei nomi illustri di Hans Krankl, Allan Simonsen, Diego Armando Maradona, Bernd Schuster e Gary Lineker.
    Per quanto riguarda i giorni nostri, infine, il museo ha già svelato il futuro: il piccolo ma solenne Espai Leo Messi è dedicato al “millor jugador de la història”! In fondo la quintessenza di un certo barcellonismo risiede proprio qui: misto di autostima, esaltazione e superbia, alimentato da meccanismi di compensazione di vecchia data.

    Seppur monca, un’ora abbondante di Camp Nou Experience lascia molte certezze e altrettanti dubbi. Gamper sosteneva che i valori fondanti del Barça fossero l’identità catalana, la democrazia e l’universalità; la stessa città, ora più che mai cosmopolita, vanta una storica tradizione di accoglienza e integrazione. Surclassando l’eterna nemesi madrilena, il Barcellona ha toccato un apice forse irripetibile, incarnato tra il 2008 e il 2011 dal genio di Guardiola, dalla classe di Messi e dalla fioritura della Masia.
    Le sue gesta sono state cantate da penne non solo indigene (Irvine Welsh), rinnovando un prestigioso legame artistico che transitava già per Salvador Dalí, Joan Miró e Antoni Tàpies; i nuovi immigrati giunti qui abbracciano spontaneamente la sua causa, così come coloro che nel secolo scorso provenivano dalle zone rurali spagnole; i bambini del terzo mondo sfoggiano i suoi colori e sognano il Camp Nou, grazie alle lodevoli opere della Fundació FC Barcelona.

    Insomma: nel nuovo millennio l’aura del club ha assunto un contorno mistico, al punto che soci, sostenitori e simpatizzanti ne ignorano o tollerano spesso le varie zone d’ombra e cadute di stile.

    Il passaggio da emblema regionale – o meglio, di una nazione senza stato – a brand globalizzato non è stato indolore, infatti, Laporta e ancor più i suoi successori hanno sfrenatamente cavalcato l’evoluzione imprenditoriale del calcio. In futuro il Barcellona rappresenterà una multinazionale dal fatturato sempre più ingente, ma che cosa ne sarebbe della sua anima se diventasse la squadra di tutti e, per assurdo, di nessuno?

    Esemplare la rapida conversione della divisa: fino al 2006 fieramente intonsa, oggi griffata da almeno due marchi commerciali (passando prima per lo sponsor solidale e poi per quelli qatarioti, un po’ meno umanitari). Per non tacere della scellerata casacca a strisce orizzontali della stagione 2015-16, complice lo sponsor tecnico americano. L’identità si nutre anche di simboli: se essi vengono venduti o affittati in maniera così disinvolta, ne va dell’originaria fisionomia culturale. L’ultimo, vero bastione ideologico è legato al nazionalismo catalano.

    Secondo il giornalista Ramon Miravitllas, il Barcellona è uno dei tre pilastri della comunità autonoma, «assieme alla Caixa e alla Generalitat».

    In occasione delle elezioni regionali dell’autunno 2015, però, l’attuale presidente Josep Maria Bartomeu non aveva ufficialmente appoggiato la coalizione separatista (la Liga de Fútbol Profesional ventilava l’esclusione del Barça, in caso di proclamazione d’indipendenza della Catalogna). All’inizio di maggio, invece, la società ha aderito al “Pacte Nacional pel Referèndum”, campagna promossa per votare il distacco dalla Spagna. La sua posizione oscilla fra lo sfumato, il prudente e l’ambiguo, dunque, a differenza degli schieratissimi Guardiola e Gerard Piqué e nonostante le numerose Senyeras ed Esteladas che sventolano allo stadio. In conclusione, visitando Barcellona e il Camp Nou, a tratti si ha l’impressione di trovarsi in un gigantesco centro commerciale blaugrana dove l’armonia fra pallone, politica e affari è forzata, se non artefatta. I turisti per calcio possono chiudere un occhio e fermarsi ai primi livelli di lettura – godendo di una gloriosa vicenda sportiva, umana e di costume – o approfondire i complessi e contradditori giochi di potere che stanno alla base del F.C. Barcelona.

    Més que un club, decisamente.

    Foto di copertina ©LaPresse
    Foto articolo ©Angelo Mora/MondoFutbol

    Fonti: “Il Barça” (di Sandro Modeo), “FC Barcelona Confidential”, Bleacher Report, Calciomercato.com, Clarin, El Diario, ESPN, “La Función Política Del Barça” (di Ramon Miravitllas), Fútbol Club Barcelona, “Goal – The Ball Doesn’t Go In By Chance: Management Ideas From The World Of Football” (di Ferran Soriano), The Guardian, In Bed With Maradona, Marca, Mundo Deportivo, Sport, Sportweek, The Telegraph, L’Ultimo Uomo, Wikipedia

    Angelo Mora

    Angelo Mora

    Una vita professionale a spacciare rock and roll, una vita intera a rincorrere il pallone. Ha intervistato Joe Strummer, gli AC/DC, Lemmy dei Motörhead e tante altre rockstar, ma ha tremato solamente di fronte a Marco Tardelli. Non distingue una salida lavolpiana da una transizione negativa, però si ritiene un grande intenditore di calcio. Proprio come te.

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