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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • VIV ANDERSON, A TESTA ALTA CONTRO IL RAZZISMO

    Torna là fuori e riportaci due pere ed una banana.

    1976, una giovane riserva cammina, a capo chino, verso la panchina del Nottingham Forest. L’allenatore, Brian Clough, l’ha da poco mandato a scaldarsi. Ha bisogno della sua corsa e strapotenza fisica per cercare di avere la meglio sul Carlisle United. Dopo cinque minuti a bordo campo però alcuni tra gli spettatori di Brunton Park iniziano ad insultarlo, tirandogli ortaggi e frutta. All’epoca, nel nord-ovest dell’Inghilterra, un giocatore dalla pelle nera era qualcosa di inedito. Agli insulti Viv Anderson aveva iniziato a farci l’abitudine, ma quel giorno intravide la strada da seguire per non farsi piegare dal razzismo.

    “Fu Clough, dopo la partita, a dirmi che non potevo lasciarmi condizionare da ciò che gridava la gente. Dovevo dimostrare di essere un giocatore utile e, all’epoca, la mia voglia di diventare un calciatore professionista era troppo grande. Così decisi di farmi scivolare tutto addosso”ha dichiarato Anderson.
    Quel pomeriggio Viv entrerà in campo. Ancora non lo sa ma la sua carriera si arricchirà presto di successi con il Forest (due Coppe dei Campioni, nel 1979 e nel 1980), sino a fargli scrivere la storia.

    Sarà infatti il primo giocatore di colore a vestire la maglia della nazionale inglese, il 29 novembre 1978 a Wembley, partendo titolare in un’amichevole contro la Cecoslovacchia (vinta dai “Three Lions” per 1-0).

    “All’epoca i miei unici pensieri erano: passa la palla ai tuoi compagni, cerca di proporti in attacco e, soprattutto, non fare errori. Volevo a tutti i costi essere convocato anche per la partita successiva. Terzino destro tra i migliori al mondo, indosserà la maglia della Nazionale per altre 29 volte, anche ai Mondiali del 1982 e 1986. La fama internazionale però non lo ha mai messo completamente al riparo dagli attacchi per le sue origini etniche.

    Se fossi dovuto uscire dal campo ogni volta che qualcuno mi insultava avrei finito col ritirarmi dall’attività molto presto. E alla fine chi ci avrebbe guadagnato?

    ha detto Anderson in esclusiva a MondoFutbol.

    Trent’anni dopo, in Inghilterra, il razzismo non è del tutto scomparso dagli stadi e spesso continua a trovare terreno fertile sui social media. O all’interno dello spogliatoio, come nel caso della calciatrice Eni Aluko. “Le cose sono un po’ cambiate rispetto a quando giocavo. I club ci hanno messo del loro, chiunque faccia un coro razzista viene allontanato dallo stadio”, aggiunge Anderson, che in questi anni si è impegnato con Kick It Out per sensibilizzare sul tema dell’uguaglianza.
    Avendo smesso quando la Premier League era ancora ai propri albori, Anderson ha tentato la carriera da manager, ma solo per mezza stagione, al Barnsley. “Nel 1994 ero l’unico allenatore di colore assieme a Keith Alexander, che guidava il Lincoln City dall’anno prima. All’epoca ci dissero che stava iniziando la rivoluzione. Ma in realtà non è cambiato molto: siamo rimasti indietro di 20 anni”. Attualmente ci sono solamente cinque allenatori di colore o asiatici alla guida di club professionistici inglesi. Chris Hughton è l’unico “non-bianco” in Premier League.

    La Football Association ha annunciato che adotterà la “Rooney Rule”, dal nome del padrone della squadra di football americano di Pittsburgh, che obbliga le squadre nazionali a fare un colloquio anche a candidati delle minoranze etniche.

    Se questa è una mossa solo per avere la coscienza pulita non ha alcun senso – pensa Anderson -. L’opportunità di diventare allenatore della Nazionale deve essere reale”.
    Da qualche mese Anderson dirige un progetto per ex sportivi d’élite, PlayOn, molti dei quali rischiano di trovarsi soli, e in alcuni casi con debiti da pagare, dopo aver smesso. “L’idea è mantenere i contatti e organizzare tornei di beneficenza. Presto lanceremo anche una app: una sorta di WhatsApp per calciatori, rugbisti e addirittura fantini che si sono ritirati da poco. Nel Regno Unito l’età per riscuotere la pensione per gli sportivi è stata alzata a 55 anni e le opportunità di allenare o lavorare in TV sono limitate – spiega Anderson.

    Il progetto è anche un modo per combattere la solitudine. Nel calcio, per esempio, non è facile farsi degli amici. Un ex calciatore che ha giocato per oltre 20 anni mi confidava che ha solo i numeri di quattro ex compagni.

    L’amicizia e l’impegno ad andare avanti, nonostante tutto, legava Anderson agli altri, grandi, giocatori di colore inglesi degli anni ’70. La maggior parte giocava nelle squadre delle Midlands: Wolverhampton Wanderers, Hereford United e West Bromwich Albion. Proprio i Baggies erano trascinati da Laurie Cunningham (poi passato al Real Madrid), Brendon Batson e Cyrille Regis, soprannominati i Three Degrees. Regis, attaccante di rara potenza fisica e tecnica, con oltre 150 gol in carriera, è scomparso a causa di un attacco cardiaco lo scorso 14 gennaio.
    Per molti giocatori di colore, e soprattutto per i loro padri, era un’icona. “Non si è mai lasciato intimidire dagli insulti – ha ricordato Anderson in un articolo scritto dopo la morte dell’ex compagno. Anzi riusciva pure a scherzarci su”.

    “Io ho questo e voi nulla”, ci disse mostrando il proiettile che aveva ricevuto per posta dopo essere stato convocato in Nazionale.

    Regis, Cunningham e Batson giocarono anche una partita “storica” nel 1979. Un’amichevole Bianchi contro Neri per celebrare l’ultima volta con la maglia del WBA di Len Catello. Vinsero i giocatori di colore per 3-2 e il passivo sarebbe potuto essere più pesante se magari anche Anderson fosse sceso in campo. “Ero in trasferta con il Nottingham Forest per una gara europea. Avrei giocato volentieri quel match perché non c’era alcun intento razzista nel metterci contro i nostri compagni bianchi. Oggi certamente una partita simile sarebbe impensabile. Ma allora era un modo per dimostrare quanto anche noi fossimo bravi”.

    Bravi e coraggiosi. Giocando sempre a testa alta, come Viv, per scrivere la storia.

     

    Credits

    Foto ©Getty

    Daniele Fisichella

    Daniele Fisichella

    Da Catania fino al Regno Unito, con una piccola sosta in Spagna. Giornalista dal 2004, amo la radio e ho anche insegnato questo mestiere bellissimo a persone di varie lingue e culture. Davanti al suono ipnotico del pallone che rimbalza, non resisto.

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