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Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • WILLIAM SHAKESPEARE E IL FOOTBALL

    Nonostante la Brexit, lo storico ed entusiasmante passaggio agli ottavi di UEFA Euro 2016 di Inghilterra e Irlanda del Nord e l’accesso alle semifinali del Galles dicono che il football del Regno Unito si sente indissolubilmente europeo, dal momento che solo la Scozia ha mancato di molto l’obiettivo di qualificarsi alla fase finale della competizione. D’altra parte, il Regno Unito – continuiamo a chiamarlo così, per favore, e non Gran Bretagna o, peggio ancora Inghilterra! – vanta un’antica consuetudine con lo sport del football, le cui tracce più remote proviamo in parte a rievocare grazie a un pionieristico saggio dello studioso statunitense Francis Peabody Magoun Jr. (1895-1979), pubblicato addirittura nel 1929.
    Lo sapevate, ad esempio, che una prima esplicita menzione del football in Inghilterra potrebbe essere reperibile in una Descriptio Nobilissimae Civitatis Londinae (Descrizione della nobilissima città di Londra), scritta nel 1174 da un certo William Fitzstephen come premessa alla sua biografia dell’arcivescovo Thomas Becket, di cui Fitzstephen fu stretto collaboratore e del cui omicidio nella Cattedrale di Canterbury fu testimone nel 1170?

    Sarebbe davvero suggestivo se tutto quello che s’è detto in seguito sul “football” inglese cominciasse con il Santo la cui vicenda è al centro di “Murder in the Cathedral”, capolavoro teatrale che T. S. Eliot pubblicò nel 1935.

    Purtroppo, però, aggiunge Magoun, l’incertezza di questo riferimento calcistico suggerisce, invece, di “escludere il brano in questione dagli annali autentici della storia del football”.
    Altrettanto suggestivi, ma – ahimé – altrettanto incerti sono i semi calcistici disseminati, ad esempio, dal sacerdote e poeta Layamon intorno al 1200 nel suo Brut a proposito dei passatempi dei cavalieri di Re Artù, tra i quali ne figurano alcuni che “spingono palle lontano nei campi”.

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    Per nulla ambigua e problematica è invece la prima condanna comminata al football a Londra nel 1314 sotto il regno di Edoardo II (1307-1327). Leggiamone direttamente dalla Proclamazione emanata per il Mantenimento della Pace, promulgata dall’allora sindaco di Londra Nicholas Farndon:

    A causa del tumulto prodotto nella City da coloro che colpiscono grandi palloni negli spazi pubblici – da cui potrebbero venire molti mali (Dio non voglia!) – noi comandiamo e proibiamo in nome del re, pena la carcerazione, che tale gioco possa essere da oggi praticato all’interno della City.

    Le pericolose e talvolta letali controindicazioni attribuite da Farndon a una pratica calcistica assai meno tecnicamente, socialmente e culturalmente raffinata di quella che in seguito emergerà a Firenze e che diverrà nota come calcio (fiorentino), ricorreranno costantemente nella tradizione letteraria e culturale dei secoli successivi: ne parla, ad esempio, persino Geoffrey Chaucer nel Knight’s Tale che è incluso nei suoi Canterbury Tales, concepiti verso gli anni ottanta del XIV secolo.
    Fin qui alcune delle preziose testimonianze riportate da Francis Peabody Magoun Jr.: tutte concordi nel documentare le difficoltà morali e sociali incontrate da alcune caratteristiche dell’evoluzione storica del football che oggi qualche eufemistico cronista potrebbe definire “maschie”.
    L’epoca di Shakespeare (1564-1616), del quale nel 2016 si è celebrato il 400° anniversario della morte, non fa eccezione e, anzi, conferma decisamente la regola.

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    Il puritano Philip Stubbs (Stubbes) (c. 1555 – c. 1610) ripropone la condanna della pratica calcistica in un’opera dal titolo emblematico (Anatomy of Abuses, 1583) in cui lo bolla come “pratica sanguinaria e omicida, non sport o divertimento tra amici” e si pone le seguenti domande:

    È questa pratica omicida un esercizio che si addice al giorno del Sabato? È un modo di fare cristiano, questo, che vuole mutilare e colpire un proprio simile, per di più con intenzionale malizia e obiettivo premeditato? Questo modo di fare obbedisce al principio “fai a un altro ciò che vorresti fosse fatto a te”?.

    Le stesse implicazioni (persino istituzionalmente) negative riecheggiano anche in Looke about you (1600), una pièce teatrale anonima in cui una cinica Regina spiega al figlio che “il mondo” deve essere “his football”; nel poema The Honor of Valour (1605) del poeta inglese Nicholas Breton, in cui si legge che certo, c’è tra gli uomini anche chi “colpisce con forza una football attraverso una porta”, ma nessuno degli uomini che fanno questo “ha mai conosciuto onore”; nel dramma The White Devil (1612) di John Webster, in cui – non casualmente! – il duca di Firenze, Francesco De Medici, esclama prima dell’incontro con un suo acerrimo nemico:

    Come il selvaggio irlandese, non penserò mai che tu possa essere morto fino al momento in cui non potrò giocare a football con la tua testa!.

    Nella cornice della ricezione elisabettiana – moralmente negativa e socialmente pericolosa – di quanto costituisce invece uno dei più condivisi riti culturali dei nostri tempi, quale posto occupa invece Shakespeare, quanto interesse suscita in lui il football, quanta e quale funzione drammaturgica gli attribuisce nei suoi inimitabili ed immortali capolavori teatrali?
    Non granché, ma perfettamente in linea con quanto si è detto in precedenza. Al di là della geniale immagine del pianeta Terra come “terrestrial ball” che il Bardo mette in bocca a Riccardo II nel dramma omonimo (circa 1595), due football altrettanto geniali e sorprendenti rimbalzano sulla scena di due plays assai diversi per genere e finalità espressive e culturali.
    La prima compare nel “giovanile” Comedy of Errors (1594), in cui uno (Dromio da Efeso) dei due servitori gemelli di due padroni gemelli emette il seguente “lamento calcistico” per il trattamento che gli è riservato dalla moglie Adriana del suo padrone Antifolo da Efeso (atto secondo, scena prima):

    Il vostro severo giudizio mi fa così tonto, anzi tondo, che mi pigliate a calci fra voi due come si farebbe con un pallone? Voi mi scalciate di qui, e lui qui mi respingerà a calci! Se tengo duro in un servizio simile, ch’io sia almeno rivestito di cuoio. (traduzione di Gabriele Baldini)

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    La seconda football shakespeariana fa invece capolino nel meraviglioso e “maturo” King Lear (1606), quando l’anziano e sempre più confuso sovrano, che non riconosce i protagonisti della sua precedente esperienza regale, viene aiutato dal leale Conte di Kent: quest’ultimo sgambetta l’infido Oswald, servitore di una delle figlie di Lear, e lo definisce sprezzantemente “volgare giocatore di pallone” (traduzione di Agostino Lombardo).
    Come dimostrano i due passi citati, Shakespeare sapeva bene cosa voleva dire football nel passaggio tra il XVI ed il XVII secolo. Conosceva bene la cultura calcistica (europea!) dei suoi giorni, come molti altri aspetti e anfratti dell’esperienza dell’epoca di Queen Elizabeth I, e la impiegava a proposito, valorizzandone le differenti risorse e implicazioni simboliche nel suo lavoro di straordinario intellettuale e d’imprenditore teatrale di successo.

    E noi? Ci accontentiamo di essere un popolo di presunti allenatori di calcio (abitudine assai divertente, devo ammetterlo) o, pur non condividendo gli straordinari talenti di Shakespeare, vogliamo almeno provare a non trascurarne le infinite potenzialità culturali?

    Già, perché, se ci esercitiamo a comprendere queste ultime, forse ci ritroveremmo persino più attrezzati a prevedere le conseguenze di altre scelte, quelle sì, assai più significative per la grande comunità dell’Europa a cui tutti apparteniamo.

    Enrico Reggiani

    Enrico Reggiani

    Professore ordinario di lingua e letteratura inglese presso la Facoltà di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha approfondito, tra le altre cose, i rapporti tra lingua/letteratura/cultura inglese e calcio secondo varie prospettive e modalità e adesso ha scelto MondoFutbol come luogo dove potere proseguire le sue analisi e condiderazioni sul tema.

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