Testata giornalistica online

Aut. Trib. di Milano n.197 del 25/06/2015

  • WYDAD, LA RINASCITA DEL MAROCCO PASSA DA CASABLANCA

    Chissà cosa avrebbe pensato, Haj Mohamed Benjelloun Touimi. Avrebbe preso tra le mani una tazza di té caldo alla menta, come si usa fare a Casablanca, chiedendo informazioni a proposito del suo Wydad.

    Chissà cosa avrebbe pensato se gli avessero detto che il “suo” Wydad Athletic Club di Casablanca, nel lontano 2017, avrebbe alzato al cielo la sua seconda CAF Champions League, la Coppa dei Campioni del continente africano. Avrebbe forse sorriso, ricordando quando aveva rivoluzionato il modo di pensare del suo quartiere, la vecchia Médina, con un gesto semplice: fondare una società che potesse consentire a tutti, anche agli abitanti locali, ebrei e musulmani, di praticare uno sport, dandogli anche un nome arabo, Wydad. Che vuol dire “amore” ma che è anche il titolo di un film egiziano con la stella Umm Kulthum, così amato da alcuni soci fondatori del club che ne avrebbe ispirato proprio la denominazione. Correva l’anno 1937 e quell’atto senza precedenti avrebbe alimentato l’orgoglio di una nazione che desiderava l’indipendenza. All’epoca il Marocco non era altro che un protettorato francese, e non conosceva ancora bene il proprio futuro. Non sapeva Haj Benjelloun, vero uomo di sport (patrocinatore anche della Federazione marocchina di Rugby), di aver fondato la polisportiva più vincente nella storia del Paese.
    Innanzitutto, il Wydad rappresenta l’identità del Marocco attraverso i suoi titoli,” ci spiega Amine Rahmouni, giornalista che vive a Casablanca e che ha vissuto in prima persona il 2017, anno di grazia del football marocchino. “È il club più titolato del Paese, con 28 coppe nazionali e 10 internazionali.

    La sua storia, lunga, ricca e piena di soddisfazioni, ha portato al club un altro titolo, onorifico, quello di club marocchino del secolo da parte della FIFA.

    Un’onorificenza che, probabilmente, non avrà fatto piacere al Raja, l’altro club cittadino, con cui il Wydad ha instaurato una delle rivalità più accese del mondo, raccontata ampiamente da diversi documentari in più lingue.

    “Il Raja e il Wydad sono i due club più grandi del Regno (del Marocco, ndr), per tifoseria, budget, titoli e per il rispetto che si sono costruiti in Africa,” continua Amine Rahmouni. “Sono realmente due club fratelli-nemici che hanno toccato, ciascuno a suo modo, tutte le categorie sociali della popolazione.” Il Raja, fondato nel 1949, ha fatto impazzire di gioia i suoi calorosi ultras nel 2013: al Mondiale per Club, ospitato in Marocco, è arrivato in finale, cedendo il passo soltanto al Bayern Monaco. Celebre la scena in cui Ronaldinho, sconfitto a sorpresa con il suo Atlético Mineiro proprio dal Raja, viene letteralmente spogliato da tifosi e giocatori delle Aquile verdi dopo il triplice fischio dell’arbitro. Ai “cugini” del Wydad non è andata così bene: l’avventura Mondiale negli Emirati si è conclusa con un deludente sesto posto, meglio solo dell’Auckland City. E così a Casablanca l’eterna lotta tra Raja e Wydad è continuata, a suon di sfottò e scontri verbali. Come racconta Amine Rahmouni, molte di queste discussioni hanno avuto origine dalle differenze sociali legate ai due club: “In precedenza, tanti anni fa, si pensava che il Raja fosse il club del popolo e il Wydad quello dell’establishment politico. Ma tutto ciò si è evoluto, e l’aura dei due club ha coinvolto tutti gli strati sociali della città”, prosegue il giornalista di Casablanca.

    La sola cosa che divide Raja e Wydad, oggi, è rappresentata dai loro colori: il verde, Raja, contro il bianco e il rosso, Wydad.

    Rosso fuoco e bianco calcare: i tanti graffiti che colorano la vecchia Médina ricordano che il cuore autentico del tifo Wydad viene da quelle vie strette e tortuose, dominate da un continuo viavai di persone e dove, tra i consueti richiami alla preghiera dei muezzin, la polisportiva fondata da Benjelloun ha perseguito anche diverse iniziative socialmente utili. Aiuti a chi non possiede nulla, iniziative volte all’inclusione e tante altre politiche dai risvolti sociali: in questi casi, sono direttamente gli ultras del club a gestire molti aspetti organizzativi. Lo mostra il videoreportage “More than a game” del turco Fikret Sanal, visibile purtroppo soltanto in Turchia sulla TRT, in cui viene ripreso il principale gruppo ultras del Wydad mentre affitta una palestra per offrire ai ragazzi disabili la possibilità di sentirsi inclusi. Gli vengono insegnati i cori da cantare, e infine gli stessi ragazzi vengono portati dagli ultras nella curva dello “Stadio Mohamed V”, la cattedrale di tanti derby.

    Chi ha poco o nulla, nella Médina, ha soltanto il Wydad, a volte un vero e proprio centro culturale più che una squadra di calcio.

    “Effettivamente è da molto tempo che il Wydad rappresenta il quartiere della vecchia Médina”, conferma Rahmouni. “È là che il club è nato. All’epoca quel luogo era il principale quartiere della città dove si stabilivano tutte le persone degne di nota. Successivamente, l’influenza del Wydad si è espansa, esattamente come la città di Casablanca, oggi megalopoli e polmone economico del Marocco. Oggi, quindi, il Wydad è dappertutto a Casablanca, e così anche nel resto del Regno: basti pensare alle enormi feste per celebrare la Champions League africana a gennaio.” Tutto il Paese (eccetto sicuramente i tifosi del Raja) ha festeggiato il Wydad, ed è ancora Rahmouni a introdurci all’aspetto più intrigante della questione: la vittoria in CAF Champions League, infatti, rappresenta un simbolo degno di un’annata, il 2017, in cui il Paese ha mosso passi da gigante soprattutto fuori dal campo di gioco. Il Marocco ha preparato con cura la CHAN 2018, tenutasi a gennaio 2018: si tratta della Coppa d’Africa riservata ai giocatori che militano nel Continente Nero. Una competizione molto sentita in Africa, che la CAF ha tolto (all’ultim’ora) al Kenya, a causa di molteplici ritardi nella costruzione degli stadi. Chi ha sollevato la coppa? Ovviamente, il Marocco.

    “Dietro a tutto ciò c’è una reale volontà politica, quella di rimettere il Marocco al centro dello scacchiere della CAF”, svela Rahmouni, raccontando le difficoltà del Paese in seguito alla rinuncia della Coppa d’Africa del 2015, causata all’epoca dalla paura relativa alla diffusione del virus ebola.

    Quei giorni sono lontani e il Paese si sta facendo largo grazie (anche) a scelte oculate.

    “E poi a due uomini. Il primo è il presidente della FRMF, Faouzi Lekjaa, anche direttore finanziario, che ha affrontato di petto i problemi del calcio marocchino per riportarlo alla sua gloria passata. Così si spiegano un posto nel comitato esecutivo della CAF, un’attenzione quasi quotidiana all’evoluzione della nazionale e una federazione che vuole riportare la Botola (il campionato nazionale marocchino, ndr) ad alto livello. Il secondo uomo è Hervé Renard, a cui sono stati dati tutti gli strumenti per rimettere in sesto la Nazionale. Questo duo ha funzionato a meraviglia, con una qualificazione al secondo turno dell’ultima Coppa d’Africa e al Mondiale 2018. In ogni caso, la cosa più importante è la volontà politica, oltre a un’adesione completa della gente al progetto.”

    Un Marocco differente, che ora non vuole porsi limiti: la candidatura al Mondiale del 2026 è già stata depositata, dopo un 2017 magico da ogni punto di vista, una svolta per un Paese che si sta mostrando al Maghreb e al resto dell’Africa come un esempio da seguire. La ciliegina sulla torta, sicuramente apprezzata, è stata rappresentata dal trionfo del Wydad di coach Houcine Ammouta, tecnico preparato e carismatico, che ha costruito una squadra equilibrata e vincente. “Achraf Bencharki, Mohamed Ounajem, Walid El Karti, Salaheddine Saidi, Brahim Nekkach, Youssef Rabeh, Zouahir Laaroubi”: questi i nomi più significativi della rosa. Alla vecchia Médina, ovviamente, questa è già una filastrocca imparata a memoria, e molti di quei volti saranno già raffigurati su diversi murales.

    Chissà cosa avrebbe pensato, Haj Mohamed Benjelloun Touimi. Avrebbe preso tra le mani una tazza di té caldo alla menta, come si usa fare a Casablanca, chiedendo informazioni a proposito del suo Wydad. E avrebbe visto che è diventato qualcosa di grande.

     

    Se vai a Casablanca, non perdere…

    – La Moschea Hassan II, eccezionale perla architettonica nonché iconico luogo di culto per la città, situata in riva al mare, come una nave che fende le onde che si schiantano sugli scogli.
    – Un giro nella vecchia Médina, non solo per addentrarsi nelle origini del Wydad, ma soprattutto per andare alla scoperta di un quartiere vivace e colorato, testimone di centinaia di anni di storia.
    – Una pausa nel Rick’s Café, che si affaccia sul Boulevard Sour Jdid. Sedersi in uno dei luoghi più turistici della città – limite e pregio, allo stesso tempo – può essere un’esperienza affascinante: il locale è infatti una ricostruzione abbastanza fedele dell’omonimo e iconico club presente nel leggendario film del 1942, “Casablanca”, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman tra i protagonisti.
    – Una camminata su Boulevard Mohamed V. Art déco, liberty: per gli amanti dell’architettura, Casablanca può essere una rivelazione.

    Credits
    Immagini ©Bruno Bottaro/MondoFutbol
    Ha collaborato Alex Čizmić

    Bruno Bottaro

    Bruno Bottaro

    Bergamasco, una laurea in Scienze della Comunicazione, classe '93. L'anima turca di MondoFutbol.com. Viaggi, musica e fútbol: cittadino del mondo. Ha iniziato fondando il blog Calcioturco.com.

    Commenta

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Send this to a friend