Áfram Ísland!

Possono farcela.

Glenn Strömberg, indimenticabile centrocampista dell’Atalanta degli Anni Ottanta, ora commentatore per la tivù svedese, aveva profetizzato in anticipo.

Se l’Inghilterra non fa valere tutte le sue qualità, l’Islanda è in assoluta fiducia, può farcela a passare il turno.

Mi aveva quasi convinto Glenn, che aveva seguito da vicino e con attenzione la marcia della nazionale nordica nelle qualificazioni.
Mi aveva certo convinto anche la magnifica atmosfera che circondava questa Nazionale. Nizza era già ricolma di uomini e donne del nord dal pomeriggio precedente. Molti di loro si stanno godendo una vacanza al seguito della nazionale: questo lo spirito dell’Ultrà islandese.
Nella parte antica della città che ha dato i natali a Garibaldi, puoi trovare ragazzi, con l’uniforme ufficiale della Nazionale, ascoltano la guida, scattano foto, scambiano opinioni.

Áfram Ísland

Sigurðsson is a great player,

mi dice un ragazzo che prova a raccontarmi anche del suo villaggio di origine, tremila persone e passione smodata, dice lui, per il football. Tutto giusto, tutto vero. Anche di Sigurðsson, anzi dei Sigurðsson.

Il più noto, Gylfi, il centrocampista dello Swansea, è il miglior giocatore della squadra.
L’altro, Ragnar, difensore al Krasnodar, nel match contro l’Inghilterra ha giocato una super partita: l’esaltazione del match lo ha portato a compiere un paio di chiusure, una in particolare, da grandissimo difensore.
Mandando letteralmente in estasi un dirigente della nazionale, presente in tribuna stampa davanti a me, che ha liberato un urlo belluino di estrema soddisfazione.
Non l’unico. Le ripartenze dell’ex Pescara Bjarnason, il lavoro dei due attaccanti, Sigþórsson e Böðvarsson, il carisma di Gunnarsson in mezzo al campo: ogni attacco respinto, anche verificatosi sulla trequarti, accendeva l’entusiasmo del pubblico islandese.
Numerosissimo: raggruppatosi in una curva, tutti in maglia blu, sono stati il cuore pulsante della formazione.
Un accompagnamento continuo, 90 minuti a gridare e sudare.

E poi la gioia, inattesa e per questo ancora più intensa. Il “Geyser-Sound” ha poi coinvolto tutta Nizza.

Scesi i tre piani che portano dalla tribuna stampa all’entrata dello stadio, eccomi di fronte una ragazza bionda in lacrime. Anche lei fa parte dello staff della nazionale islandese, abbraccia e bacia tutti, giornalisti e tifosi.
Il 27 giugno diventerà il giorno del calcio, in Islanda: 2-1 all’Inghilterra, e qualificazione ai quarti di finale dell’Europeo. Hanno partecipato tutti alla festa. Hanno rilevato che lo share televisivo, nell’isola dell’estremo nord, durante i momenti clou del match, è stato del 99,8%.

650 persone, cos’hanno fatto, in alternativa?

Un successo che favorirà il già ottimo trend della pratica del football, già molto veicolato dallo stato, per cercare di debellare la piaga sociale dell’alcolismo. Molti gli investimenti statali in favore dello sport, ma il calcio rimane qualcosa di diverso, e da oggi ancora di più.
Grazie al miracolo di questa nazionale, guidata in panchina dal tecnico svedese Lars Lagerbäck, per una vita CT svedese (nove anni: dal ’90 ha avuto cariche all’interno della federazione scandinava), un passaggio traumatico anzichenò in Nigeria, che allenò durante il Mondiale del 2010 in Sudafrica, per poi rifiutare, viste evidentemente le condizioni non ideali, il rinnovo.
Fino all’avvento in Islanda, dove in pochi anni costruisce una squadra competitiva. Sorpresa delle qualificazioni, poi protagonista all’Europeo: un pensiero unico, movimenti coordinati, spesso la sua creatura pare più una squadra di club che una selezione.

Merito anche degli insegnamenti di chi, molti anni fa, cambiò il percorso del calcio della Scandinavia e di quello svedese, particolare. Quell’uomo si chiama Roy Hogdson, e non è un omonimo del selezionatore inglese che Lagerbäck ha eliminato nella notte di Nizza. È proprio lui.

Il primo allenatore professionista della Svezia post seconda guerra Mondiale è un inglese, George Raynor.
È lui che porta la Nazionale gialloblu alla medaglia d’oro dei giochi Olimpici del ’48, e alla finale nel ’58, nel Mondiale casalingo. Con l’avvento totale del professionismo e la mancata qualificazione ai Mondiali del 1970, la federazione svedese decide di investire per ristrutturare il calcio.
Su spinta però del presidente-banchiere Cavalli-Björkman, erede del mitico Eric Persson, il Malmö assunse un giovane allenatore inglese.

Bobby Houghton, che aveva iniziato molto presto ad allenare, e si era preso come vice un altro giovane desideroso di apprendere in fretta, Roy Hogdson.

Poco legati ai calciatori di estro, fissati con l’applicazione tattica: giocavano una difesa a zona che tendeva molto ad alzarsi per aiutare la fase di pressione di tutta la squadra.
Hodgson prima allena l’Halmstad, Houghton il Malmö: vincono in continuazione in Svezia.
Lo scudetto dell’Halmstad di Hodgson è la più grande sorpresa della storia del campionato svedese, riesce addirittura a bissare l’impresa, Houghton arriva a contendere al Nottingham Forest di Brian Clough la coppa dei Campioni, persa nella finale del 1979.

Bene i club, male però, la Nazionale.

L’ambiente ostile costringe Hogdson e Houghton a salutare il Nord per tornare in Inghilterra.
A metà Anni Ottanta, il Malmö, richiama proprio Hogdson, che vince tutto, in serie, campionato e coppa.
Lasciando un’impronta indelebile nel calcio svedese e nella testa di tanti tecnici che si apprestavano a conoscere il mondo del football.
Uno di questi è stato appunto Lars Lagerbäck che, appesi gli scarpini al termine di una carriera non memorabile, iniziava ad allenare piccoli club.
Hanno visto l’alba guardando verso il mare, i tanti islandesi presenti a Nizza. Su Promenade des Anglais, lo splendido lungomare della città. Clima a parte, si saranno sentiti un po’ a casa, ma con dentro una gioia diversa, differente, unica.

La gioia del football, ha contaminato interamente anche loro.

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