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Andrej Kramarić, rinascere alla corte di Nagelsmann

Nella scorsa stagione, il Bayern Monaco ha perso in sei occasioni, due volte in campionato e quattro in Champions League. Le prime tre sconfitte erano arrivate tra il 28 settembre e il 23 novembre 2016: da allora, la squadra di Carlo Ancelotti non aveva più perso una partita mettendo in fila 18 vittorie e 2 pareggi tra Bundesliga, Coppa di Germania e Champions League.

Poi è arrivato Andrej Kramarić.

Lo scorso 4 aprile, l’attaccante croato dell’Hoffenheim ha regalato a Julian Nagelsmann i tre punti più prestigiosi di una stagione incredibile per la squadra del distretto di Karlsruhe e per il giovane e promettente tecnico tedesco. Stop, destro da fuori e palla alle spalle di Ulreich, l’undicesima rete in campionato, seguita quattro giorni più tardi dal rigore trasformato nella sconfitta contro l’Amburgo.
Kramarić ha chiuso la passata stagione di Bundes con 15 gol, dimostrandosi uno degli attaccanti più in forma, non solo in Germania, e uno dei migliori talenti di una squadra riuscita, per la prima volta nella storia dell’Hoffenheim, a ottenere una qualificazione europea.
Il giocatore croato, dopo aver finito in crescendo la stagione 2015-16 e aver messo a referto 3 gol e 5 assist nelle prime 8 partite della Bundesliga 2016-17, sembrava essersi perso. Ma ora è tornato, come provato dal cambio marcia iniziato lo scorso gennaio: appena 3 reti fino a quel momento; ben 12 da lì a maggio.
Ha ritrovato la continuità, soprattutto in fase realizzativa, che lo aveva reso uno degli attaccanti più richiesti in Europa, tanto che nel dicembre 2014 la Juventus sembrava averlo già bloccato per la fine della stagione. Poi, però, era arrivato il piccolo Leicester City in cui militava anche Esteban Cambiasso, alla ricerca di una disperata salvezza in Premier League. Salvezza alla quale Kramarić aveva dato un contributo minimo (due gol, entrambi ininfluenti ai fini del risultato, in 13 presenze, molte delle quali partendo dalla panchina).

L’annata 2015-16 del Leicester è nota e già scolpita nella Storia. Una storia a cui, però, l’attaccante croato non ha preso parte.

Kramarić ha infatti osservato la prima parte della stagione dalla panchina o dalla tribuna senza essere praticamente mai preso in considerazione da Ranieri e nella finestra invernale di calciomercato si è trasferito in Germania. Solo ora, però, grazie anche alla fiducia del giovane tecnico Julian Nagelsmann è tornato a segnare regolarmente e ad avere un rendimento all’altezza delle stagioni di Rijeka, dove è ancora un idolo. Non solo perché a Fiume ha segnato 55 reti in 64 presenze, ma anche perché è stato il grande protagonista del ritorno europeo della squadra croata per diventare poi la cessione più remunerativa nella storia del club. Un giocatore che ultimamente è stato osannato anche dai tifosi della Nazionale, ora guidata da Zlatko Dalić. Tre gol in due partite e un contributo importante per avvicinare forse in maniera decisiva la Croazia ai Mondiali di Russia 2018.
Per conoscere meglio Andrej Kramarić, abbiamo parlato con Mateo Sučić, ex addetto stampa del Rijeka e ora giornalista di Sportske Novosti, la testata sportiva più letta in Croazia.

Dopo aver avuto un rendimento altalenante nella Dinamo Zagabria e aver fatto vedere grandi cose alla Lokomotiva, Kramarić è letteralmente esploso a Rijeka.

Gli inizi a Fiume però non furono entusiasmanti. Personalmente, penso che la ragione fosse la presenza di Leon Benko, attaccante, capocannoniere della squadra, e giocatore di 30 anni che in campo era un po’ egoista. Ha dato moltissimo per il Rijeka, ma voleva sempre essere in primo piano. Kramarić invece no, e quando Benko è andato via a gennaio, praticamente, è esploso. Nel campionato successivo si è caricato sulle spalle la squadra facendo fino dicembre 21 gol in 18 gare: bottino che gli è bastato per aggiudicarsi il titolo di capocannoniere del campionato, anche se non ha giocato la seconda parte della stagione.

Come ti spieghi il flop dell’esperienza al Leicester City?

Per me Kramarić è un tipo di giocatore che dà il meglio quando sente la fiducia del mister, della squadra, ma anche dell’ambiente nel quale si trova. A Rijeka era diventato idolo di tutti. Nelle partite in cui non giocava bene, dava comunque il massimo per aiutare la squadra. Penso che questo sia il motivo principale per il quale non ha fatto bene alla Dinamo e in Inghilterra, dove non sentiva la fiducia degli allenatori, mentre al Rijeka e all’Hoffenheim gli allenatori credono nelle sue capacità e nelle sue doti. È un giocatore per il quale ti puoi anche permettere di modificare un po’ la tattica, giusto per dargli la libertà di inserirsi negli spazi e tra le linee dove può fare molti problemi alle difese avversarie.

Per lui stare in campo vuol dire letteralmente giocare, fare finte, dribbling, pallonetti, divertirsi. Ma anche sacrificarsi per la squadra quando ce n’è bisogno.

Gioca sempre per la squadra, non si vanta dei suoi gol, ma mette sempre in primo piano i compagni.

Che ricordo hai di lui a livello umano?

Una persona molto semplice, con i piedi per terra. Dopo gli allenamenti o quando usciva la sera, si fermava sempre a fare due chiacchiere con i tifosi. Ricordo che due anni fa, in un sabato pomeriggio estivo, io stavo lavorando nel mio ufficio nello stadio Kantrida. Lo stadio è sul mare, vicino a una delle spiagge più frequentate della città. A un certo punto, davanti all’ufficio, si fermò una macchina dalla quale uscì Kramarić. Dal baule tirò fuori venti palloni per il settore giovanile del Rijeka e mi chiese se potesse cambiarsi lì per andare a fare un tuffo con gli amici. Siccome la spiaggia era piena, gli dissi che forse era meglio andare da un’altra parte, ma lui rispose che non importava, perché si tratta di gente che l’aveva accolto così bene a Rijeka che non gli dava fastidio dover scattare foto e firmare autografi per il resto del pomeriggio.

Foto copertina ©EPA
Foto articolo ©LaPresse