Andrés Escobar, la vida no termina aquí

La vida no termina aquí”, aveva scritto per El Tiempo de Bogotá un pezzo intitolato così, Andrés Escobar, dopo l’eliminazione dal Mondiale del ’94 dove i cafeteros erano tra i favoriti.

Per Andrés la vita continuava, dopo un mondiale che avrebbe voluto non aver mai giocato.

Ma non era il solito Andrés: Andrés era vitale, lucido, continuo.

Quello tornato a casa era discontinuo, umorale, intrattabile. Volle svagarsi a El Indio, una discoteca di Medellín. Ma appena entrato si accorse che aveva ragione lui, che era meglio restare a casa. Da qualche mese era morto l’altro Escobar, Pablo, il Patrón, e come quasi sempre succede quando muore un grande monarca c’è tensione, inquietudine, e giovani famiglie che vogliono acquistare potere. Una di queste era quella dei fratelli Gallón Henao, e c’erano quella sera a El Indio. Lo riconobbero ovviamente, e cominciarono ad apostrofarlo pesantemente. Lo deridevano, lo insultavano, gli ricordavano che con ogni probabilità non solo loro ma tanti altri in Colombia avevano perso montagne di soldi scommettendo su quella squadra fortissima, e col suo autogol aveva fatto perdere denaro a tutto il paese. Era naturalmente solo un modo per umiliarlo.

Loro si sentivano i nuovi padroni della città, del Paese.

Facevano parte dei Pepes (Perseguidos por Pablo Escobar), il gruppo di narcotrafficanti e paramilitari che dava la caccia a Pablo Escobar. Una operazione probabilmente favorita dalla CIA, che sapeva come tutti questi personaggi avrebbero finito per distruggersi fra di loro. Una volta inserito poi l’istituto dell’estradizione, è definitivamente terminato il tempo dei narcotrafficanti in Colombia: ora i capi dei grandi gruppi marciscono nelle galere statunitensi.

Andrés, quella maledetta sera, si accorse che non era il caso di restare; se ne andò, con uno stile che gli si confaceva.

Nel parcheggio ritrovò i Gallón Henao, strafatti e col solito atteggiamento da padroni del mondo: “Tu non sai con chi ti stai mettendo…” Uno dei guardaspalle della famiglia, tale Humberto Muñoz Castro, che disse di non seguire il calcio e di non averlo nemmeno riconosciuto, gli vuotò un caricatore intero nel finestrino completamente abbassato, uccidendolo mentre era al posto di guida. Inutile la corsa all’ospedale.

La Colombia si accorse che eravamo arrivati al punto finale. Tutti, veramente tutti hanno versato almeno una lacrima.

Parteciparono in centinaia di migliaia al funerale, di un Paese ormai contorto su se stesso.

The funeral of Andrés Escobar in Medellín

L’immensa partecipazione popolare al funerale di Andrés Escobar

Pacho Maturana, uno di cui non si ricorda una parola banale e fuori posto, lo ricordò cosi: “Per tutti ha pagato il più bravo, semplicemente il più bravo. Quello che per doti umane e calcistiche, era destinato ad essere per sempre un modello per questo Paese.”

La vita di Andrés terminava quella sera, il ricordo di una persona buona, per bene, seria, la faccia onesta di un Paese splendido come la Colombia, continua a illuminare tutti. In quel senso, la vita, sì, continua.

E grazie di tutto Andrés.