Carlos Tévez: la mistica dell’Apache

di Adriano Seu (@adriseu)

C’è da premettere che, quando l’amico @pizzigo mi ha gentilmente chiesto qualche riga su Carlos Tévez per MondoFutbol, mi si è subito posto un dilemma.

Come frenare, o quantomeno occultare, il debole che ho sempre avuto per l’Apache?

Un debole che l’amico @pizzigo (in questo caso perfido) conosceva perfettamente e su cui ha fatto subdolamente leva? Inoltre, senza contare quella che i colleghi più preparati e aggiornati definiscono come information overload, con tutto quello che sull’Apache si è detto e scritto negli ultimi mesi non era certo il caso di parlare di un ritorno scontato, consumatosi a fuoco lento ma costante. Stesso discorso osservando la questione dalla prospettiva opposta, quella dei tifosi juventini: tutti (o quasi) hanno capito che Tévez se ne sarebbe andato. Nessuno lo avrebbe voluto, ma tutti (o quasi) lo hanno accettato. Anche e, soprattutto, a prescindere dall’estenuante (e un po’ farsesca) trattativa con il Boca Juniors. Discorso chiuso, anche se la faccenda meriterebbe qualche considerazione.

Ma qui si parla d’altro. Di tutt’altro.

Per esempio, di un giocatore che ha ridato valore a quella che ormai era diventata una formula abusata da tanti colleghi per mascherare l’addio in nome di maggiori guadagni, evocando l’ormai classica “scelta di vita”. Una scelta che, in questo caso, Carlitos ha fatto per davvero.

Lui che, pur di tornare a casa ancora nel pieno delle proprie forze, ha rinunciato non solo a un po’ di soldi, ma soprattutto al sogno di vincere la Champions da protagonista, l’ultimo sfizio che avrebbe tanto voluto togliersi.

Perché chi lo conosce giura che quella coppa vinta con lo United nel 2008, Carlitos, non la sente davvero sua. Quello era il Manchester di Ronaldo e di Rooney, non certo di Tévez, relegato al ruolo di rincalzo seppur di lusso.

Cristiano Ronaldo e Carlos Tévez - Man Utd 2008

Cristiano Ronaldo e Carlos Tévez insieme ai tempi dello United

Ecco perché la finale di Berlino persa con la Juventus, dove invece l’Apache era leader assoluto e indiscusso, ha bruciato da morire. Anche al netto di chi invece lo ha criticato per l’opaca prestazione contro la corazzata blaugrana.

Ma in definitiva, il punto della questione è un altro: come spiegare il legame che unisce Carlitos e il mondo Boca?

Come può esistere una storia così romantica in tempi in cui, nel calcio, di romantico non è rimasto quasi nulla? Lo spunto migliore l’ha suggerito la memoria, stimolata dall’euforia che pervade Buenos Aires dal giorno della presentazione ufficiale dell’Apache fino all’emotivo tributo di sabato sera da parte di una Bombonera stracolma per il suo esordio. Quando il 17 dicembre 2004 salutò i tifosi del Boca prima di trasferirsi al Corinthians, peraltro sollevando la Copa Sudamericana con un gol in finale sul Bolivar, Carlitos grondava lacrime mentre i compagni lo portavano in trionfo e il pubblico si batteva il petto gridando il suo nome.

“Tutto questo fa male, tremendamente male. Speriamo che il tempo lontano da qui sia breve”, confidò Carlitos a bordo campo.

Stava spiccando il volo verso il Brasile, trampolino di lancio sicuro verso l’Europa dei grandi palcoscenici e dei mostruosi ingaggi, ma lo faceva con il cuore a pezzi. “Tornare al Boca sarà sempre il suo chiodo fisso”, mi disse nel 2010 il maestro RamCn Maddoni, il talent scout che portò Tévez al Boca strappandolo all’All Boys dopo un lungo corteggiamento.

Tévez y Ramón Maddoni

Carlitos Tévez e Ramón Maddoni

Aveva ragione Maddoni, uno che prima dell’Apache aveva già scoperto gente del calibro di Batistuta, Riquelme, Cambiasso, Gago, Crespo e tanti altri.

“Più che un idolo – ha scritto La Nación – Tévez sembra un super eroe. È tornato nel momento migliore della sua carriera, senza pensare a nient’altro che a quel vestito gialloblù tatuato sulla pelle, con un mantello invisibile e la 10 sulle spalle”.

L’aspetto più affascinante di quella che in Argentina hanno bollato come la “vuelta del siglo” sta nel significato della scelta di Carlitos, pazzo di Boca sin da quando appena tredicenne approdò nelle giovanili xeneizes.

Román y Tévez

Román Riquelme e un giovanissimo Tévez alla Bombonera

La volontà di Tévez non era semplicemente quella di chiudere la carriera al Boca. Il suo obbiettivo era, anzi è, soprattutto vincere e continuare a fare la differenza.

Carlitos è tornato per essere il numero uno e far trionfare i colori del Boca. Soldi e fama non sono e non sono mai stati una priorità. Perché la verità, peraltro mai occultata, è che Tévez non ha mai smesso di pensare a Buenos Aires e al suo querido Boca nemmeno mentre vinceva titoli a ripetizione, arricchendo il conto in banca tra Inghilterra e Italia.

Le radici sono sempre rimaste a Fuerte Apache, dove Carlitos ha contribuito alla realizzazione di importanti iniziative sociali e infrastrutture.

Il campo di calcio a 7 nuovo di zecca su cui oggi giocano i suoi aspiranti eredi l’ha pagato lui, che su quel campetto all’epoca scalcinato, soffocato dai fatiscenti e tetri “monoblocks” che caratterizzano Fuerte Apache, non aveva rivali e “faceva magie persino coi sassolini”, parola di Roger “Didì” Ruiz, che ha allenato Carlitos al Santa Clara, la sua prima squadra di “barrio”.

Fuerte Apache e Carlitos Tevez

Fuerte Apache e Carlitos Tevez

Ed è anche per questo che, a prescindere dall’amore per il Boca, Carlitos ha saputo dare tutto in ogni squadra abbia giocato, perché il calcio di Carlitos è prima di tutto “garra y entrega”.

Non c’è vittoria senza sacrificio, Tévez ci ha creduto profondamente, lo ha imparato sin da bambino, mentre amici e compagni di gioventù cadevano come mosche schiacciate dalla violenza divenuta legge suprema di sopravvivenza nelle “villas miserias” dell’emarginato conurbano, versione porteña dei comuni ghetti a stelle e strisce. Il giocatore non si discute, ma ciò che ha sempre fatto la differenza è sempre stato il carattere. Si è sempre mormorato che fosse una “testa calda” e, quando lo acquistò la Juve, ci si chiedeva se non fosse ormai in declino e se avrebbe creato qualche grattacapo. Beh, ai tempi approfittai di un caffè e due chiacchiere con l’amica periodista Verónica Brunati in un bar di Buenos Aires e, a lei che conosce bene vicende, trascorsi e carattere di tanti campioni argentini, chiesi che tipo di acquisto avesse fatto la Juventus. “Carlitos è un leader oltre che un vincente. Ma per rendere al meglio è necessario che si senta al centro del progetto. Tévez è uno che ha bisogno di caricarsi la squadra sulle spalle. Se sarà così, alla Juventus non potrà che fare bene, come ovunque del resto”, sentenziò Verónica.

Visti i successivi due anni in bianconero, anche lei aveva pienamente ragione.

Questo porta direttamente direttamente a un altro tratto distintivo dell’Apache: la sua capacità di entrare sempre nel cuore dei tifosi, ovunque abbia giocato. Non ha mai dovuto baciare alcun scudo né ostentare presunte simpatie risalenti all’infanzia, Tévez si è sempre limitato correre, sudare, mordere le caviglie e divorarsi il campo fino al fischio finale. Il rispetto se l’è guadagnato così, conquistando anche i più scettici per natura come i “cugini” brasiliani. Di tifosi del Corinthians che lo venerano ne ho incontrati a bizzeffe e, provare per chiedere, non ce n’è uno che non lo rimpianga ancora oggi. Il suo stile di gioco, l’istinto famelico e la propensione al sacrificio sono anche ciò che lo hanno reso il jugador del pueblo per tutti gli argentini, non solo per i tifosi xeneizes. Lui, venuto dalla miseria e dalla delinquenza più gretta, che ha saputo trionfare grazie alla tenacia, rapendo i cuori dei suoi connazionali più di quanto non potrà mai fare Messi, che (a dispetto delle smentite ufficiali, nei primi anni di Selección ha sofferto da matti la popolarità dell’Apache…

Tévez - La "vuelta del siglo"

Carlitos Tévez, la “vuelta del siglo”

Oggi Carlitos è tornato a casa, per sé stesso e per i tifosi, frutto di una scelta che rivela i tratti peculiari di un campione che sembra appartenere a un calcio d’altri tempi e con una storia di vita dai tratti quasi cinematografici. Un campione che ho imparato a conoscere e ad amare nei miei anni a Buenos Aires: dal progressivo innamoramento sulla scia dei racconti e delle indiscrezioni carpite a colleghi, amici e semplici appassionati, fino all’esperienza diretta nei luoghi in cui Tévez è cresciuto, nell’infernale Fuerte Apache, e con le persone che ne hanno condiviso infanzia e primi successi. Gente come Ricardo Tessone, l’agente (il primo) che divorziò da Carlitos quando irruppe il poderoso Kia Joraabchian per indirizzarne il futuro in Europa. Il rapporto con Carlos non si chiuse affatto bene, ma Tessone continua a portarlo nel cuore perché

“Carlitos è un ragazzo puro che ha sempre messo affetti e sentimenti prima di ogni altra cosa”.

Esattamente ciò che ha fatto tornando al Boca dopo 11 anni, per tornare a respirare aria di casa. Per tornare ad ascoltare il ruggito della Bombonera che “late y tiembla” scandendo il suo nome, com’è accaduto sabato sera.